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Sospeso sul fiume Langtang
In cima a Tserko Ri, 4985 m. Alle mie spalle, Ganja La Pass, uno dei passi più impegnativi dell'intero Nepal

PREMESSA

 

È la storia, non colui che la racconta.
Stephen King

 

Questo racconto non ha la pretesa di essere utile a quanti nell' eventualità decideranno di andare nella Valle del Langtang, nel web non mancano contenuti con info utili. Questo racconto ha tuttavia la pretesa di essere originale, non il solito profluvio di video con l' occhio di pesce delle gopro e delle actioncam, non la chiacchiera ciarliera di chi si riprende col braccio teso sugli sfondi imbiancati delle cime dell'Himalaya e sui ponti sospesi tibetani, non il frusto egotismo di chi mentre scatta una foto sull' Everest dicendo quanto è bello in realtà scatta una foto dicendo quanto è bello il proprio ombelico. 

Il racconto è corredato di immagini e video ma si tratta soltanto di suppellettili ancillari, su tutto prevale il testo, nel mio racconto contano le parole e il loro potere evocativo. Ho voluto raccontare una storia fatta di storie. Ho raccontato la mia esperienza col deliberato e protervio proposito di mettere da parte il mio ego di osservatore, turista, escursionista europeo per dare spazio a ciò che mi stava intorno, a ciò che mi viveva, e alla sua dignità. Ho messo a fuoco l'evocazione più che la descrizione, ho volutamente eluso aggettivi immaginifici e superlativi assoluti. Per ciò che riguarda la mia persona, nel testo è del tutto assente quell' infida e schifida e volgare parola che sui dizionari corrisponde al lessema 'io' . G.M.

 

Langtang Gosaikunda FULL

 

La traccia sonora dei video, THERE'S SOMETHING MORE, è utilizzata in concessione libera con licenza youtube.

Su tutti i contenuti - testo, video, foto - © tutti i diritti sono riservati.

Codice ISBN 9788897885481 - Il codice ISBN tutela la proprietà intellettuale di quest' opera.

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Un' esperienza non è mai il suo dato di cronaca.
Un' esperienza prende vita prima ancora che cominci, prima ancora che noi stessi realizziamo quell' insieme di idee, suggestioni, volizioni, aspettative, obiettivi che la rendono poi possibile.
Non si vive un' esperienza, si è vissuti da un' esperienza. Un' esperienza è come l' invocazione alle Muse, una possessione, un insieme di vibrazioni da cui ci si sente scossi, manipolati, voluti, usati, fatti a pezzi, pezzi poi rimessi insieme in un ordine nuovo, totalmente inatteso, imprevisto e imprevedibile, un ordine di cui noi stessi che viviamo quell' esperienza, che subiamo quella possessione non siamo altro che strumenti utili. Una possessione come un massaggio di mani ignote che coinvolge corpo, mente e spirito.
Un' esperienza urge. Una volta entrata in noi, non abbiamo altra scelta: occorre vivere l'esperienza.
La mia esperienza in Nepal comincia nel marzo del 2024. Torno dal Marocco, un viaggio che mi ha solo divertito, quasi privo di spessore fatta eccezione per quelle rare volte in cui sono riuscito a ritagliarmi spazi isolati, lontano dal coro.


 

 

Torno perciò dal Marocco con un senso di insufficienza radicale, di privazione, di inadeguatezza. Non sono stato in Marocco, sono stato nelle fotografie del Marocco. Un Marocco realmente virtuale.

Sono stato in Marocco senza l'esperienza del Marocco, rimasta lontana da me come una minaccia. Minaccia nel senso non l'esperienza per me, me stesso una minaccia per l'esperienza. Come se non fossi stato degno della sua possessione, come se l' esperienza mi avesse snobbato non trovando in me un passaggio degno di espressione.

E dunque torno dal Marocco pendente nel vuoto. Barcollo nel vuoto, sospeso in un abisso di inconsistenza. Di quell' abisso non scorgo il fondo. Sono orfano di un'esperienza. Sono orfano di me. Sono andato con l'intenzione di perdermi, di smarrirmi ancora una volta, di dimenticare chi sono, di mollare quel sacco chiamato Gabriele, e invece quel sacco è sempre con me. Non sono tornato dal Marocco orfano di me, sono tornato orfano della mia assenza. L'essenza di me è la mia assenza.

In uno stato febbrile, ancora con le valigie da disfare, coi profumi delle essenze di Marrakech addosso, mi piazzo su un motore di ricerca e digito il prompt 'nepal', saltano fuori dati e fotografie in quantità: Reinhold Messner, scalatori sull'Everest, siti istituzionali, la storia di Walter Bonatti e del K2, stupa persi nelle valli con bandiere gagliarde, vette imbiancate vertiginose, nomi esotici. Eccetto la fama, tutto ciò mi è ignoto, il bandolo della matassa si nasconde in quella miriade di dettagli e spunti, ricerca ardua ma una cosa già la so: partirò da solo. Tra le foto e i video che trovo, le escursioni al campo base Everest, cinquemila trecento metri, file indiane di escursionisti come ai negozi di un centro commerciale, gente che sgomita seduta ai tavoli all'aperto dei villaggi in quota per farsi un selfie, per chiacchierare, allargando le braccia su cime imbianacate, urla sguaiate come alla partita della Nazionale, un fare ciarliero di chiacchiere inutili sulla bellezza. Tutto ciò mi urta, mi schifa, mi ripugna, mi delude, non mi interessa. Troppo dispersivo. Il rischio è la dispersione della mia assenza, sminuire la mia assenza. Un' esperienza al campo base Everest comporterebbe il rischio di una disapprovazione, di una privazione, il disappunto di un' esperienza, la conseguenza di una non-possessione, un non-canto, un non-disincanto, un canto stonatissimo, una disarmonia intollerabile di rumori, il fracasso abissale della presenza di me. Un orrore.
Ma occorre un punto su cui fare leva, su cui poggiare il mondo, su cui dare consistenza alla mia assenza.
Devo trovare qualcuno che mi conduca lì dove finalmente potrò non-esserci. E questo qualcuno dev' essere indigeno. Niente italiani, niente gruppi, niente scambi di battute tipo tu da dove vieni, oh per me è la terza volta, oh, io sono stato sulla cima del Manaslu, e io allora? quella dell' Everest, ho conosciuto Messner, un grande, c'è morta gente lassù, ma sai, l'ossigeno, sono vegetariano, la notte possono esserci scompensi, no, per me è la prima volta e bla e bla e bla.
Niente balle.


 

 

Solo l' escalation del mio stupore. Solo il mio respiro. Solo i miei passi sulla ghiaia. Solo il mio ansito.
Occorre un uomo del Nepal.
Allora le agenzie. Ma c'è una pletora di agenzie.
Gli itinerari. Una pletora di itinerari.
I dettagli. Una pletora di dettagli.
Consigli sull'attrezzatura. Una pletora di consigli.
Garanzie di viste mozzafiato. Capirai, in Nepal.
Una messe di informazioni che fa sembrare tutto uguale, uguali le agenzie, uguali gli itinerari, uguali i dettagli.
Leggo e rileggo la documentzione sui siti centinaia di volte, faccio confronti. E saltano fuori le differenze.
A parità di itinerario, costi differenti. Molto differenti. Cos' è, voi ci avete i denti d'oro e quegli altri no? Ah ecco, l'accoglienza, mi venite a prendere in aeroporto e quando tutto è finito mi venite a lasciare. Ma guarda, c' è pure la camera a Kathmandu. Sì, va bene, ma anche quegli altri là mi danno camera a Kathmandu e mi fanno accoglienza, e dunque? Dove sta il trucco? Aspetta, e questo cos' è? Cosa vuol dire 'trek pubblico'? E perché lì sta scritto 'privato'? E poi guarda, vedi come saltano fuori i conigli dal cilindro? Minimo partecipanti due, ma c'è un problema: voglio andarci da solo, voglio stare SOLO. E dunque che si fa? Ti attacchi. Mi attacco un corno.
Dunque, facciamo il punto: tu puoi andare in gruppo o da solo, se vai in gruppo paghi meno. Ah. Sì, e non solo: puoi scegliere il tipo del tuo trek, pubblico o privato, cioè puoi scegliere di accodarti a un pacchetto di preferenze oppure personalizzare il tuo trek.
Adesso è chiaro.
E naturalmente, il mio sarà un trek privato e singolo, e chissenefrega dei prezzi. Va bene, ma il problema resta: qui c'è un casino e una sporta di agenzie, a chi affidarti? Chi li conosce?


 

 

Mi trae in salvo un'amica. Vive in Trentino e ha un amico che giusto adesso è lì in Nepal, 'mettiti in contatto con lui, - mi dice - dice, lo trovi sul social'.
Lo cerco sul social, lo trovo, gli scrivo. E lui, con bacchetta in mano, zaino in spalla, con le cime imbiancate tutte intorno a lui, mi risponde: "Guarda, io sono con loro, mi trovo bene. Il titolare è un bravo ragazzo e fa prezzi onesti. Vai tranquillo".
E finalmente, esce fuori quella che sarà la 'mia' agenzia.
Egli sta facendo l'anello dell'Annapurna. L'Annapurna è uno degli Ottomila.
Mi documento. Mi piace.
Vedo scatti, mi sorbisco video. Mi entusiasma.
Leggo le note tecniche sui siti che lo propongono, mi ha già preso, voglio fare questo trek.
Vedo altri scatti e altri video, vedo file indiane come al Conad. Non se ne parla neppure.
Niente campo base Everest.
Niente anello Annapurna.
Peccato, mi piaceva perfino il nome ma troppi specchietti per le allodole.
Aspetta, ci sarebbe quello, coso, come si chiama? Il nome non mi viene, hai visto un video, oltretutto fatto molto bene, eh ma ci ha un botto di tempo, non ha importanza, aiutati con la cronologia, è vero, la cronologia, poi uno dice i social. Allora, scorro scorro scorro, indietro indietro indietro, questo no, quello no, questo no, questo neanche, no, neppure questo, questo è un film, questo è un documentario, la guerra in Ucraina, le elezioni negli USA, la manovra del governo, i film di Fellini, Nino Manfredi, Deserto Rosso di Antonioni, dove cacchio sarà, non ricordo quando l' ho visto... eccolo! Manaslu circuit! Manaslu!
La montagna dello spirito. Questo è il suo significato.
Torno sul sito della mia agenzia, digito il prompt nella casella del motore di ricerca interno al sito 'manaslu'... ed ecco che spunta l' itinerario.
Foto splendide.
Luoghi splendidi.
L'accoglienza: c'è.
La camera a Kathmandu: c'è.
I consigli su cosa portare: ci sono.
Fantastico, c'è tutto.
È lui, è il mio trek.
Tra l'altro, gruppo privato. Perfetto.
Partecipanti: minimo due.
Come sarebbe a dire, minimo due?!
Eh, la regione del Manaslu si trova al confine col Tibet, occorrono permessi speciali e al fine di tutelare le etnie locali sono ammessi soltanto gruppi con un minimo di due partecipanti. Tradotto, niente solo trek.
Sciocchezze! Il tizio del video era da solo!
Eh, questo è ciò che ha voluto far credere a te. Va' a vedere nei dettagli sotto al video.
Certo, vado a vedere.
I dettagli rimandano al sito ufficiale dell' autore del documentario.
Navigo sul sito ufficiale dell' autore del documentario.
Ti spiega tutto. E ti spiega anche che non puoi andare da solo.
Ma va', vediamo altre agenzie.
Niente. Tutte uguali. Tutte minimo due. La regione del Manaslu si trova al confine col Tibet, occorrono permessi speciali e al fine di etc etc etc.
Niente campo base Everest.
Niente Annapurna.
Niente Manaslu.


