Seleziona la tua lingua

Sospeso sul fiume Langtang
In cima a Tserko Ri, 4985 m. Alle mie spalle, Ganja La Pass, uno dei passi più impegnativi dell'intero Nepal

 

  clicca per ascoltare il DIARIO VOCALE 

Kjiangin Ri21 ottobre 2024, giorno 5

Kjangjin Gompa è l' ultimo avamposto di Valle Langtang, è il villaggio dall' altitudine più pronunciata, tremila novecento metri.
Ci attendono sette chiometri di percorso e un dislivello di trecento ottanta metri, una passeggiata.
Poco prima del vilaggio c' è un monastero indù. C' è una serie di ruote delle preghiere incastonate in alloggiamenti di metallo. La ruota delle preghiera è in realtà un cilindro sulla sua superficie è stampato in rilievo il mantra tibetano 'Om mani padme hum' in sanscrito. Normalmente una ruota della prehiera è azionata a mano, qui sono azionate in automatico dalla corrente di un torrente grazie a delle palette fisse in basso a ciascuna ruota, lo stesso principio di un mulino ad acqua. C' è uno stupa con un ingresso molto variopinto. Al suo interno, una ruota della preghiera di grandi dimensioni, azionata manualmente con una manigla. Ad ogni giro completo, una stanghetta sulla sommità batte su una campana.
I luoghi di preghiera, TUTTI i luoghi di preghiera di qualunque religione, non riscuotono la mia simpatia ma questo fa eccezione: l'ambiente è molto colorato, le pareti sono colorate di azzurro, la ruota è rossa. È un abbinamento che funziona, induce a uno stato di pace e benessere. Il vento fa la sua parte, il suono sommesso dei gagliardetti colorati tipici che garriscono ricordano a loro modo che l 'esistenza consta di percezioni discrete.
La sosta a Kjangjin Gompa comprende due giorni, un giorno di acclimatamento e uno di escursioni. Il villaggio è la via di accesso a due picchi che lo sovrastano: Kjangjin Ri, con un belvedere inferiore, quattromila quattrocento metri, e un belvedere superiore, quattromila settecento metri, e Tserko Ri, quattromila novecento ottantacinque metri. Di solito gli escursionisti scelgono l' uno o l' altro. Scelgo entrambi. Padàm mi dice che Kjangjin Ri è la mèta preferita dagli stranieri, Tserko Ri invece è più popolato da locali. Per 'stranieri' Padàm intende 'occidentali', nel novero dei locali mette invece escursionisti provenienti anche dal Buthan, dall' India, dal Pakistan.
C' è il tempo per un pasto. Mi concedo una zuppa di choumin e verdure. Tsering, il nostro ospite, nonché cuoco, mi chiede se preferisco pranzare all' esterno o al coperto. Il cielo è terso, ventila una brezza leggera, il sole concede un pacevole tepore. Pranzerò fuori. Tutto intorno a me, le vette imbiancate dell' Himalaya.
Appena oltre il mio tavolo c' è un muretto a secco, oltre il muretto c' è un'altra guesthouse col suo repertorio di escursionisti che vanno, escursionisti che vengono, locali che vanno nell' orto e raccolgono le verdure, e c' è una ragazza. Sta lavando le stoviglie ad un boccaglio d'acqua. Mi guarda e sorride, un sorriso colmo di gioia di vivere. Faccio segno con la mano, 'ciao' le dico in italiano. Lei risponde solerte, fa segno sulla sua bocca strisciando un dito sul labbro superiore e poi punta il dito su di me. I miei baffi. Mi tocco i baffi. 'Nice!', dice la ragazza col suo sorriso. Le piacciono i miei baffi. Poi dice qualcos' altro che però non capisco, soffia in quell' istante una raffica di vento che copre le sue parole. Le chiedo di ripetere, lei ripete ma soffia il vento. La dolce vita. Sto vivendo una scena del film, la scena finale. Marcello è in riva al mare, tira forte il vento, poco più in là c' è una ragazza, una cameriera che ha conosciuto ad un ristorante, lei gli dice qualcosa ma lui non capisce, lei ripete ma lui non capisce e infine fa spallucce. E con amara rassegnazione fa un gesto come dire 'ciao per sempre'.
Dopo pranzo, chiedo a Tsering se ha una mappa.
- Sure, sir - mi dice. Prende la mappa e me la porge.
- No, - gli dico mentre brandisco il mio cellulare - voglio farti un clip mentre ci dici i nomi delle montagne che ci circondano. -
- Sure, sir. -
Facciamo il clip. Il tempo stringe.
Si sale.
È una salita molto ripida. Procediamo a passo lento. È la mia prima, autentica prova di resistenza, quell' inedito che un po' mi intimorisce. Siamo a quota quattromila, sino a quel punto niente nausea, niente mal di testa, niente sensazione di asfissia tipici del mal di montagna. Dovrei essere già acclimatato ma non si può mai sapere, è tutto nuovo per me. Un passo dopo l'altro. Ogni cinquanta passi circa, una sosta. il tempo stringe ma non intendo rischiare, la lentezza è potenza. Approfitto delle soste per guardarmi intorno. Man mano guadagnamo quota, sbucano cime innnevate su altre cime innevate, alle mie spalle il villaggio è l' unico dettaglio che rimpicciolisce, tutto il resto è amplificato dalla maestà. Mi rendo conto di stare a bocca aperta: per inalare più aria, per lo stupore.
Eccetto la ripidezza, il sentiero non presenta altri aspetti critici, quattro chilometri di lunghezza per cinquecento metri di dislivello, vicino a una verticale. Il suolo è disseminato di sassi di dimensioni variabili, il rischio di una caduta è alto. Mi aiuto con la bacchetta da trekking. Si alza il vento, dal fondo della valle si levano sfilacci di condensa che diverranno nubi fitte.
Raggiungiamo il picco inferiore, quota quattromila quattrocento. È stata dura ma non durissima, niente nausea, niente mal di testa, niente altro che normale fatica fisica alle sole gambe, inalo sorsate d' aria a pieni polmoni. Le nubi ci avvolgono, momenti di totale assenza di visibilità si alternano a schiarite nitide.
Mi assento. Mollo quel sacco di carne ed ossa che chiamano Gabriele. Ignoro me e i-gnosco tutto il resto. Svaniscono i pensieri, la mente si vuota. Mi astengo da me, mi astengo dal pensare, dall' aggettivare, dal cercare metafore, dal descrivere ciò che vedo, sarebbe un esercizio di corruzione. L'esercizio dell' essere diviene frusto.
Gagliardetti colorati puntellano la cima, c' è una targa che riporta il nome e l'altitudine. Garriscono al vento. Dal fondo della valle sale il vento, sale la sua voce. Seggo su un sasso.

