22 ottobre 2024, giorno 6
Il motivo della levata notturna è duplice: lunghezza del percorso e dislivello sono pressoché il doppio di quelli per Kjangjin Ri, diciotto chilometri andata e ritorno per millecento metri. E poi c'è sempre la costante cielo coperto. Essendo più elevato, Tserko Ri è più esposto.
Partiamo col buio. Sono dotato di lampada frontale ma non mi serve, Il cielo è terso, costellato da una miriade di stelle, mai viste tante stelle così; il chiaro di luna illumina a sufficienza il suolo, le pietre, il torrente oltre Kjangjin Gompa. E le sagome ancora scure delle montagne con lo stacco netto del bianco delle cime. Le falde di Tserko Ri sono rigate da una fila di luci mobili, sono gli escursionisti che ci hanno preceduto, meno innnamorati di noi del chiaro di luna. Attraversiamo un torrente. In Sicilia quel corso d' acqua l'avremmo classificato come fiume. Cominciamo a salire. Gruppi di escursionisti piantonano già i primi tornanti. Boccheggiano. Profondi sorsi d' aria per rimediare all' ossigeno. In cima a Tserko Ri è al cinquantacinque per cento. Quanto a me, la stanchezza è ancora lontana, l' allenamento di Kjangjin Ri mi torna utile ma procedo con estrema lentezza, abbiamo tutto il tempo, e soprattutto intendo godermela tutta, attimo per attimo, metro dopo metro, respiro dopo respiro. Durante la salita il novero dgli impavidi sfumerà gradualmente.
Con gli altri escursionisti ci si fa l'un l'altro coraggio, ci si dice - a noi stessi più che agli altri - che non è poi così lontano, ci si consiglia di andare lentamente, di riposare spesso, di bere tanta acqua.
Una voce alle mie spalle mi chiede permesso. Lascio passare. È un uomo alto, barbuto, dice qualcosa ad altri due, è slavo. Cammina spedito piantando le bacchette sulle rocce e indossa solo una t-shirt con un piumino. Ci saranno sì e no cinque sotto zero. Temerario, congetturo. Lo perdo, va veloce. Dopo un' ora lo reincontro ma lui scende. Mi guarda.
- Troppo freddo, non ce la faccio, - mi dice come per scusarsi - mi basta già tutto questo - brandisce una bacchetta e indica il panorama.
Il sole non è ancora alto ma il suo bagliore lambisce già la cima del Langtang Lirung, la cima più elevata dell' intera valle, settemila duecento metri, colorandola di rosa. Il bagliore investe la valle, lentamente il sudario notturno scivola via sino a svanire.
Intercetto un gruppo di nepalesi. Uno di loro è privo di zaino, fiducioso nella riserva d' acqua del suo corpo. Troppo fiducioso. Lo ritroveremo più avanti ad elemosinare un sorso d' acqua.
La salita è dura. Ogni passo pesa un macigno. Il mio zaino è leggero, contiene tre litri d'acqua, quattro uova sode, qualche barretta al cioccolato e i ramponi per camminare sul ghiaccio. La cima di Tserko Ri è coperta di ghiaccio. È una cima costantemente battuta dal vento, che aumenta la sensazione di freddo e spazza via il ghiaccio su un fianco della montagna.
A metà salita comincio a nutrire qualche dubbio, forse non ce la farò. Da lì riesco a scorgere le sagome che si stagliano nel cielo di chi è prossimo alla cima. Li vedo salire trascinandosi sull' ultimo tratto, ancora più ripido, roccioso e coperto dal ghiaccio.
Il sole ormai sovrasta la valle, che giace al cospetto dell'impero della sua luce. Sono appena le undici, camminiamo da sei ore buone e non siamo ancora in cima. Riduco ancora il passo. Mi è necessario. I passi sono pesanti, il suolo è disseminato di trappole, ad ogni passo un sasso sotto le scarpe, ogni sasso perdita di equilibrio, volteggiare di bacchetta, a fondo sul suolo, calibrare il peso dello zaino, che è come se durante la salita qualcuno si fosse divertito a riempirlo di argilla. Soste ogni trenta passi, morsi alle barrette al cioccolato, sorsi d'acqua.