 

 

welcomeVa bene, è giunto il momento di chiedere lumi direttamente al titolare dell'agenzia, la mia agenzia.
Altro che lumi, un' intera centrale elettrica. Tra me e Mr Kesh, così si firma l'uomo, s' innesca una fitta corrispondenza.
Mesi interi a scriverci.
Domande circostanziate, le mie.
Risposte altrettanto circostanziate, le sue.
Ogni giorno, una domanda diversa.
Ogni giorno, puntuale, la sua risposta.
Centoquarantaquattro mail totali, senza contare gli allegati. Un libro.
Da aprile ad ottobre, sino a ridosso della partenza.
E così compio infine la mia scelta: Langtang Gosaikunda.

Il Langtang è un fiume impetuoso che dà il nome all' intera valle. La valle si snoda a nord di Kathmandu, lambisce il confine col Tibet e copre una vasta area che comprende la foresta subtropicale alle quote più basse sino ai ghiacciai del Langtang Lirung, la cima più alta della valle, settemila duecento metri di altitudine. La risalita del fiume consente di entrare in contatto coi più svariati registri della biodiversità, finché la vegetazione, con un fittissimo sottobosco e conifere ad alto fusto, sfuma sulla viva roccia, a quota tremila cinquecento. È a quella quota che le cime imbiancate dalle nevi perenni cominciano a piantonare la valle. Dal Langtang Village le cordigliere si aprono come un sipario, a perdita d'occhio. I nomi dei villaggi suonano tutti in inglese, in realtà si tratta di declinazioni in funzione degli ospiti, i cartelli all' ingresso di ciascun villaggio recano il nome proprio nepalese sotto quello inglese di facciata.

Quando realizzo la mia scelta, comincio a prendere informazioni su ciò che mi aspetta: se prima consultavo le centinaia di siti di agenzie per carpire quante più informazioni sull' itinerario e i prezzi, adesso torno su quei siti con uno spirito più rinfrancato ma con l'avidità dell' arsura nel deserto, mosso dalla necessità di sorbire tutto, tutto quanto riguardi Valle Langtang e i suoi villaggi, le cime che la sovrastano, la natura dei percorsi, i dislivelli, le pendenze, gli scorci, i dettagli, i ponti sospesi, la gente del luogo. Dai siti delle agenzie passo ai video su youtube. Creo la mia personale playlist con tutti i video - TUTTI - presenti sulla piattaforma attinenti Valle Langtang. In realtà quella playlist, sebbene avessi intercettato tutti i video su Valle Langtang, non può essere esaustiva: ogni giorno trovo video nuovi di utenti che sono già stati lì e che pubblicano i loro vlog. La cosa rende la mia attività di ricerca ancora più frenetica e la mia curiosità ancora più avida. E i miei sogni più eterei e volatili e voraci. La mia immaginazione si spinge più in alto. Volo alto come un' aquila, e come un' aquila scorge la sua preda centinaia di metri più in basso e vi si lancia a capofitto, così volgo il mio sguardo e mi catapulto sul dettaglio inedito, sullo scorcio, sulle cime che quei video che ho già visto decine di volte ho strascurato. 
Quando la mia arsura è sazia di panorami e vedute e cime imbiancate, metto a fuoco gli aspetti pratici.
È cosa alquanto ardua fare cernita su molti di quei video. Uno, due utenti al massimo sono riusciti a confezionare documentari di grande fascino, col senso della storia e tanto talento ma si tratta di professionisti, gente dotata di treppiedi e risorso tecniche di alta qualità ed esperienza.
Per il resto, materiale scadente, amatoriali come gite scolastiche, con tante facce, risate sguaiate, tanti selfie, tanta allegria e ben poco altro, in cui la molla compulsiva del chiacchiericcio ciarliero copre tutto il resto.
Nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di materiale girato con action camera, il che vuol dire obiettivi grandangolari con l'effetto cosiddetto occhio di pesce che tende a distorcere l'immagine.
Ciò non ostante, quel materiale siffatto mi torna utile.

Talvolta capita che l' utente inquadri il percorso, allora rivedo decine di volte il medesimo video soffermandomi sui dettagli, avanti e indietro, avanti e indietro.
Oppure sul cibo. Cosa mangiano nei villaggi nepalesi a quattromila metri di quota? La risposta è anche in quei video sgangherati, e così giù a rivederli decine di volte: dalbhat, riso fritto, verdure fritte, cholapati, omelette e tante varietà di tè.


 

 

gagliardettiEcco, il cibo. Meglio, un' organizzazione razionale dell' assunzione di cibo, cioè una dieta. Dovevo dotarmi di una dieta. Sono vegetariano già da anni ma se posso agire meglio sulla mia alimentazione, devo farlo.
Agisco sul cibo ma anche sul corpo. Cioè allenamento e controlli.
Controlli innanzitutto miei su me stesso, sul mio stesso corpo, sui livelli di sforzo fisico, sui livelli di sollecitazione e perfino sui livelli di tolleranza del dolore. Come ha giustamente osservato Mr Kesh in una delle sue mail, una cosa è fare venti chilometri di percorso a millecinquecento, duemila metri, ben altra cosa a quattro, cinquemila metri. A quelle quote la rarefazione dell' ossigeno è il vero problema.
E chi c' è mai stato a quattromila, cinquemila metri di quota? Mi ritengo testato per quota tremila quattrocento, la cima dell' Etna, dove sono stato l' anno prima e dove non ho avvertito nulla eccetto il normale sforzo fisico.
Quattromila. Cinquemila. Quelle cifre vorticano davanti i miei occhi come dervisci in delirio. Mi affascinano come canti di sirene e mi incutono al contempo un timore profondo, radicato. Sono stato nel Grand Canyon e ho attraversato il deserto dell' Arizona in perfetta solitudine ma mi trovavo pur sempre in terra 'consacrata', se mi succedeva qualcosa un punto di appoggio lo trovavo ma nelle vette dell' Himalaya? Lassù è più facile trovare una palma nana che un medico. In quell' area, nell' area di valle Langtang, la città più in quota è Dhunche, duemila metri, per il resto si tratta di villaggi di pochi abitanti ed mi sarei mosso più in alto e in luoghi molto più remoti. Kjianjin Gompa, il villaggio più remoto, è situato a quattromila metri e la città più vicina, Syabrubesi, è a tre giorni di cammino e duemila metri più in basso. La consapevolezza sul e del mio corpo deve essere totale.
Da lì, oltre il mio controllo sul mio stesso corpo, i controlli medici.
Nonostante faccia escursioni da anni, non ho mai fatto controlli medici specialistici prima d' ora, in totale fiducia al mio corpo: niente elettrocardiogramma, niente spirometrie, niente ecodoppler, niente emocinetica tuttavia, donatore di sangue da diversi anni, ho sempre tenuto monitorato il mio equilibrio fisico coi referti medici che periodicamente ricevo.
Decido di sottopormi a un ciclo di controlli specialistici. Tra la burocrazia e i tempi morti e le auscultazioni vere e proprie della mia fisiologia, vincono i primi. Le seconde mi danno il loro nulla osta. Il mio corpo è pronto.
La data della partenza si avvicina. Viene l'estate. Fa tanto caldo. L' afa serra l' esofago ciò non ostante non mi privo di un allenamento costante e necessario: tante escursioni, tanti chilometri sotto il sole cocente e lo scirocco implacabile dell' estate sicula. Per arginare l' afa, mi dedico ad escursioni a crepuscolo inoltrato: la necessità incontra il fascino notturno del cielo estivo e le sue stelle, con le luci dei borghi lontani abbarbicati sulle colline, bagliori scintillanti che amplificano lo spazio e il silenzio intorno, mistura di odori e suoni e sensazioni che rendono più profonda l' espropriazione del sé, il rilascio costante dell' assenza dalla propria mente e dal proprio spirito, un rilascio che alleggerisce il corpo.
Passa giugno. Passa luglio. Passa agosto. Si giunge alla fine di settembre.


 

 

Nel rileggere le notizie e rivedere i video su Valle Langtang, una notifica della piattaforma mi porge una notizia: il 28 e il 29 settembre Kathmandu è sconvolta da piogge torrenziali, piogge che causano l'esondazione del fiume Bagmati che attraversa la città. Risultato: duecentoquaranta morti e quattromila settecento sfollati. È catastrofe nazionale, mai così dal 1970. Frane ovunque. Tutta l' area attorno la città è una fogna a cielo aperto. Detriti e carcasse di bus e automobili e corpi umani trascinati dalla furia delle correnti di fango. Tutte le principali arterie che collegano la città al resto del Paese sono occluse dal fango e dai crolli. Per tre giorni la vita in città e nella valle del Bagmati è paralizzata. Lentamente la protezione civile e l' esercito si mettono a lavoro prima di tutto per recuperare le centinaia di dispersi, poi per restituire al traffico regolare le strade principali. La circolazione delle merci, soprattutto alimentari, è al collasso, i prezzi s'impennano del novantacinque per cento. 
Leggo tutto ciò coi brividi. E rassegnazione. La mia partenza è fissata per il 16 ottobre, il mio viaggio è naturalmente compromesso. Pazienza, mi dico, posso solo sperare nella fortuna, con tutti quei morti, poi c'è poco da sperare. Ma trascuravo un dettaglio importante: Durga - Khalì, la dea che simboleggia il trionfo del bene sul male, consorte di Shiva, una delle più importanti del pantheon indù. E trascuravo il Dashain, la ricorrenza religiosa più importante del calendario indù dedicata proprio a Durga - Khalì, festa che ogni anno muove milioni di induisti e che si tiene nella prima metà di ottobre. Quest' anno è prevista dal 3 al 14 ottobre. Ha il sapore del Natale cristiano, è la festa del focolare domestico, in cui gli indù si allontanano dalla città per ricongiungersi alle famiglie nei villaggi. Le celebrazioni a Durga - Khalì accelerano il lavoro della protezione civile e dell' esercito sulle strade. Pian piano vengono riconsegnate al traffico le arterie principali che da Kathmandu si diramano in tutte le direzioni.
Contatto Mr Kesh, il mio agente del Nepal: Dear Mr Kesh, Namaste! che situazione abbbiamo a Valle Langtang, grazie per la tua mail, sir, la situazione è tranquilla, è appena tornato un gruppo da lì, le strade sono come prima delle alluvioni. Il tuo trek è salvo.
Il mio trek è salvo. È salva anche Valle Langtang, almeno questo. Nel 2015 venne devastata da un terremoto che rase al suolo interi villaggi e causò centinaia di morti tra turisti e indigeni. Per stavolta Durga - Khalì ha fatto la grazia.


