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24 ottobre 2024, giorno 8
Direzione Thulo Syabru.
Thulo Syabru è situato a quota duemiladuecento metri, più bassa dunque di quella di Lama Hotel che è duemila cinquecento cinquanta, una differenza minima. Sembrerebbe una discesa poco ripida, in realtà è una differenza: occorre prima scendere a quota millecinquecento per poi risalire a Thulo Syabru, il totale supera i millecinquecento metri positivi. Ma il fisico ormai è allenato, è come se di default il mio corpo avesse ingranato una marcia sino a quel momento a me ignota.
Scendiamo di quota, dunque. Giungiamo a Bamboo ma stavolta niente pranzo, ci concediamo una sosta per un succo di frutta. Vicino a me c'è un tubo da cui sgorga acqua gelida, mi concedo un po' di ristoro sciacquandomi il voto e le braccia. Poco più in là si dondola su una sedia di plastica un uomo con un bimbo in braccio.
- Posso farvi una foto? - domando.
- Sì, - mi risponde l'uomo. Canta. Il bimbo mi osserva incuriosito.
Riprendiamo il cammino. Una targhetta di legno appesa al tronco di un albero dice 'Pairo Hotspring', una sorgente di acqua termale. Un bel bagno caldo non mi spiace.
- Andiamoci, - dico a Padàm.
- È sull'altra sponda-sir, il ponte al momento è interdetto. -
- Pazienza, - dico.
Padàm mi fa segno di guardare in alto, sull' altra sponda del fiume, sulle pareti di roccia a strapiombo sul fiume ci sono pale gialle di grandi dimensioni. Sembrano lastre di roccia pendenti nel vuoto.
- Tra un po' precipitano nel fiume, - dico.
- È miele-sir, - mi corregge Padàm. Ciascuna di quelle lastre non potrebbe stare dentro un frigorifero intero.
Il solito viavai di escursionisti ciarlieri e musica techno in dffusione da diffusori bluetooth. Sherpa coi loro pesi impossibili. Qualche gruppo di escursionisti. Il picchettare delle bacchette sulle rocce. Di tanto in tanto intercetto escursionisti solitari, in compagnia solo della propria guida. Simpatizzo particolarmente per questi ultimi. Uno di questi è davanti a me. Procede molto lentamente, ha i capelli bianchi e ha dei ferri che gli sporgono dalle ginocchia. Gli sto dietro ma a distanza, non voglio imbarazzarlo fiatandogli sul collo. A un certo punto si ferma per un sorso d'acqua e mi fa segno di passare avanti. Ringrazio e procedo.
Giungiamo a un bivio. Un lastrone di roccia con lo sfondo giallo e scritte in inglese ci segnala la direzione per Thulo Syabru. È qui che inizia la seconda parte del mio viaggio nell' Himalaya, il lago Gosaikunda. Il Gosaikunda - 'kunda' è suffisso che sta per 'lago' - è il più grande di cinque laghi situati ad un altitudine di quattromila trecento ottanta metri. Indù e buddhisti lo hanno come luogo sacro, ciò non in virtù di una dedica come può accadere per un tempio: la tradizione attesta la presenza sulle sponde di quel lago di Buddha e Shiva in persona. Ogni anno ad agosto decine di migliaia di pellegrini si recano al Gosaikunda e vi si immergno in preghiera. I più temerari vanno anche nelle stagioni fredde quando il lago è pressoché ghiacciato e ugualmente si immergno nelle sue acque gelide. Campeggiano lungo le sponde. Talvolta qualcuno ci resta morto dal freddo, in compenso muore felice.
Non sono religioso. Ho perso la capacità di esserlo (col tempo ho perso altre capacità) quand' ero adolescente. Andavo all' oratorio, pregavo, servivo la messa, accendevo l' incensiere durante la funzione domenicale e incensavo i fedeli rimpiendo la chiesa di fumo. I cantori tossivano. Poi semplicemente ho smesso. Niente crisi mistiche, niente prete che mi toccava (era una brava persona), niente traumi. Niente di niente. Ho smesso e basta. Ho smesso quando in preghiere, catechismo, devozione ho visto solo apparato.