In montagna, le discese sono più infide delle salite. Quella dalla cima di Kjangjin Ri non è da meno. Un passo su due slitta sulla ghiaia. Padàm scende spedito ma Padàm reca la metà del mio peso, rispetto a me è un esserino. Facciamo sosta su un sasso la cui forma ricorda vagamente quella di una poltrona. Il nostro sentiero si dipana corrotto dai sassi, davanti a noi un altro sentiero procede spedito a mezzacosta. È un sentiero meno ripido, meno sassoso, con un sostrato di vegetazione brulla, bassa, rossa.
- Prendiamo quel sentiero, - dico - mi pare migliore, c' è l'erba, condurrà comunque a Kjangjin Gompa. - Quando le criticità di un sentiero si sommano, nel dubbio vai sull'erba, il suolo è più stabile e il passo più fermo. Padàm approva la mia proposta. Lui procede rispettando i tornanti, io taglio e scendo galoppando. In un tempo più breve del previsto siamo al villaggio.
- La prossima volta che porto qui ospiti, - dice Padàm - scenderò da questo sentiero. -
Oltre il solito muretto c' è la ragazza, ci saluta, io le rispondo 'ciao' e lei dice 'ciao' sorridendo.

clicca per ascoltare il DIARIO VOCALE

Doccia calda, poi dining room.
Tsering, il nostro ospite, avrà sì e no trent'anni. Ha le mani umide d' acqua, sta lavando la verdura. Tutt' intorno ai muri della sala c' è la credenza. Nel mezzo del lato lungo della sala, la credenza s' interrompe per lasciare il posto a un' edicola con una foto del Dalai Lama. Ci sono dei lumini accesi. Padàm si accosta all' edicola e recita una preghiera. Padàm non è buddhista, è indù. Ho visto un fenomeno simile a Kathmandu, nonostante il buddhismo sia un' eresia dell' induismo, gli indù non si formalizzano a pregare davanti uno stupa buddhista e i buddhisti non si formalizzano a pregare nei templi indù. Anche il cristianesimo è un' eresia dell' ebraismo eppure cristiani ed ebrei si odiano a morte.
Accanto l' edicola ci sono due ritratti fotografici, un uomo e una donna.
- I miei genitori - spiega Tsering. - Sono morti durante il terremoto del 2015. Abitavamo a Langtang Village. -

Per cena ordino patate arrostite e un piatto di spaghetti alle verdure.
Tsering mi chiede da dove vengo.
- Dall' Italia, - dico.
- Oh, Italia, - dice Tsering, e fa segno in direzione di una vetrina della credenza dove sono conservati pacchi di pasta.
- Pasta o spaghetti? - mi domanda Tsering.
- Spaghetti e pasta sono la stessa cosa, gli spaghetti sono pasta, - gli spiego. - Gli spaghetti sono un tipo di pasta. -
- Really?? - sbotta sorpreso Tsering.
Prendo il menù, nel menù c' è una sezione dedicata a piatti italiani, ci sono anche i 'macaroni', sta scritto proprio così. Indico i 'macaroni'.
- Anche i 'macaroni' sono pasta. Cambia la forma, la forma è importante. Se ti piace il sugo di pomodoro usi i 'macaroni', così il sugo va dentro i 'macaroni'. Se invece ti piacciono le verdure fritte fai gli spaghetti, quando stai per finire, gli spaghetti ti aiutano a raccogliere ciò che resta delle verdure. Quando raccogliamo ciò che resta, in Italia diciamo che 'facciamo scarpetta'. -
La mia spiegazione diverte molto Tsering.
Motteggiamo un po' davanti una tazza di tè allo zenzero e il fuoco nella stufa a centro sala. Poi ringrazio e auguro buonanotte.
Sono appena le 20. Quando si cammina si va a letto presto, soprattutto se hai esibizionisti sciatici che vengono a farti visita nel bel mezzo della notte.
E poi l' indomani ci aspetta Tserko Ri. Con Padàm concordiamo l' orario della colazione: le 4. Alle cinque si parte.