 

 

zainiMi dedico agli zaini. Due zaini che ho già impacchettato e spacchettato decine di volte, più che una necessità, un esercizio, comunque un esercizio necessario: per calibrare i pesi, per distribuirli nel modo più ottimale possibile tra lo zaino che si sarebbe sobbarcato il mio sherpa e quello mio, e soprattutto, per mollare la roba inutile. Devo sopravvivere per quattordici giorni giorni tra le vette himalayane, camminerò per centoquaranta chilometri e attraverserò una valle dove la biodiversità è la regola, dalla foresta subtropicale ai ghiacciai dei Settemila, così venti chili totali, compresi di rifornimento idrico e del peso degli stessi zaini sono inevitabili.

Tra i tanti utenti che pubblicano video delle loro esperienze in Valle Langtang ne individuo uno in particolare di una ragazza californiana che è andata in primavera con la sorella, le rivolgo qualche domanda: che distanza c'è tra Kjiangjin Gompa e la vetta di Kjiangjin Ri, e che temperature ci sono, mi risponde quasi immediatamete ciao, devi considerare il periodo in cui vai, guarda, andrò tra qualche giorno, tu sei stata in primavera, immagino che le temperature non saranno molto differenti, certo, sì, copriti bene, io ho trovato - 5 °C che possono anche essere più basse, in cima a Kjiangjin Ri e Tserko Ri c'è sempre molto vento, ok, sei gentile, grazie mille, ciao, fai buon viaggio (faccino con sorriso e cuori).


 

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Kathmandu Durbar17 ottobre 2024, giorno 1

Il volo parte da Catania. Faccio scalo a Dubai per qualche ora. Giungo a Kathmandu il mattino dopo. Durante la notte riesco a dormire anche da seduto. In quella posizione il mio caro amico nervo sciatico sta buonino nel suo angolo. È un esibizionista, viene a farmi visita ormai da un anno, talvolta con discrezione, talaltra con un fracasso che non mi lascia in pace. Quando è proprio in vena, subentra il dolore. Mi riprometto di sottopormi a una visita una volta rientrato. Al momento deve vedersela con me.

Disfo il necessario per una lunga doccia calda, poi appuntamento nella hall dell'albergo con la mia guida e con Mr Kesh. La mia guida, Padàm, è un omuncolo con gli occhi che sorridono al posto della bocca, sembra un cartone animato, animato dall' affabilità tipica dei nepalesi. Scambiati i convenevoli del caso, mi congedo dai miei ospiti e mi dedico a lei, alla città. Kathmandu ricambia con l' esuberanza di un abbraccio soffocante: dire che è caotica non rende l'idea, magari fosse solo caotica. Non ci sono marciapiedi, le auto e i ciclomotori sbucano ovunque e ovunque s' infilano, come niente ti trovi un taxi sotto l' ascella. Le auto sfrecciano in ogni direzione, il fumo e la polvere filtrano l' aria in un effetto di pulviscolo torbido. Ma l' incanto della città ha il sopravvento, come una voce che ti dicesse 'vai oltre ciò che vedi, concentrati su ciò che senti'. Ed io vedo colori e sento odori, i colori dei negozi di stoffe e gli odori delle essenze. Ogni negozio ha una bacchetta di incenso accesa. le fragranze stordiscono più del caos delle automobili, ma sento anche voci, voci sommesse, che mi bisbigliano qualcosa di non immediatamente comprensibile, forse per via del traffico, forse per via del fascino misterioso della città. Poi capisco: sono i bisbigli degli imbonitori, uomini che ti si avvicinano con discrezione, ti puntano, ti fissano e parlano, e ti promettono donne a prezzi facili, massaggi, sostanze eccitanti, tutto vicino a te, soltanto al terzo piano, vedì? Forza, sir, fatti coraggio, costa poco, sir, donne, sir, roba buona, sir. Sir.


 

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dalbhatIl fatto è che ho fame. Sto cercando un posto dove mangiare il mio primo dalbhat in terra consacrata. È pieno di gastronomie, più o meno assortite, più o meno sporche. Vedo una tabella, "cucina internazionale, al primo piano".
Bene, mi dico, almeno mi allontano dal traffico. È un edificio tutto in legno, c' è una sala con sì e no dieci coperti, ed è deserta. Brutto segno, mi dico. No, se consideri che sono le cinque del pomeriggio. O la va o la spacca. E l' è andata, il dalbath è buono. Dopo il pranzo-cena, recupero il mio amplesso con la città. Cammino con una certa leggerezza di spirito, non posso permettermi altro tipo di leggerezza, il mio corpo è vincolato dal traffico tentacolare. Mai metafora fu più appropriata: il traffico di Durga - Khalì, la dea dalle molte braccia. Un tipo mi si appiccica addosso. È un ragazzo di manco vent' anni, parla un po' italiano. Sì, ha intuito che fossi italiano, non si sa da cosa ma l' ha intuito. Parla e parla. Chiaro che poi dovrò sganciare una mancia ma siccome in qualità di guida improvvisata è bravo, lo lascio fare. Mi conduce nel cuore di Kathmandu, viuzze strette con un tempio ogni pisciata di cane ma i cani qui forse non pisciano, sono tranquillissimi, dormono tutto il tempo, cani zen che ciondolano indifferenti tra motociclette e esseri umani, tantissimi cani che dormono sdraiati sul ciglio della strada quando taxi e SUV e bus passano loro accanto a pochi centimetri. Comincio a scattare qualche foto: un tempio, gli occhi di Buddha in cima ad uno stupa, l' insegna in rilievo di un negozio di cianfrusaglie, sull' ingresso di un tempio c' è un individuo in un rilievo ligneo con un fallo enorme che si masturba, ci sono due che scopano soddisfatti, ci sono altri che si agitano in un non meglio identificato sesso: il kamasutra. Sul frontone di un altro tempio la mia guida improvvisata mi indica un rilievo, una dea con molte braccia.
- È Annapurna, - mi dice - oggi si celebra la sua festa. Protegge gli escursionisti. -
- Ma guarda, - dico - è anche uno degli Ottomila. Avrei voluto fare l' anello dell'Annapurna, poi ho scelto diversamente. -
C' è un banchetto con tanti lumini accesi. Il ragazzo ne accende due, uno per lui, uno per me. Poi prende una scodella con un unguento rosso, intinge un dito e mi fa un segno al centro della fronte.
- È la kika, il tuo terzo occhio. -
Osservo il tempio col rilievo di Annapurna.
- Guarda bene, - mi dice il ragazzo - ogni tempio è diviso in tre ordini, uno è l' ordine delle parole, l' altro l' ordine del corpo, infine l' ordine dello spirito. - E sorride.
Quando giunge il momento del nostro congedo, prendo il portafogli, intendo lasciargli qualcosa. Lui mi dice:
- No, non voglio danaro, se vuoi darmi qualcosa acquista del cibo per me e la mia famiglia. -
La trovo una risposta ricca di dignità.
- Cosa ti serve? - gli domando.
- A due passi da qui c' è un negozio di alimentari, - mi dice. Al negozio prendiamo delle buste di pasta. Ci salutiamo naturalmente con un accorato Namastè.
In fondo alla via c' è una piazza con uno stupa enorme, gli stupa sono gli equivalenti delle cappelle cristiane, con in cima gli immancabili occhi del Buddha. 

 

 


 

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occhi del buddhaGli occhi del Buddha ti seguono ovunque, sono ovunque. Mi scatta un collegamento: il grande fratello, la nevrosi ossessiva dell' uomo occidentale di essere sottoposto a controlli di ignoti, sguardi di ignoti, verifiche di ignoti. Forse questa nevrosi ossessiva ha il suo precedente in Buddha, è la declinazione, la corruzione occidentale di una fonte di benedizione atavica, di prima di Cristo. D' altronde, non sarebbe la prima volta che l' uomo occidentale declina a proprio uso e consumo oggetti concettuali di provenienza orientale: lo swastica, il drago, la resurrezione, il Tao, il vuoto, il pieno, l' atomo, la meccanica quantistica, il prototipo della guerra di Troia.
Il potere, il grande fratello, quello che ti vuole morto.
Il Buddha, il fratello grande, quello che ti vuole vivo.


Non sai mai se Kathmandu ti affascini o ti ripugni. Probabilmente entrambe le cose. L' espressione "città ricca di contraddzioni" ha il sapore ammuffito delle etichette giornalistiche che gli imbrattacarte nostrani affibbiano a qualunque città, si tratti di Roma, Palermo o Busto Arsizio. Un po' come accade a certi funerali, 'era una brava persona, sorrideva sempre', un' etichetta che funziona. Kathmandu incarna quell' etichetta nella sua essenza, come tutte le grandi città dell' oriente. Oriente, altra etichetta, etichetta eurocentrica. Allora diciamo un po' come tutte le città non europee. Forse è per reazione al suo caos che le montagne nepalesi suscitano un senso di profondo misticismo, di amore per la solitudine, immediato, senza mediazioni. Dell' abbraccio soffocante di Kathmandu comincio a sentire un' intenzione tenera e struggente di farsi voler bene a tutti i costi. E ci riesce. Kathmandu testimonia la mia assenza, l' assenza di me, l' assenza da me.
Il mio albergo è in pieno centro, zona Thamel. Attorno il mio albergo è tutto uno svolgersi di viuzze strette che sembrano portare da nessuna parte, il cui unisco scopo pare sia quello di farti perdere le tracce. Trovo una galleria, al suo interno il traffico è impedito, si può solo a piedi. Lì trovo la parte più dolce del mio amplesso con la città. Lì mi perdo tutto il giorno precedente la mia partenza per Syabrubesi, la cittadina da cui inizierò il mio cammino in Valle Langtang. Rallento, osservo, sento i profumi, guardo i colori, le insegne, i libri, i volti della gente. Mi siedo. E respiro. Chiudo gli occhi. E respiro. Mi elevo in estasi. E respiro.
Si fa sera. Torno in albergo. Altra doccia calda. Non è una questione solo d'igiene. L' acqua che scorre sulla pelle ristabilisce il tuo equilibrio statico. È l' amigdala entro cui viviamo, il bozzolo energetico che attrae talune cose e altre respinge, un fenomeno karmico, il più tangibile.