Non avevo certo scelto di andare al Gosaikunda per il suo carattere religioso, o solo estetico. Andavo al Gosaikunda perché per quanto non si creda, laddove tanta gente si riunisce nel nome di un credo, allora non è per caso. Dev' esserci una causa, di fede o meno, che giustifichi la sacralità - vera o presunta - di un luogo. 'Sacro' è parola ambigua, oggi ha una connotazione positiva ma nella sua etimologia vuol dire 'separato'. Nelle religioni antiche, 'sacro' era l'area del tempio dove aveva sede la divinità. Solo pochi avevano accesso a quell'area, era un tabù, chi violava quel tabù ne pagava le conseguenze, in termini anche fisici. 'Sacro' diveniva dunque sinonimo di 'maledetto'. I concetti di sacralità e pericolo di fatto coincidevano. Ed io vado al Gosaikunda perché tutto ciò mi incuriosice, mi incuriosisce il fenomeno per cui tanta gente va lì a immergersi nelle sue acque a rischio della propria vita.
Ma dopo il bivio col lastrone di roccia tinto di giallo già avverto l' effetto Gosaikunda: il percorso è praticamente deserto. Lo stacco con la parte che si è conclusa al bivio è netto. Niente ciarlieri, niente musica techno in diffusione, niente altri gruppi. Persino gli sherpa scemano. Lungo il percorso, solo l'ansito del mio fiato. Padàm si mantiene a distanza, dietro, per motivi di sicurezza, mi dice, e fa bene. Quando salivamo per Lama Hotel poco c'è mancato che il mio cellulare cascasse nel Langtang. Lo ha recuperato lui, che si è accorto che mi era cascato dalla tasca posteriore dei pantaloni. Il cellulare rimane incredibilmente in bilico su due arbusti d'erba sottili, lui si cala lungo il burrone con sacramentale circospezione reggendosi sui tronchi delle conifere, allunga il braccio e recupera il cellulare.
Riprendiamo a salire.
Il sentiero si sviluppa davanti a noi quasi in verticale, lastroni di roccia scura e umida di fango uno sull'altro come gradini. Lungo il percorso, fiotti generosi d'acqua sgorgano da ogni dove. Talvolta il mio passo va in fallo, mi sbilancio ma il peso dello zaino mi trae in salvo da una caduta garantendomi maggiore stabilità. Ci lasciamo man mano la valle del Langtang alle nostre spalle per volgere oltre il fianco della montagna. Intorno a noi, gli odori della vegetazione, l'ansito del nostro respiro, e poco altro. Silenzio.
Faccio segno a Padàm per una sosta. Una sagoma si avvicina. No, due sagome. È l'uomo col ferro alle ginocchia. Lui e la sua guida ci raggiungono. Scambiamo due parole.
- Da dove vieni? - gli domando.
- Sono spagnolo ma vengo dal Canada. E tu? -
- Dall' Italia, - rispondo - anzi, dalla Sicilia. -
Le nostre guide fraternizzano. La guida dello spagnolo si accende una sigaretta.
- Tu alla mia età non ci arrivi - gli dice lo spagnolo.
- Sto bene. Qui fumiamo tutti - gli dice la guida.
- State bene? Mi spieghi allora perché non fate altro che sputare? -
Lo spagnolo ha ragione. Non solo gli sherpa, è un'abitudine diffusa, adulti, ragazzini, uomini, donne. Sputano con devozione, magari.
- Ho sessantasette anni, - prosegue lo spagnolo - vediamo se quando avrai la mia età potrai dire di stare bene. -
La guida dello spagnolo sarà sui quaranta.
Osservo lo spagnolo.