Ma tollero tutto ciò, niente emicranie, niente nausea. Il livello della mia fatica si limita alle gambe, il mio respiro tiene, nella parte superiore del mio corpo è tutto sotto controllo. Non ho scuse, devo proseguire.
Un uomo con la barba lunga e bianca, pochi denti, i capelli rasta, pantaloncini corti, tre strati di giacche sulle spalle. Ci eravamo incontrati più in basso durante una sosta, poi lui era andato avanti. Boccheggiava. Farfugliava qualcosa tra sè, probabilmente imprecava. Ci reincontriamo mentre scende, solleva gli occhiali a specchio.
- È meraviglioso! - mi dice - non si può descrivere! Cose per cui vale la pena vivere! - I suoi occhi traboccano gioia.
C' è una donna, anche lei evidentemente provata, ci guardiamo, quando ha raccolto abbastanza fiato mi dice:
- Non si torna indietro! Non si torna indietro! - Ridiamo, poi rimedia i suoi passi e procede. Poco più avanti due uomini le metteranno le mani sotto le braccia e la sosterranno.
Dopo un' ora raggiungiamo il fianco più ripido di Tserko Ri. Il sentiero sparisce, davanti a noi solo imponenti blocchi di roccia imbiancata dal ghiaccio. Si procede gattoni. Mi fermo su una roccia, dallo zaino tiro fuori i ramponi. I primi passi sono un disastro, mai indossato ramponi in vita mia, li ho presi giusto per il mio viaggio nella valle del Langtang. Padàm ride. Lo mando a quel paese, in italiano e in inglese, gli mostro il dito medio. Padàm ride più forte. Qualche caduta fredda, mi rialzo a balzelloni, indosso lo zaino e via. La cima è lì davanti a me ma laddietro dev' esserci qualcuno che la sposta, non si spiega altrimenti.
Raggiungiamo la cima.
- Benvenuto a Tserko Ri-sir! - mi dice Padàm porgendomi la mano e un inchino.
Gli porgo la mano, poi mi volto dall'altra parte, mi guardo intorno.
In Europa la cima più elevata è il Monte Bianco, quattromila ottocento cinque metri, in Italia il rifugio più in alto è la Capanna Margherita, Punta Gniffetti, Monte Rosa, quattromila cinquecento cinquantasei metri. Su Tserko Ri mi trovo a quattromila novecento ottantacinque metri.
Il respiro è regolare. Seggo. Mi assento.
Sul versante opposto della valle, di fronte a noi, si erge sovrana la cima del Ganchenpo, seimila trecento metri, con un' imponente parete verticale ai cui lati il profilo sfuma violentemente verso il basso, con le creste del suo ghiacciaio a tirare delle righe dritte. Evoca vagamente la sagoma di un fantasma, il classico fantasma col lenzuolo, un fantasma che ti osserva e che non aspetta altro che accoglierti a braccia aperte, con le creste del ghiacciaio che precipitano diritte a fare da pieghe del lenzuolo.
Più a nord, una serie di picchi precipita verso un altipiano coperto di neve e ghiaccio. Raffiche di vento sollevano cumuli enormi di neve che subito diventano coltri impenetrabili. Tra quei picchi, il Ganja La, poco oltre, il Ganja La Pass. Durante i mesi precedenti la partenza, quando studiavo, quando trascorrevo ore ed ore sulle mappe, sui video, sugli itinerari, sui miei dubbi, sulle mie poche e traballanti certezze, quando mi sorbivo tutto, avido di tutto quanto riguardasse quei luoghi e quelle cime, avevo preso in considerazione la possibilità di farmi il Ganja La Pass. Il Ganja La Pass è classificato come uno dei passi più impegnativi dell' intero Nepal. Per giungervi, sarebbero occorsi tre giorni in più da trascorrere in tenda, con corde e moschettoni. In quell' area non ci sono villaggi, le condizioni sono estreme. L' idea mi concupiva. Tempestai come al mio solito il buon Mr Kesh di mail con domande sulla questione Ganja La Pass, attrezzatura, tempistica, costi. I costi sarebbero stati molto esosi, oltre a me e la guida sarebbe occorso il personale per le tende e le stoviglie da campo e il cibo. Ma la misura di quanto fosse arduo Ganja La Pass non me la dettero le mail di Mr Kesh, furono i video di youtube a darmela, ovvero i video di youtube che su Ganja La Pass NON c'erano. Sul trek a Valle Langtang ce ne sono centinaia, su Ganja La Pass ne trovo tre, tutti brevi e pessimi. Lì non c'è modo di tenere ferme le mani e brandire una actioncam o puntellare un treppiedi per la camera fissa. A Ganja La Pass le mani ti servono per sopravvivere, non hai tempo e non hai modo di dedicarti a sciocchezze. Ero quasi deciso finché poi riflettei. Il meteo. Le condizioni climatiche a Ganja La Pass sono estreme. Ottobre, insieme ad aprile, è il mese migliore per fare escursioni a Valle Langtang finché ti mantieni a quote basse. Le cose cambiano se sali di quota. Per ciò che mi riguardava, già avevo scelto di salire a Kjangjin Ri e Tserko Ri proprio perché tenevo conto della variabile meteo, se l' uno è coperto, posso sempre giocarmi la carta dell' altro. A Ganja La Pass quella variabile è una costante.