 

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Kathmandu fili18 ottobre 2024, giorno 2

Il giorno appresso l'appuntamento con Padàm è per le 07:30. Mi attende col fuoristrada noleggiato per l'occasione, con tanto di autista. Ci condurrà a Syabrubesi. Potevo scegliere di andare con un bus pubblico, avrei risparmiato non poco danaro ma i video orribili che mi sono sorbito per sei mesi hanno pur avuto la loro utilità, tra cui farmi vedere quale cosa altrettanto orribile siano i bus pubblici, pieni come uova, sgangherati, polverosi, puteolenti di carburante e scomodissimi. Fuori dal comprensorio urbano, le strade sono peggio di trincee a Beirut. Mi attendono centoquaranta chilometri e cinque, sei ore scarse di tragitto, traffico permettendo. Con un bus sarebbe stato un inferno.

Il fuoristrada, un Mahindra Scorpio, fabbrica indiana, è un veicolo ampio, comodo. Seggo dietro, tutto il sedile per me. Fuori dal finestrino scorre la città, scorrono migliaia di automobili, di motociclette che dribblano tra i dossi di sterrato, tra carcasse abbandonate di vecchi bus, tra i resti delle recenti inondazioni. Oltre il parabrezza, una spessa coltre di polvere. Non ci sono marciapiedi. I pedoni indossano mascherine. La periferia di Kathmandu non è dissimile dalle periferie delle città europee, aree che ti ricordano che l' amministrazione è lontana e che ha ben altro da fare.
Il fuoristrada comincia a salire sui monti coperti dalla foresta subtropicale. Tornanti ogni cento metri. Sui tornanti, catapecchie. Uso catapecchie non per disprezzo ma per cronaca. Galline che razzolano indifferenti al traffico, i soliti cani che ciondolano morti di sonno, e nugoli di bambini che giocano sotto lo sguardo non poi così vigile degli adulti, ragazzini con la divisa scolastica alla fermata del bus, uomini con carichi impossibili sulle spalle, l'unica cosa che riescono a vedere sono i propri piedi dentro quel tipo di scarpe che noi bravi europei utilizziamo per andare al mare. Il fuoristrada sale di quota, la foresta s'infittisce. Non ci sono guardrail. Una donna sale mogia sul pendio, davanti a lei scorrazza felice un bimbo. Poi la donna si ferma, il bimbo la raggiunge, ed entrambi seggono sul ciglio della strada. Dietro loro scorre il traffico, davanti loro, lo strapiombo sulla valle della città. Chiedo all' autista una sosta tecnica. L' autista mette freccia e accosta. In Nepal la guida è a sinistra. Alza l' indicatore di direzione di sinistra. È un segnale per chi sta dietro: la carreggiata è tua, puoi passare. Scendo dal veicolo. C' è un suono, un suono sottile, persistente, sommesso, lungo e costante. C' è un palo dell'alta tensione.
- È il suono della corrente, - dico.
- No, - mi corregge Padàm - sono grilli. -

Ci dedichiamo un caffè. Torniamo in macchina. Il fuoristrada comincia a scendere verso il fondo di un' altra valle. È la valle del fiume Trisuli. 'Trisul' sta per 'tridente', il tridente in questione è quello di Shiva. Lo scenario cambia radicalmente. La compattezza asfittica di Kathmandu e dei suoi sobborghi lascia il posto a strade ampie, risaie a perdita d'occhio, ponti sospesi e al greto del Trisuli, tra una sponda e l' altra qualche centinaio di metri. La valle rifulge. Si risale. Altri tornanti. Altre catapecchie a bordo strada. Foresta fitta. E manto stradale assente. Al suo posto, trincee. Sono la vera causa dei rallentamenti. Il traffico è intenso, nei villaggi montani vivono milioni di persone, eppure vige un' autodisciplina che a me europeo, italiano per giunta, è del tutto inedita, i veicoli si danno precedenza a seconda del caso, senza tante chiacchiere. Oltre il bordo strada, a pochi centimetri dagli pneumatici del mio veicolo, la valle si manifesta in tutta la sua grandiosità e i suoi abissi, le cime dell'Himalaya ammiccano. Il percorso è piantonato da cascate generose, fiotti di potenza idrica che forano il suolo e provocano frane. Soggiaccio alla bellezza ma la bellezza cela il pericolo. Lo stato del manto stradale mi ricorda quanto sia stato opportuo noleggiare un fuoristrada.
Il veicolo procede lento e disinvolto tra l' abisso e le trincee, ma l' autista è bravo. Trascorrono cinque ore senza il minimo peso. In fondo davanti a noi, molto in fondo, degli edifici. È Syabrubesi, lambita da un fiume poderoso. È il Langtang. Il mio fiume. Il fiume della mia valle. Il veicolo comincia a scendere.


 

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Langtang- Scommetto di sapere dove alloggerò: una guesthouse con tanti piante e fiori all'ingresso. - Dico questo mentre il fuoristrada argina lentamente i pedoni di Syabrubesi, che non prestano la minima attenzione al nostro veicolo. Padàm e l'autista si guardano stupiti, annuiscono vigorosamente.

- L' ho visto nei video, - aggiungo, - ho studiato -, e ridono. 
Un ragazzo prende i miei zaini, mi fa segno di seguirlo. Mi porta al primo piano, poggia gli zaini per terra e mi consegna la chiave. È un ambiente accogliente.

- Il bagno è in camera. C' è acqua calda, - mi dice. Accanto a me c' è la cucina. Gli odori di spezie e riso risvegliano in me appetiti atavici.
Il fragore del fiume empie la valle. Gli abitanti di Syabrubesi non ci fanno più caso, come nei paesi nostri non facciamo più caso ai rintocchi delll' orologio del campanile ma facciamo caso quando quei rintocchi mancano il colpo.
L' esistenza, la sopravvivenza stessa di Syabrubesi è tutt'uno col fragore del Langtang, non solo per i benefici che reca un fiume ma il suono, la voce del fiume è tutt' uno con la fisiologia, con l' aria, coi bioritmi di Syabrubesi.
Rispetto ai villaggi montani, Syabrubesi è già una cittadina che gode di privilegi, ci sono strade, sgangherate ma ci sono, e ci sono i collegamenti con Kathmandu, ci sono i bus della scuola e ci sono i mezzi pesanti che garantiscono il recapito delle merci. A Syabrubesi c' è anche un cantiere di notevole importanza strategica, la costruzione di una diga e il traforo del fianco della montagna sulla sponda opposta alla cittadina finalizzato al sorgere di una centrale elettrica.

Padàm prende l' ordinazione del mio pranzo. Ci diamo appuntamento, poi lascia la stanza. A porta chiusa tiro un sospiro. Non è solo sollievo. È una condizione di estasi. È realizzare dove sono, un luogo che ho visto centinaia di volte su youtube. Da lì prenderà avvio il viaggio vero e proprio. L'assenza di me comincia a prendere consistenza. Durante il mio trek sospirerò spesso.


 

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SyabrubesiLa guesthouse ribolle di aria festosa. Nella hall - in realtà la sala da pranzo - è sempre un via vai di gente che parte e gente che arriva, Namastè! Namastè!, i sedili ai tavoli occupati da zaini rigonfi; non è solo il gear - l'attrezzatura tecnica - a gonfiarli, gli zaini traboccano di aspettativa, stupore, meraviglia. 
Mi servono il pranzo, naturalmente un dalbhat. Padàm mi porge posate, tovaglioli e pietanza. Lo osservo.

- Grazie, - gli dico - ma non è necessario che tu sia così premuroso, fai solo ciò che ti chiedo di fare. Sei la mia guida, non il mio servo. - Lui ringrazia e non aggiunge altro, farà così lungo tutta la durata del viaggio. Con me in sala c' è altra gente e ci sono altre guide. Le altre guide fanno lo stesso, si atteggiano da servi, come Padàm. Allora capisco, e capisco di non voler capire. Non è solo l' indole ospitale del nepalese, servire gli ospiti è tipico delle guide. Il fatto è che non sono solo guide, sono i veri organizzatori del viaggio, sono loro che fanno le prenotazioni, loro che decidono dove farti dormire, dove farti mangiare, soprattutto farti stare il più possibile comodo. Nella mentalità ospitale del nepalese, il concetto di far stare comodo il proprio ospite comprende quello di fargli da servo. Probabilmente, in un substrato culturale e incosciente, c' è anche una qualche forma di riverenza verso l' uomo europeo, l' europeo che porta danaro. La cosa mi indispone. Non voglio un servo, voglio una guida. Ma è una causa persa: lo fanno tutte le guide, per loro è lavoro, una guida che non lo facesse sarebbe squalificata, fuori dal giro.
A cena, l' aria festosa prende corpo in una danza degli sherpa accompagnata dall' armonica a bocca di Padàm, che si versa in un pezzo tradizionale. Al tavolo grande, ospiti di Singapore festeggiano il loro rientro dal trek in Valle Langtang. Si ubriacano. La birra scorre a pinte. Le parole si allungano. L' atmosfera è leggera.