- Ho grande ammirazione per te, - gli dico, sottintendendo il ferro alle ginocchia, - e sono d'accordo su ciò che dici. Ma ho grande ammirazione anche per loro. - Indico le nostre guide.
- Noi indossiamo t-shirt tecniche, pantaloni tecnici, scarponi tecnici, e abbiamo uno zaino di dieci chili sulle spalle e ci stanchiamo. Loro non hanno niente di tutto questo, indossano scarpe che noi utilizziamo per la spiaggia, e salgono per mille metri di disvello con settanta chili di soma sulle spalle. -
Faccio segno a Padàm di proseguire il nostro cammino.
- Vai pure tu al Gosaikunda, - dico allo spagnolo, - ci vedremo di certo lungo il cammino. Gabriele, piacere. -
- Rey, piacere, - mi dice lo spagnolo. - Me la prenderò comoda. Fai buon viaggio, Gabriele. -
I nostri passi avvolti in un mistico silenzio procedono con appagata lentezza. I raggi del sole filtrano da lassù in alto, attraverso le chiome delle conifere. Lo svolazzo dei rapaci tra le frasche fa da contrappunto al silenzio. Il benessere fisico procurato dal movimento si alimenta della propria fatica. Dopo circa due ore, di là delle chiome degli alberi, sporge il tetto di un piccolo edificio, un villaggio. Sembra sospeso sui rami, forse la dimora di un emulo di un Barone Rampante locale, in realtà è solo un'illusione procurata dalla pendenza ripida. Ma non si tratta di un villaggio, o meglio si tratta sì di in villaggio ma di un villaggio con una casa sola. In questa casa vive una coppia. Avranno sessant'anni ciascuno. Lui è impegnato a sistemare la legna, lei è seduta per terra col suo telaio. C'è una piccola area ristoro con panche e tavoli. Dal soffitto in legno che copre quest'area pendono manufatti artigianali di stoffa colorata.
- Namastè! - ci accoglie lui con un sorriso.
- Namastè! - rispondo. Mi libero dello zaino, seggo sulla panca, chiedo un succo di frutta.
Osservo i manufatti. Quanto lavoro, quanto tempo per realizzarli, e loro due, soli in mezzo alla foresta subtropicale, un puntino sul fianco di una montagna di duemila metri di altitudine, in compagnia di qualche gallina che ruspa col becco indfferente ai turisti di passaggio. Oltre la caligine, sulla sponda opposta della montagna e un migliaio di metri di dislivello, si scorge Thulo Syabru. Tra quella casa e Thulo Syabro, un abisso.
Chiedo alla donna se posso scattarle una foto. Mi concede il suo assenso senza battere ciglio. In Marocco quando qualcuno si accorge che un turista è pronto a brandire il suo cellulare vanno in agitazione e con le braccia ti fanno animatamente segno no-no-no!, vige una senso diffuso di iconoclastia, una vera e propria fobia per le immagini, in specie per i ritratti fotografici. È comprensibile, è l'esasperazione di quel moloch occidentale chiamato privacy, a metà tra specchietto per le allodole e ossessione compulsiva.
Qui in Nepal, in particolare tra le vette dell' Himalaya, non si pongono neppure la questione. Il Nepal attira ogni anno un milione di camminatori sedotti dal fascino della montagna, dagli stupa con gli occhi ubiqui del Buddha, dalle immagini delle dee dalle molte braccia, dal kamasutra, dai santoni in posizione fior di loto. Nel 2023 circa ottomila turisti hanno solcato i sentieri di Valle Langtang. Vengono qui, scattano foto coi santoni, foto a panorami, ai locali che cucinano, video coi locali che dicono namastè, agli yak al pascolo, ai gagliardetti che sventolano sui ponti sospesi, alle cime innevate. E poi tutto finisce in rete, un profluvio di immagini che sedurranno altri turisti, altri camminatori innamorati dell' oriente e della fatica. Metteranno le mani in tasca e verranno qui, a porgere sollievo a queste genti che sopravvivono con l'essenziale, che nonostante tutto sorridono e non mostrano insofferenza verso la vita e i suoi pesi.
