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Laurebina.
Prendo possesso della camera. L' altro giorno il tappeto di nuvole era ad una quota più bassa, stavolta copre il cielo sopra di noi. All' orizzonte, le cime del Ganesh Himal e del Manaslu sfumano alla vista in coltri grigie. A volgere di un' ora, il villaggio è avvolto in una fitta nebbia. Ceno. Salgo in camera. La struttura - le scale, il corridoio, il balcone a schiera, eccetto i servizi - è interamente in legno, legno pressoché datato. I miei passi echeggiano come quelli dei film di Vincent Price. Mi adopero affinché la similitudine sia plausibile: divengo la sagoma in fondo al corridoio, un corridoio lungo, con le linee prospettiche accentuate in una distorsione grandangolare, come nel corridoio di Jennifer Connely - oh, Jennifer! - sonnambula in PHENOMENA di Dario Argento, con in sottofondo quella splendida traccia di Claudio Simonetti, divengo la presenza oscura di questo luogo desolato e deserto. Ma ancora per poco. Da lì a cinque minuti quella struttura si popolerà di rumorosi scarafaggi assassini e purtroppo non si tratta di un delirio di Kafka: saliranno a frotte dalla hall/sala da pranzo, saranno sherpa e turisti locali ubriachi, armeggeranno coi catenacci alle porte, avranno difficoltà a trovare la chiave corretta e avranno difficoltà ad inserirla nella serratura, la cosa innescherà frizzi, lazzi, pacche sulle spalle, ilarità isteriche, e quando riuscirano finalmente a possedere le camere si motteggeranno, in un gran fracasso da saloon getteranno sul fragile pavimento in legno pressoché datato i loro zaini, e la sagoma oscura che è in me si rivelerà per quel che è, un assassino, il Jason di VENERDÌ 13, ma quello che per me è un set da film dell' orrore, per quei mostricattoli è quello di un film western. Nella Monument Valley ci sono già stato, c' erano le rocce tipiche, c' era la polvere sollevata dalle ruote delle diligenze in fuga dai pellerossa Paiute, c' era il punto dove John Ford si piazzava e impartiva gli ordini alla troupe, c' erano tracce di coyote, c' era la scia sinuosa di crotali in fuga, non c' erano bifolchi di quel genere.
Smaltita l' euforia, gli insetti si danno una calmata, finché scendono in sala da pranzo come nel delirio di scolaresche a ricreazione.
Seggo sul letto e guardo fuori dalla finestra. Osservo le spire della nebbia che si allungano come colli di drago sulle cime, avvolgono i pali dell' alta tensione in una performance sadomaso, si sollevano lentamente, lentamente si abbassano, si rincorrono, si avvolgono su sè stesse, si ammucchiano in un' orgia, montano quel po' di sole che resta al crepuscolo, lo rendono più rosso, non si sa se di vergogna o di lussuria, lo rendono più grigio, non si sa se prosciugato o evocato da uno zombi mannaro, lo rendono nero, non si sa se per una maledizione o in simbiosi col mio istinto omicida, finché autentiche tenebre su tutto hanno la meglio.
Trascorro una notte tranquilla. L'esibizionista tace.