Al mio tavolo sono da solo.
- Tu non ceni? - domando a Padàm. - Siedi con me. -
- Ceno coi nepalesi, - mi dice. Mi segrega, congetturo. La mia guida mi segrega. Ma mi sbaglio. Lo capirò dopo, o forse non lo capirò o forse anche qui non intendo capire. Questo fenomeno si ripeterà ogni giorno, ogni pranzo, ogni cena. Padàm si vergogna a cenare con me perché mangia con le mani. Non me lo dice apertamente ma me lo lasciano intendere i suoi dinieghi colmi di imbarazzo ai miei inviti a pranzare al mio stesso tavolo. Gli osservo le dita, unghia cortissime.
- Perché porti le unghia così corte? - gli domando.
- Noi nepalesi mangiamo con le mani, se avessimo le unghia come le vostre il cibo rimarrebbe sotto le unghia. Voi mangiate con le posate. -
Al mattino, colazione per chi parte; alle 4 la cucina è già operativa. Assonnato nella mia camera, mi giungono gli aromi delle spezie e le voci sommesse dei nostri ospiti. Durante la notte, l' amico esibizionista sciatico viene a farmi visita, puntuale ormai da un anno a quella parte. Si mette d' impegno, vuole a tutti i costi che gli dia retta ma non gliela do vinta. Riesco comunque a dormire sei ore di sonno intenso. Un mio record personale, visti gli standard degli ultimi dodici mesi. Merito anche del letto, un sottile strato di schiuma morbida su una panca rigida in legno. Sul rigido, per l' esibizionista la strada è in salita. La questione del nervo sciatico è una di quelle su cui mi sono arrovellato maggiormente in fase di preparzione. In quell'anno in sua compagnia, le notti sono state puntellate dalla sua presenza. Si manifesta solo di notte, durante il giorno i miei movimenti sono del tutto liberi. La notte riesco a fare due, tre ore di sono continuate, poi è tutto un fare capriole sul letto, alzarmi, passeggiare, fare esercizi posturali, ma il nervo si sveglia e non c' è verso. Riprendo sonno solo perché crollo, stanco dei tentativi di trovare una posizione comoda. Come si comporterà l' amico sciatico durante la mia permanenza in Nepal? In quei dodici mesi non mi sono privato di escursioni, il nervo non si manifestava neanche nelle condizioni più critiche, ma camminare su sentieri impervi e dislivelli notevoli per un solo giorno è ben altra cosa che affrontare un cammino di centoquaranta chilometri per dodici giorni continuativi con una media di mille metri di dislivello, senza contare la rarefazone dell' ossigeno. Il punto più alto del mio percorso, Tserko Ri, si trova ad una quota di quattromila novecento ottantacinque metri. A quella quota, l' ossigeno è al cinquantacinque per cento. Il mal di montagna, la sensazione di spossatezza fisica dovuta alla rarefazione dell' ossigeno, può manifestarsi già a quota duemila con emicranie e nause, nel peggior dei casi con embolie.
Mi ritengo testato per quota tremilaquattrocento, la cima dell'Etna, il vulcano siciliano, dove sono stato un anno fa senza alcun problema ma anche lì si è trattato di un escursione di un solo giorno, e soprattutto non ho dormito a quella quota. In Nepal già dal secondo giorno sono ad una quota superiore a duemila metri, e i primi due giorni di cammino mi attendono poco meno di quaranta chilometri per duemila metri totali di dislivello, con uno zino di dieci chili sulle spalle, e il riposo notturno compromesso da una pesante incognita. Ce la farò? Non ne ho la più pallida idea. E dopotutto, la questione rientra nei miei piani come cavoli a merenda.


 

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sherpa19 ottobre 2024,  giorno 3

Il giorno appresso iniziamo a camminare intorno alle 07:30. Il cielo è terso, il sole è ancora soltanto un bagliore. Le cime intorno avvolgono con le loro ombre. Padàm mi spiega che lì è sempre così: al mattino cielo terso, nel pomeriggio le nubi fitte coprono le cime. Da quota tremila in su, la notte nevica. 
In un primo tratto di qualche chilometro il nostro percorso lambisce il fiume lungo il suo corso. È una trazzera ampia e fangosa, ad uso dei mezzi del cantiere. Il sole si leva proprio dal fondo della valle, il fiume si tinge d'azzurro.
Cascate irrompono dal fianco della montagna per precipitare sul nostro percorso. Due figuri riposano a bordo fiume. Si tratta di due sherpa, due ragazzi sui vent'anni. Armeggiano col cellulare. Un diffusore bluetooth diffonde musica techno declinata in funzione nepalese. Di fianco agli sherpa, due fagotti. Peseranno almeno cinquanta chili ciascuno. Ristorati, i ragazzi si caricano i pesi con scosse di assestamento. Il peso li piega talmente tanto che l' unica cosa che riescono a vedere sono il suolo e le proprie scarpe. Scarpe. Non come le mie, scarponi tecnici addatti a cammini lunghi e impervi. I due sherpa indossano ciabatte di plastica da spiaggia. Le indosseranno per tutta la durata del cammino, un cammino lungo fatto di sassi, fango, salite quasi in verticale, con dislivelli anche di mille metri. Le merci, qui nell' Himnalaya, circolano così, con gli sherpa o con gli asini. Padàm mi spiega che ha fatto quel lavoro per cinque anni. Uno sherpa è pagato a peso, più porta, più guadagna. Può portare sino a settanta chili.
- E quanto guadagna? - domando.
- Duecentocinquanta, trecento rupie nepalesi a viaggio, - mi dice Padàm, e ride. Ride di un riso amaro. Al cambio corrente, centoquarantadue rupie nepalesi valgono un euro. Gli sherpa portano sino a settanta chili sulle spalle per decine di chilometri al giorno e mille metri di dislivello con un guadagno netto di due euro. Due euro.

Giungiamo alla struttura nascente della diga, una colata di cemento sul letto del fiume. Poco oltre, la trazzera di fango lascia il posto al sentiero vero e proprio. Finalmente le scarpe calcano suolo nativo. Finalmente ci si inoltra nella foresta. Finalmente si sale.
Il fragore del fiume ci scorta. Gli odori della vegetazione inebriano l' olfatto e l' immaginazione. Le immagini sollecitate da quegli odori non sono quelle che vedono i miei occhi, non sono quelle che ho visto centinaia di volte nei video su youtube. Sono altre immagini, di provenienza ignota, i cui riverberi sono ugualmente ignoti. Sono qualcosa di inedito. Quel senso di ignoto, quel non sapere cosa e quel non sapere come mi eccitano. È l'assenza di me che pulsa. Quelle immagini olfattive evocano concetti intangibili, concetti che c' erano prima di me e nel loro lungo e lontano corso trovano adesso in me uno sbocco, come i potenti fiotti della corrente del Langtang che scorre a pochi metri.
Ci aspettano dodici chilometri di percorso e novecento metri di dislivello. Una salita ripida ma niente di così inedito.
La meta è Lama Hotel.
Raggiungiamo Bamboo. È un villaggio di pochi edifici ma rispetto ai villaggi con case singole che troverò lungo il cammino, questo è già una cittadina. È abbarbicato su un costone di roccia che dà immediatamente non sul fiume ma sull' impeto del fiume. Il Langtang è il suo impeto. Fatta eccezione che per pochi, brevi tratti, il Langtang non è un fiume balneabile. La corrente spezzerebbe le ossa a un rinoceronte. La casa sulla cascata di Lloyd Wright, roba da dilettanti.

Ci concediamo una sosta. Ordiniamo il pranzo, il mio primo pranzo nella valle. Sarà tutto un insieme di prime volte, di primi amori.
Il villaggio pullula di escursionisti, escursionisti di ogni età. T-shirt tecniche madide di sudore, braccia abbronzate, piedi scalzi, colori fosforescenti degli zaini poggiati sui muretti a secco, parole sommesse in un inglese babelico. E naturalmente odori di verdure fritte e riso lessato.
Padàm prende il mio ordine. Dopo qualche minuto mi porge il mio dalbhat coi suoi soliti salamelecchi da servo. Mi indispongono ma gliel' ho già fatto notare. La parola sir è il suo intercalare preferito. Cosa desidera-sir, buongiorno-sir, buonanotte-sir, guardi qui-sir, guardi lì-sir, faremo un tratto molto ripido-sir, faremo un tratto pianeggiante-sir. Ogni intercalare è accompagnato da inchini. È più forte di lui. Per lui è un' abitudine.
- Da bere-sir? -
- Ci hanno mica birra, - gli dico.
- Certo-sir, prerisce Tuborg o birra locale-sir? -
- Proviamo la locale. - rispondo.
La birra locale risulterà buona. E anche il dalbhat. Dieci minuti di relax postprandiale.
- May we go? - gli faccio.
- Sure-sir! -
Zaini in spalla, si riprende il cammino.
Il sentiero si fa più ripido. Il fragore del Langtang colma tutti i vuoti. Il sentiero è un viavai di gente, gente distratta e che distrae, per lo più gente ciarliera e rumorosa, inconcepibile per un luogo come quello. Si fanno selfie, schiamazzano, fanno i gradassi con le donne, le donne fanno le gradasse coi ragazzi, si mettono in posa. Diffusori bluetooth diffondono musica techno. Prenderei tutti a schiaffi. Ma si tratta di avventurieri senza futuro: si fermeranno alle quote più basse, riposeranno sul ciglio del sentiero con le loro sneakers running e la lingua penzoloni e le barrette energetiche di cui non sapranno che farsi, eccetto gettare per terra le cartacce. I sentieri sono più sporchi di quanto immaginassi. La mia guida mi conferma che sono i locali. I più temerari siamo i più motivati, i più sensiibili alla causa. Escursionisti in gruppo o escursionisti solitari, siamo i più silenti, i più raccolti sulle nostre scarpe, sui nostri pensieri, tronfi del nostro stupore. Il nostro stupore galoppa controcorrente sul letto del Langtang, vince il suo impeto e punta dritto a Kijangjin Gompa, l'ultimo villaggio della valle.

Davanti a me ci sono due ragazzi, probabilmente indiani, dalla parlantina piuttosto sciolta. Immediatamente davanti loro c' è un eroe, un monumento alla solerzia, un campione di temperanza: un escursionista solitario. I due ciarlano e gli fiatano sul collo. Probabilmente non se ne rendono conto. Mi chiedo come faccia a non rendersene conto lui. Lo stimo. Picchia il suolo con le bacchette, il capo basso a calibrare i propri piedi e i loro movimenti. Il sentiero è colmo di trappole per caviglie e malleoli, un passo falso ed è finita. Talvolta le bacchette picchiano più forte, forse per incidere meglio sul suolo. O forse no. Comincio a supporre che quel picchiare accanito sia in realtà l' eco di un disagio. È proprio l' escursionista solitario a sciogliere il mio dubbio: si ferma, si volta, invita i due ciarlieri a procedere oltre. Non proferisce altro verbo, ma è facile leggere tra le righe un sentito vaffanculo.
Il sentiero volge verso il basso. Sulla sinistra, i tetti di alcuni edifici: Lama Hotel.