C' è una sciarpa con due colori, bianco latte e un azzurro tenue. Mi piace molto. Vorrei prenderla. Sento voci alle mie spalle, l' ansito profondo di un respiro, bacchette sulla roccia. È Rey. Lentamente si libera dello zaino e si mette comodo. Anche lui è incuriosito dai manufatti. Osserva la sciarpa bicolore nelle mie mani.
- Prendila, - gli dico e gliela porgo.
- Ma no, l' hai vista prima tu, - mi dice.
- No, - gli dico, - il suo azzurro e l'azzurro dei tuoi occhi fanno il paio. È tua. Vi siete trovati. -
Rey ne saggia la superficie col palmo della mano.
- Ho un impermeabile chiaro, ci starà bene, - mi dice.
Ci sono delle cinte, anche quelle coloratissime. Ne prenderò una.
Faccio il bis di succo di frutta, poi recupero il mio zaino.
- Ci si vede al Gosaikunda, - dico a Rey.
Io e Padàm riprendiamo il nostro cammino.
Lasciato il villaggio alle nostre spalle, il sentiero prosegue con una discesa vertiginosa verso la valle. Laggiù c'è un ponte sospeso su un fiume.
- Gosaikunda River-sir, - mi incalza Padàm prevenendo la mia curiosità. Ormai è abituato, gli faccio mille domande, come si chiama questo, come si chiama quello. Con pazienza ed entusiasmo Padàm risponde. Non sempre. Quando non sa il nome di una data cima o dato fiume mi dice 'non so-sir' ed io gli dico:
- Dovresti saperlo, non tanto per me, che ti faccio mille domande, quanto per amore della tua terra. Sei pur sempre in mezzo alle montagne più invidiate della Terra. -
Padàm mi osserva in silenzio. Chissà quante me ne starà dicendo, penso. Forse ha ragine. Mi piace stuzzicare, provocare.
La discesa verso il ponte sospenso è ripida, il sentiero è disseminato di sassi, trappole per l' equilibrio.
Penso a Rey, se ce la farà. Un passo lento avanti un altro passo lento, giungiamo al ponte. È il ponte sospeso più sospeso tra tutti quelli che ho visto sinora, e il più lungo. Sotto di noi, molto sotto di noi, il fiume Gosaikunda.
Due ore circa di cammino e giungiamo a Thulo Syabru. Sono stanco, ho bisogno di una doccia, ho fame.
A darci il benvenuto in città è una gallina. È ritta in cima ad un muretto a secco e ci osserva incuriosita. Ne giuge un' altra. Ne giunge un' altra ancora. Si saranno date parola in un loro modo a me del tutto ignoto. Faccio per avvicinarmi e quelle fuggono come civette.
Il villaggio è in realtà già una cittadina, con strade battute, negozi, alberghi. Poco meno di un migliaio di abitanti. Mi domando cos' è che lo renda così organizzato. Poco dopo ho la risposta: le vie di Thulo Syabru sfogano in una carrozzabile che garantisce il transito di traffico pesante. Ed ecco perché il crollo della folla di sherpa lungo la via. È dislocato lungo il fianco della montagna, le prime abitazioni sono ad una quota più bassa rispetto a quelle in cima. Così sì, giungiamo a Thulo Syabru ma non al nostro albergo, il nostro albergo è in cima alla collina, un centinaio di metri più sopra, dopo una fitta teoria di tornanti.
- È quello lassù in alto, quello più panoramico-sir, - mi dice Padàm con un sorriso tra il divertito e il sadico.
- Ti venga un accidente, - gli dico.
L' albergo è molto accogliente. Lo è anche Mr. Rakesh, il nostro ospite. La stanza ha il bagno in camera. È piastrellato. C' è un lavadino. C' è perfino uno specchio. Un autentico cesso europeo, come solo gli europei sappiamo fare. E finamente posso anche radermi senza reggere il cellulare.