Per la discesa Padàm sceglie un percorso differente. Durante la salita avevo visto altri escursionisi che poi scendevano, dunque non conoscevano la via alternativa che adesso Padàm propone. È una via più lunga di almeno un' ora di percorso ma più agevole. In montagna la discesa è sempre più infida della salita, la scelta di Padàm è anche una scelta di buon senso.
Il sentiero si snoda su prati con ciuffi d' erba rossa e dura e pungente, con una serie di tornanti che poi dànno accesso a tratti rettilinei quasi pianeggianti che procedono a mezzacosta. Scende imperterrito verso il Langtang, rigando il versante nord-est di Tserko Ri. Siamo saliti dal versante sud, abbiamo così adesso modo di vedere scorci differenti e di vedere la catena del Langtang in tutto il suo sviluppo a partire dalla base, dal fondo della valle, in salita gli volgevamo le spalle. In salita, tra l'altro, camminavamo per lo più a testa bassa e guardavamo i nostri piedi per evitare passi falsi. Vedo tanti escursionisti con gli scarponi a caviglia bassa, il che in casi come questi non è la scelta migliore, il collare alto dello scarpone garantisce stabilità e in caso di distorsioni garantisce una protezione maggiore alla caviglia.
Il Langtang ci scorta da lontano col suo fragore. Il percorso di andata di Tserko Ri non era affollato, in questo in discesa, fatta eccezione per me e Padàm e per pochi altri compagni di viaggio, non c' è anima viva.
Di tanto in tanto Padàm proferisce verbo, non capisco se si riferisce a me o ai compagni di viaggio. Sono assente, non ci sono.
Intercettiamo i resti di un edificio, pareti con pietre a secco, edificio di qualche centinaio di anni. Padàm spiega che era ad uso dei mandriani, ci venivano in estate coi loro yak, d'inverno si spostavano a fondo valle.
Il sentiero consente di galoppare. Tra i radi compagni di viaggio di tanto in tanto s'innesca la chiacchiera. Li semino finché ritrovo il suono dei miei passi sulla ghiaia, il suono delle deboli raffiche di vento gelido, l'ansito del mio respiro.
Intercetto la sagoma di un escusionsta. È vestito come un borghese a passeggio sul lungomare, con cappello e maglioncino leggero. È cinese. Scambiamo due parole. Nota i miei tre strati di giacche.
- Non senti caldo? - mi domanda.
- E tu non senti freddo? - gli dico. Sorridiamo. Ci salutiamo. Torno sui miei passi, sul mio respiro.
C'è un bivio e c'è un palo solitario con una targa sgangherata, la vernice sbavata: 'way to Yala Peak, 5600 m.'.
Giungiamo a Kjangjin Gompa alle 17.
In Italia, per un anello di diciotto chilometri con millecento metri di dislivello impiego cinque ore. Qui ne ho impiegate dodici.
Al mattino successivo è tutto imbiancato di neve. Il cielo è coperto da nuvoloni densi e gravidi. Sulle cime intorno, compresa quella di Tserko Ri, ci sono tormente. Chi avesse programmato di salire oggi, deve rinunciare.
Sono stato fortunato. Molto fortunato.
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