 

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Lama HotelA dispetto del nome, non si tratta di un hotel ma di un villaggio, un insieme di edifici adibiti a guesthouse ciascuno col proprio repertorio di escursionisti stanchi ed escursionisti pronti a ripartire, smorfie di dolore e facce felici, zaini in spalla e zaini sui muretti a secco.

- C' è un problema-sir. -
Padàm mi osserva col volto contrito in una smorfia.

- Dimmi, - gli faccio.
- Non abbiamo camere. -
- Come sarebbe a dire? - gli faccio.
- Il tipo dove avevo prenotato mi ha detto al telefono che ci sono gruppi e le camere sono per i gruppi. Business-sir. -
- E la prenotazione, allora? - gli dico, - Se hai prenotato deve darti le camere. -
- Business-sir, - ribadisce.
Lo avvicina un tizio. Si mettono a parlare in nepalese. Il tizio mi osserva. A mia volta osservo lui. Mi avvicino e gli dico:
- Per favore, dacci una camera. -
Mi osserva in silenzio, poi si rivolge a Padàm in nepalese facendo segno col volto verso le camere. Padàm mi dice:
- Abbiamo le camere-sir. -
Il tizio mi dice:
- Salve amico. Gli amici di Padàm sono amici miei.- E mi consegna una chiave con un lucchetto.
- La numero 9 è la tua camera, - mi dice. - Benvenuto, sir. -
Gli porgo una mano con un sentito ringraziamento. Mi dirigo con Padàm verso la camera. Aperta la porta, poggio per terra il mio zaino. Padàm fa lo stesso col mio secondo zaino, a suo carico.
- Gentile quell' uomo. Ci ha tratti fuori da un bell' impiccio. -
Padàm mi osserva.
- Dov' è la guesthouse dove inzialmente avevi prenotato e che ci ha dato il benservito? Sono curioso di vedere in faccia lo stronzo che ci ha rifiutato le camere. -
- È questa-sir. Avevo prenotato qui. -
- Ah, - faccio.
Padàm non mi dà occasione di dire altro, scantona in direzione dining room senza dire una parola.

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Lama Hotel è un villaggio incastonato tra pareti di roccia di cui non si scorgono le cime. È prossimo al fiume. Qui, come a Syabrubesi, il fragore del Langtang è tutt' uno col bioritmo della gente che vive nel villaggio.

Prendo confidenza con la camera. Dagli zaini estraggo il necessario per i cambi e il minimo per la toeletta. Prima di partire, mi ero procurato una serie di sacchetti con chiusura zip creando degli scompartimenti all' interno degli zaini dedicati alle t-shirt, alle calze etc. Organizzazione dei contenuti. Quando fai un viaggio di due settimane e ogni giorno porti con te tutta la roba, devi organizzare bene la roba, se non lo fai, il rischio è trascorrere metà del tuo tempo a sistemare e risistemare il contenuto degli zaini. Prima di entrare in camera ho fatto caso a un gabbiotto sgangheratissimo in legno con due ingressi altrettanto sgangherati posto poco oltre le camere. Su uno sta scritto in inglese toilet, sull'altro doccia calda. Al loro interno, buio pesto. Mentre disfo la mia roba, ho già deciso che per stavolta la doccia può attendere. Dallo zaino tiro fuori un pacco di salviette umidificate.

La dining room è anche un dormitorio. Ci sono i segni della notte passata, piumoni disfatti, cuscini, coperte sulle panche. Quel senso di promiscuità mi piace. Mi piace quel senso di precarietà. Fa parte del vaggio, fa parte di quella condivisione degli spazi che non può essere tassativa, non può essere regimentata. La sensazione di essere ospiti, di trovarsi di passaggio in un tutto provvisorio. Cerco un centro di gravità provvisorio, parafrasando Battiato. La permanenza non mi appartiene. L' idea di un centro non mi appartiene. Non appatiene al mondo, non appartiene all'universo. Errore comune è considerare il big bang come il centro da cui ebbe origine l'universo. L'universo non ha centro, meglio non ha un solo centro. L'universo si espande in maniera costante da una miriade di centri. La costante di Hubble misura questo movimento di espanzione dell' universo. La costante di Hubble ci dice in realtà quanto variabile sia l'universo. Qualunque punto dell' universo è il suo centro. Non siamo cose, siamo fenomeni di cose. Non siamo fatti per stare fermi, siamo fatti per muoverci. Non vediamo cose, ma cose che significano altre cose. Altra parafrasi, il buon Italo Calvino.

La dining room della mia guesthouse mi emoziona. Avevo visto quegli ambienti, quella stufa a legna, quegli scorci di cucina centinaia di volte su youtube, e adesso ero lì. Attorno la stufa seggono gli sherpa. Indossano berretti di lana e piumini. Infradito ai piedi, li allungano verso la fiamma della stufa. Si raccontano storie, motteggiano, ridono, scommettono le poche donne nepalesi presenti.
Seggo sulla panca, prendo un menù. Il fido Padàm chiede cosa ordino. Veg choumin, spaghetti nepalesi con verdure. Dieci minuti dopo, Padàm torna con un piatto colmo di veg choumin. L' aspetto e l'odore sono invitanti. Il mio stomaco esulta. Il gusto è ottimo. Faccio un bis.
Un uomo e una donna alla mia destra mi osservano.
- Tanta fame, - gli dico.
Ridono. L'uomo ha in mano il suo menù, lo scruta attentamente, indeciso.
- Mi hai dato un' idea, - mi dice in un inglese dalla forte cadenza francese. - E poi, quale migliore recensione, - mi dice.
- Capisco, ti ho fatto da cavia, - faccio io.
Ridono anche stavolta.
Coi due francesi s' innesca la chiacchiera. Salta fuori che sono siciliano.
- Oh, sono stato in Sicilia, bellissima! - fa lui.
- Dove, in particolare? - gli domando.
- Oh, un bel giro lungo, Eolie, Trapani, il vulcano. -
- Etna. -
- Sì, giusto, Etna. Meraviglia. Voglio tornare in Sicilia. E tu, parli francese? Sei mai stato in Francia? -

- No, magari, - rispondo.
- Eeeeh, ma allora...! - fanno in coro l' uomo e la donna. Ridiamo.
- Però voglio andare in Corsica, - dico, - voglio fare il Grand Randonnè 20. -
- È la prima volta che lo sento dire per esteso. Di solito sento dire solo GR20. -
- Ho il pallino dei nomi, - dico. Nel frattempo, un uomo alto e magro porge loro dei piatti. Il loro sherpa. Il loro servo in pectore.
Parla la donna.
- E dove vai, su o giù? -
- Vado su, - dico. - Domani direzione Langtang Village. E voi? -
- Noi andiamo giù, per noi sta quasi per finire. -
- E cosa vi portate in Francia di questo viaggio? - domando loro. - Cosa vi resta dentro? -
- Senza dubbio Tserko Ri, - risponde la donna. - Tu andrai a Tserko Ri? -
- Andrò a Tserko Ri e Kjiangjin Ri, - rispondo.
- Tutti e due? - sbottano.
- Sì, - dico - arriverò a Kijangjin Gompa per pranzo, avrò tutto il tempo di salire e Kjianjin Ri, il giorno successivo salgo a Tserko Ri.-
- È una follia - fa lei. - Di solito si fa l'uno o l'altro. Considera poi che per salire a Tserko Ri dovrai partire la notte, noi siamo partiti alle 4. Non avrai il tempo di riposare. -
- Non so se questa sarà un' occasione unica - dico. - Di certo al momento lo è. Non voglio sprecarla. Chissà se e quando tornerò. Vale la pena tentare Kjiangjin Ri e Tserko Ri. Se riesco, bene. Se no, pazienza. Non mi piacciono i rimpianti. -

L' uomo e la donna cominciano a consumare la loro cena. Nel fratempo ho finito la mia. In sala si è scatenato un ballo con la techno in diffusione. Il tizio, il capo della situazione, sbuca fuori dalla cucina in evidente euforia alcolica. Batte i piedi sulle assi di legno del pavimento. Va appresso la musica. Canta. Cioè, canta: urla. Colgo sfumature di isterismo ma forse mi sbaglio. Gli sherpa attorno la stufa a legna battono a tempo le mani.
Ma sì, mi sbaglio.
La notte trascorre intervallata dalle visite del nervo sciatico. Fitte lancinanti. Poi, come al solito, crollo sfinito.
La tenue luce dell' alba affiora dai vetri sottili delle finestre della mia camera. Con all' attivo sei ore scarse di sonno altrettanto scarso, decido che è sufficiente. Mi dedico alla toeletta. Indosso le scarpe. Esco. Sono appena le sei, è già un pullulare di escursionisti, di sternuti, di colpi di tosse. Mi urge un' esigenza ma di utilizzare la toilet per stavolta passo, cagherò tra le frasche.
Colazione con pane nepalese, miele, omelette e tè allo zenzero.
Alle 7 siamo in cammino.


 

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Langtang Natioal Park20 ottobre 2024, giorno 4

La nostra tappa è Langtang Village, quindici chilometri di percorso e millecento metri di dislivello. In realtà ciò che troveremo sarà una ricostruzione. Nel 2015 un terremoto causò una frana che sconvolse Valle Langtang e rase al suolo l' intero villaggio. Ci furono un centinaio di morti, escursionisti e locali. I corpi non furono mai trovati. Il villaggio venne poi ricotruito più in là con fondi statali.
Lasciato senza rimpianti Lama Hotel, ci rificchiamo nella foresta subtropicale. Gradini di pietre ripidi e malfermi, passo lento, escursionisti che vanno, escursionisti che vengono, sherpa, rintocchi delle bacchette sulle rocce, i soliti ciarlieri con la techno in diffusione ma il loro sciame si diraderà a quote più alte, come gli insetti. Su tutto, il fragore del Langtang, fido complice. Raggiungiamo Riverside, villaggio in prossimità del fiume in un' area relativamente pianeggiante. Ci concediamo una sosta per una tazza di tè allo zenzero. Riprendiamo il cammino. Guadagnando quota, la foresta sfuma nella viva roccia. Altre due ore di cammino e raggiungiamo Thiangshiap, dove ci concediamo la sosta pranzo. Animato dai suoi soliti salamelecchi, Padàm prende l' ordine: riso fritto con verdure.
- Da bere-sir? -
- Tuborg, - gli dico.
Il cielo è terso, tra qualche raffica di vento, le fronde degli alberi che circondano il villaggio stormiscono con una litania da veglia di festa. Il cibo è ottimo. I raggi di sole carezzano i nostri volti. Si riparte.