Ci sono due letti con lenzuola e piumoni freschi di lavanda, lusso che nei villaggi non puoi concederti. Talvolta ho trovato piumoni e federe ammuffiti ma non mi ha fatto specie. Ho avvolto i cuscini nelle mie t-shirt. Ho usato il mio sacco a pelo. Ho scelto di fare questo viaggio proprio perché ho relegato la comodità in fondo alla lista. Le condizioni igieniche sono precarie e anche di questo non mi preoccupo. Quello che cerco non è una situazione da villaggio turistico, lì le lenzuola saranno pure pulite ma è tutto il resto che è abbastanza sporco. A Lama Hotel ho fatto colazione con gli sherpa che mi dormivano accanto sulla panca nella dining room e montarozzi di piumoni che non vedevano acqua da chissà quanto ma non mi importava, quel senso di promiscuità, quel senso di un vissuto precario, quel senso di 'questo c'è e questo se vuoi ti prendi' mi piaceva e mi piace. Non è stato di natura ma gli è molto vicino, uno stato immediato, senza mediazioni. La mia camera era piena di spifferi e assi di legno marcio ma era già tanto se potevo trascorrere la notte al chiuso.
Vivere e sopravvivere dell' essenziale. Minimalismo.
Mi concedo una lunga doccia. Mi rado. Mi vesto. I miei movimenti sono molto lenti, non tanto per la stanchezza, scioltasi via con l'acqua, quanto per il lento defluire del mio essere, per la lenta acquisizione dello stato di grazia, lo stato di assenza.
C' è un'ampia finestra che dà sulla valle. Mi si mozza il fiato. Tante casupole sparse sui fianchi delle montagne. Terreni coltivati a terrazze. Lontano, nel mezzo della foresta, che sa tanto di terra di nessuno, un puntino minuscolo, bianco. È la casa con la donna che filava le sciarpe e le cinture.
Approfitto del lavandino per sciacquare t-shirt, calze e mutande.
Mi concedo tre cene di seguito: momos, patate arrostite, chowmin con verdure, e birra. Ceno all' aperto in un'ampia veranda con vista sulla valle. Siamo a quota duemila duecento ma fuori si sta bene. Oltre a noi ci sono soltano altri due ospiti, uno sherpa rumoroso e una donna.
Dopo cena con Mr Rakesh ci intratteniamo in una lunga conversazione: l' Himalaya, la vita dura in montagna, l'Italia, la Sicilia, il mare, la politica.
Gli dico:
- Avete avuto inondazioni devastanti, ho letto che il vostro primo ministro ha rinunciato a un mese del suo stipendio mettendolo a disposizione degli sfollati, e così pure i suoi consiglieri, hanno rinunciato a una settimana di stipendio ciascuno. -
- Propaganda, - commenta con amarezza Mr Rakesh. - Corruzione. I livelli di corruzione in Nepal sono ad altissimi livelli. Approfittano della povera gente. In Italia state meglio. -
- Caro Mr Rakesh, non è tutto oro quello che luccica, in Italia abbiamo tanta bellezza quanta corruzione. -
Nei giorni precedenti alle 20 già dormivo, stasera vado a letto dopo le 21.
Prendo subito sonno. Dormirò tutta la notte come un ghiro. Il noto esibizionismo del mio nervo sciatico quella notte non pervenuto.
Al mattino successivo, sveglia alle 5, alle 6 faccio colazione, pancake con miele e tè allo zenzero. Recupero la roba stesa ad asciugare, saldo il conto degli extra con Mr Rakesh, recupero i miei zaini in camera, si riparte. Dimenticherò tra mille imprecazioni in lingue estinte la mia fida giacca rossa, me ne renderò conto solo quando saremo quasi giunti a Sing Gompa, la nostra prossima tappa in direzione lago Gosaikunda, il lago di Shiva e Buddha.