Senza la volta chiomata delle conifere, la visuale è più ampia e profonda. In fondo alla valle s' intravvedono le prime vere cime innevate dell' Himalaya. Himal è toponimo diffuso in tutta la catena, è un aggettivo e sta per 'nevoso', Himalaya sta per 'case delle nevi'.
Il percorso è scortato da muretti a secco sulle cui pietre sono incise parole ma nessuno conosce il significato di quelle parole eccetto i lama. Esoterismo dei bonzi. Quei segni senza significato accentuano la fascinazione del lato nascosto di tutto ciò che mi circonda, ciò che percepisco senza percepirlo, ciò che so senza saperlo, ciò che vedo senza vederlo.
C'è un' area con un piccolo edificio bianco. In cima ci sono due coltelli incrociati come scimitarre. È un memoriale. Ricorda le vittime militari che piantonavano il percorso durante il terremoto del 2015.
Ovunque si ergono montagne dalle cime imperscrutabili. La roccia è forata da cascate che spurgano i loro getti da quote altissime, il fragore dell' acqua mi giunge da lontano.
Poco oltre, tetti di edifici tinteggiati di azzurro sovrastati dalle cime innevate.
Langtang Village.

Langtang Village è un luogo incantevole. Ogni edificio è circondato da aiuole con fiori straordinariamente variopinti. A tremilacinquecento metri di quota non mi aspettavo fiori così esosi. Tra un edificio e l'altro gli accessi sono distribuiti su vialetti in pietre incastonate come sampietrini. La mia camera è confortevole, ha il bagno autonomo, l'acqua calda. Mi concedo una lunga doccia. Per cena ordino momos, ravioli alle verdure cotti al vapore. Il piatto consta di dieci porzioni abbondanti. Da bere, birra. Mangio a sazietà. Io e Padàm insceniamo un sparietto che diverte gli altri ospiti nella dining room, lui non sa pronunciare la 'r' di maccaroni, piatto presente nel menù della casa, io gli impartisco esercizi di arrotamento.
La notte riesco a concedermi un sonno ristoratore, lontano dagli schiamazzi dell' esibizionista sciatico.
Al mattino successivo, colazione alle 7, chapati con miele e una tazza di tè allo zenzero. Il chapati è la nostra piadina.
Partenza alle 8 per Kjangjin Gompa.


 

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Kjiangin Ri21 ottobre 2024, giorno 5

Kjangjin Gompa è l' ultimo avamposto di Valle Langtang, è il villaggio dall' altitudine più pronunciata, tremila novecento metri.
Ci attendono sette chiometri di percorso e un dislivello di trecento ottanta metri, una passeggiata.
Poco prima del vilaggio c' è un monastero indù. C' è una serie di ruote delle preghiere incastonate in alloggiamenti di metallo. La ruota delle preghiera è in realtà un cilindro sulla sua superficie è stampato in rilievo il mantra tibetano 'Om mani padme hum' in sanscrito. Normalmente una ruota della prehiera è azionata a mano, qui sono azionate in automatico dalla corrente di un torrente grazie a delle palette fisse in basso a ciascuna ruota, lo stesso principio di un mulino ad acqua. C' è uno stupa con un ingresso molto variopinto. Al suo interno, una ruota della preghiera di grandi dimensioni, azionata manualmente con una manigla. Ad ogni giro completo, una stanghetta sulla sommità batte su una campana.
I luoghi di preghiera, TUTTI i luoghi di preghiera di qualunque religione, non riscuotono la mia simpatia ma questo fa eccezione: l'ambiente è molto colorato, le pareti sono colorate di azzurro, la ruota è rossa. È un abbinamento che funziona, induce a uno stato di pace e benessere. Il vento fa la sua parte, il suono sommesso dei gagliardetti colorati tipici che garriscono ricordano a loro modo che l 'esistenza consta di percezioni discrete.
La sosta a Kjangjin Gompa comprende due giorni, un giorno di acclimatamento e uno di escursioni. Il villaggio è la via di accesso a due picchi che lo sovrastano: Kjangjin Ri, con un belvedere inferiore, quattromila quattrocento metri, e un belvedere superiore, quattromila settecento metri, e Tserko Ri, quattromila novecento ottantacinque metri. Di solito gli escursionisti scelgono l' uno o l' altro. Scelgo entrambi. Padàm mi dice che Kjangjin Ri è la mèta preferita dagli stranieri, Tserko Ri invece è più popolato da locali. Per 'stranieri' Padàm intende 'occidentali', nel novero dei locali mette invece escursionisti provenienti anche dal Buthan, dall' India, dal Pakistan.
C' è il tempo per un pasto. Mi concedo una zuppa di choumin e verdure. Tsering, il nostro ospite, nonché cuoco, mi chiede se preferisco pranzare all' esterno o al coperto. Il cielo è terso, ventila una brezza leggera, il sole concede un pacevole tepore. Pranzerò fuori. Tutto intorno a me, le vette imbiancate dell' Himalaya.
Appena oltre il mio tavolo c' è un muretto a secco, oltre il muretto c' è un'altra guesthouse col suo repertorio di escursionisti che vanno, escursionisti che vengono, locali che vanno nell' orto e raccolgono le verdure, e c' è una ragazza. Sta lavando le stoviglie ad un boccaglio d'acqua. Mi guarda e sorride, un sorriso colmo di gioia di vivere. Faccio segno con la mano, 'ciao' le dico in italiano. Lei risponde solerte, fa segno sulla sua bocca strisciando un dito sul labbro superiore e poi punta il dito su di me. I miei baffi. Mi tocco i baffi. 'Nice!', dice la ragazza col suo sorriso. Le piacciono i miei baffi. Poi dice qualcos' altro che però non capisco, soffia in quell' istante una raffica di vento che copre le sue parole. Le chiedo di ripetere, lei ripete ma soffia il vento. La dolce vita. Sto vivendo una scena del film, la scena finale. Marcello è in riva al mare, tira forte il vento, poco più in là c' è una ragazza, una cameriera che ha conosciuto ad un ristorante, lei gli dice qualcosa ma lui non capisce, lei ripete ma lui non capisce e infine fa spallucce. E con amara rassegnazione fa un gesto come dire 'ciao per sempre'.
Dopo pranzo, chiedo a Tsering se ha una mappa.
- Sure, sir - mi dice. Prende la mappa e me la porge.
- No, - gli dico mentre brandisco il mio cellulare - voglio farti un clip mentre ci dici i nomi delle montagne che ci circondano. -
- Sure, sir. -
Facciamo il clip. Il tempo stringe.
Si sale.
È una salita molto ripida. Procediamo a passo lento. È la mia prima, autentica prova di resistenza, quell' inedito che un po' mi intimorisce. Siamo a quota quattromila, sino a quel punto niente nausea, niente mal di testa, niente sensazione di asfissia tipici del mal di montagna. Dovrei essere già acclimatato ma non si può mai sapere, è tutto nuovo per me. Un passo dopo l'altro. Ogni cinquanta passi circa, una sosta. il tempo stringe ma non intendo rischiare, la lentezza è potenza. Approfitto delle soste per guardarmi intorno. Man mano guadagnamo quota, sbucano cime innnevate su altre cime innevate, alle mie spalle il villaggio è l' unico dettaglio che rimpicciolisce, tutto il resto è amplificato dalla maestà. Mi rendo conto di stare a bocca aperta: per inalare più aria, per lo stupore.
Eccetto la ripidezza, il sentiero non presenta altri aspetti critici, quattro chilometri di lunghezza per cinquecento metri di dislivello, vicino a una verticale. Il suolo è disseminato di sassi di dimensioni variabili, il rischio di una caduta è alto. Mi aiuto con la bacchetta da trekking. Si alza il vento, dal fondo della valle si levano sfilacci di condensa che diverranno nubi fitte.
Raggiungiamo il picco inferiore, quota quattromila quattrocento. È stata dura ma non durissima, niente nausea, niente mal di testa, niente altro che normale fatica fisica alle sole gambe, inalo sorsate d' aria a pieni polmoni. Le nubi ci avvolgono, momenti di totale assenza di visibilità si alternano a schiarite nitide.
Mi assento. Mollo quel sacco di carne ed ossa che chiamano Gabriele. Ignoro me e i-gnosco tutto il resto. Svaniscono i pensieri, la mente si vuota. Mi astengo da me, mi astengo dal pensare, dall' aggettivare, dal cercare metafore, dal descrivere ciò che vedo, sarebbe un esercizio di corruzione. L'esercizio dell' essere diviene frusto.
Gagliardetti colorati puntellano la cima, c' è una targa che riporta il nome e l'altitudine. Garriscono al vento. Dal fondo della valle sale il vento, sale la sua voce. Seggo su un sasso.

In montagna, le discese sono più infide delle salite. Quella dalla cima di Kjangjin Ri non è da meno. Un passo su due slitta sulla ghiaia. Padàm scende spedito ma Padàm reca la metà del mio peso, rispetto a me è un esserino. Facciamo sosta su un sasso la cui forma ricorda vagamente quella di una poltrona. Il nostro sentiero si dipana corrotto dai sassi, davanti a noi un altro sentiero procede spedito a mezzacosta. È un sentiero meno ripido, meno sassoso, con un sostrato di vegetazione brulla, bassa, rossa.
- Prendiamo quel sentiero, - dico - mi pare migliore, c' è l'erba, condurrà comunque a Kjangjin Gompa. - Quando le criticità di un sentiero si sommano, nel dubbio vai sull'erba, il suolo è più stabile e il passo più fermo. Padàm approva la mia proposta. Lui procede rispettando i tornanti, io taglio e scendo galoppando. In un tempo più breve del previsto siamo al villaggio.
- La prossima volta che porto qui ospiti, - dice Padàm - scenderò da questo sentiero. -
Oltre il solito muretto c' è la ragazza, ci saluta, io le rispondo 'ciao' e lei dice 'ciao' sorridendo.

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Doccia calda, poi dining room.
Tsering, il nostro ospite, avrà sì e no trent'anni. Ha le mani umide d' acqua, sta lavando la verdura. Tutt' intorno ai muri della sala c' è la credenza. Nel mezzo del lato lungo della sala, la credenza s' interrompe per lasciare il posto a un' edicola con una foto del Dalai Lama. Ci sono dei lumini accesi. Padàm si accosta all' edicola e recita una preghiera. Padàm non è buddhista, è indù. Ho visto un fenomeno simile a Kathmandu, nonostante il buddhismo sia un' eresia dell' induismo, gli indù non si formalizzano a pregare davanti uno stupa buddhista e i buddhisti non si formalizzano a pregare nei templi indù. Anche il cristianesimo è un' eresia dell' ebraismo eppure cristiani ed ebrei si odiano a morte.
Accanto l' edicola ci sono due ritratti fotografici, un uomo e una donna.
- I miei genitori - spiega Tsering. - Sono morti durante il terremoto del 2015. Abitavamo a Langtang Village. -

Per cena ordino patate arrostite e un piatto di spaghetti alle verdure.
Tsering mi chiede da dove vengo.
- Dall' Italia, - dico.
- Oh, Italia, - dice Tsering, e fa segno in direzione di una vetrina della credenza dove sono conservati pacchi di pasta.
- Pasta o spaghetti? - mi domanda Tsering.
- Spaghetti e pasta sono la stessa cosa, gli spaghetti sono pasta, - gli spiego. - Gli spaghetti sono un tipo di pasta. -
- Really?? - sbotta sorpreso Tsering.
Prendo il menù, nel menù c' è una sezione dedicata a piatti italiani, ci sono anche i 'macaroni', sta scritto proprio così. Indico i 'macaroni'.
- Anche i 'macaroni' sono pasta. Cambia la forma, la forma è importante. Se ti piace il sugo di pomodoro usi i 'macaroni', così il sugo va dentro i 'macaroni'. Se invece ti piacciono le verdure fritte fai gli spaghetti, quando stai per finire, gli spaghetti ti aiutano a raccogliere ciò che resta delle verdure. Quando raccogliamo ciò che resta, in Italia diciamo che 'facciamo scarpetta'. -
La mia spiegazione diverte molto Tsering.
Motteggiamo un po' davanti una tazza di tè allo zenzero e il fuoco nella stufa a centro sala. Poi ringrazio e auguro buonanotte.
Sono appena le 20. Quando si cammina si va a letto presto, soprattutto se hai esibizionisti sciatici che vengono a farti visita nel bel mezzo della notte.
E poi l' indomani ci aspetta Tserko Ri. Con Padàm concordiamo l' orario della colazione: le 4. Alle cinque si parte.


 

 

Langhisa Ri22 ottobre 2024, giorno 6

Il motivo della levata notturna è duplice: lunghezza del percorso e dislivello sono pressoché il doppio di quelli per Kjangjin Ri, diciotto chilometri andata e ritorno per millecento metri. E poi c'è sempre la costante cielo coperto. Essendo più elevato, Tserko Ri è più esposto.
Partiamo col buio. Sono dotato di lampada frontale ma non mi serve, Il cielo è terso, costellato da una miriade di stelle, mai viste tante stelle così; il chiaro di luna illumina a sufficienza il suolo, le pietre, il torrente oltre Kjangjin Gompa. E le sagome ancora scure delle montagne con lo stacco netto del bianco delle cime. Le falde di Tserko Ri sono rigate da una fila di luci mobili, sono gli escursionisti che ci hanno preceduto, meno innnamorati di noi del chiaro di luna. Attraversiamo un torrente. In Sicilia quel corso d' acqua l'avremmo classificato come fiume. Cominciamo a salire. Gruppi di escursionisti piantonano già i primi tornanti. Boccheggiano. Profondi sorsi d' aria per rimediare all' ossigeno. In cima a Tserko Ri è al cinquantacinque per cento. Quanto a me, la stanchezza è ancora lontana, l' allenamento di Kjangjin Ri mi torna utile ma procedo con estrema lentezza, abbiamo tutto il tempo, e soprattutto intendo godermela tutta, attimo per attimo, metro dopo metro, respiro dopo respiro. Durante la salita il novero dgli impavidi sfumerà gradualmente.
Con gli altri escursionisti ci si fa l'un l'altro coraggio, ci si dice - a noi stessi più che agli altri - che non è poi così lontano, ci si consiglia di andare lentamente, di riposare spesso, di bere tanta acqua.
Una voce alle mie spalle mi chiede permesso. Lascio passare. È un uomo alto, barbuto, dice qualcosa ad altri due, è slavo. Cammina spedito piantando le bacchette sulle rocce e indossa solo una t-shirt con un piumino. Ci saranno sì e no cinque sotto zero. Temerario, congetturo. Lo perdo, va veloce. Dopo un' ora lo reincontro ma lui scende. Mi guarda.
- Troppo freddo, non ce la faccio, - mi dice come per scusarsi - mi basta già tutto questo - brandisce una bacchetta e indica il panorama.
Il sole non è ancora alto ma il suo bagliore lambisce già la cima del Langtang Lirung, la cima più elevata dell' intera valle, settemila duecento metri, colorandola di rosa. Il bagliore investe la valle, lentamente il sudario notturno scivola via sino a svanire.

Intercetto un gruppo di nepalesi. Uno di loro è privo di zaino, fiducioso nella riserva d' acqua del suo corpo. Troppo fiducioso. Lo ritroveremo più avanti ad elemosinare un sorso d' acqua.

La salita è dura. Ogni passo pesa un macigno. Il mio zaino è leggero, contiene tre litri d'acqua, quattro uova sode, qualche barretta al cioccolato e i ramponi per camminare sul ghiaccio. La cima di Tserko Ri è coperta di ghiaccio. È una cima costantemente battuta dal vento, che aumenta la sensazione di freddo e spazza via il ghiaccio su un fianco della montagna.

A metà salita comincio a nutrire qualche dubbio, forse non ce la farò. Da lì riesco a scorgere le sagome che si stagliano nel cielo di chi è prossimo alla cima. Li vedo salire trascinandosi sull' ultimo tratto, ancora più ripido, roccioso e coperto dal ghiaccio.
Il sole ormai sovrasta la valle, che giace al cospetto dell'impero della sua luce. Sono appena le undici, camminiamo da sei ore buone e non siamo ancora in cima. Riduco ancora il passo. Mi è necessario. I passi sono pesanti, il suolo è disseminato di trappole, ad ogni passo un sasso sotto le scarpe, ogni sasso perdita di equilibrio, volteggiare di bacchetta, a fondo sul suolo, calibrare il peso dello zaino, che è come se durante la salita qualcuno si fosse divertito a riempirlo di argilla. Soste ogni trenta passi, morsi alle barrette al cioccolato, sorsi d'acqua.
Ma tollero tutto ciò, niente emicranie, niente nausea. Il livello della mia fatica si limita alle gambe, il mio respiro tiene, nella parte superiore del mio corpo è tutto sotto controllo. Non ho scuse, devo proseguire.
Un uomo con la barba lunga e bianca, pochi denti, i capelli rasta, pantaloncini corti, tre strati di giacche sulle spalle. Ci eravamo incontrati più in basso durante una sosta, poi lui era andato avanti. Boccheggiava. Farfugliava qualcosa tra sè, probabilmente imprecava. Ci reincontriamo mentre scende, solleva gli occhiali a specchio.
- È meraviglioso! - mi dice - non si può descrivere! Cose per cui vale la pena vivere! - I suoi occhi traboccano gioia.
C' è una donna, anche lei evidentemente provata, ci guardiamo, quando ha raccolto abbastanza fiato mi dice:
- Non si torna indietro! Non si torna indietro! - Ridiamo, poi rimedia i suoi passi e procede. Poco più avanti due uomini le metteranno le mani sotto le braccia e la sosterranno.

Dopo un' ora raggiungiamo il fianco più ripido di Tserko Ri. Il sentiero sparisce, davanti a noi solo imponenti blocchi di roccia imbiancata dal ghiaccio. Si procede gattoni. Mi fermo su una roccia, dallo zaino tiro fuori i ramponi. I primi passi sono un disastro, mai indossato ramponi in vita mia, li ho presi giusto per il mio viaggio nella valle del Langtang. Padàm ride. Lo mando a quel paese, in italiano e in inglese, gli mostro il dito medio. Padàm ride più forte. Qualche caduta fredda, mi rialzo a balzelloni, indosso lo zaino e via. La cima è lì davanti a me ma laddietro dev' esserci qualcuno che la sposta, non si spiega altrimenti.

Raggiungiamo la cima.
- Benvenuto a Tserko Ri-sir! - mi dice Padàm porgendomi la mano e un inchino.
Gli porgo la mano, poi mi volto dall'altra parte, mi guardo intorno.
In Europa la cima più elevata è il Monte Bianco, quattromila ottocento cinque metri, in Italia il rifugio più in alto è la Capanna Margherita, Punta Gniffetti, Monte Rosa, quattromila cinquecento cinquantasei metri. Su Tserko Ri mi trovo a quattromila novecento ottantacinque metri.
Il respiro è regolare. Seggo. Mi assento.

Sul versante opposto della valle, di fronte a noi, si erge sovrana la cima del Ganchenpo, seimila trecento metri, con un' imponente parete verticale ai cui lati il profilo sfuma violentemente verso il basso, con le creste del suo ghiacciaio a tirare delle righe dritte. Evoca vagamente la sagoma di un fantasma, il classico fantasma col lenzuolo, un fantasma che ti osserva e che non aspetta altro che accoglierti a braccia aperte, con le creste del ghiacciaio che precipitano diritte a fare da pieghe del lenzuolo.
Più a nord, una serie di picchi precipita verso un altipiano coperto di neve e ghiaccio. Raffiche di vento sollevano cumuli enormi di neve che subito diventano coltri impenetrabili. Tra quei picchi, il Ganja La, poco oltre, il Ganja La Pass. Durante i mesi precedenti la partenza, quando studiavo, quando trascorrevo ore ed ore sulle mappe, sui video, sugli itinerari, sui miei dubbi, sulle mie poche e traballanti certezze, quando mi sorbivo tutto, avido di tutto quanto riguardasse quei luoghi e quelle cime, avevo preso in considerazione la possibilità di farmi il Ganja La Pass. Il Ganja La Pass è classificato come uno dei passi più impegnativi dell' intero Nepal. Per giungervi, sarebbero occorsi tre giorni in più da trascorrere in tenda, con corde e moschettoni. In quell' area non ci sono villaggi, le condizioni sono estreme. L' idea mi concupiva. Tempestai come al mio solito il buon Mr Kesh di mail con domande sulla questione Ganja La Pass, attrezzatura, tempistica, costi. I costi sarebbero stati molto esosi, oltre a me e la guida sarebbe occorso il personale per le tende e le stoviglie da campo e il cibo. Ma la misura di quanto fosse arduo Ganja La Pass non me la dettero le mail di Mr Kesh, furono i video di youtube a darmela, ovvero i video di youtube che su Ganja La Pass NON c'erano. Sul trek a Valle Langtang ce ne sono centinaia, su Ganja La Pass ne trovo tre, tutti brevi e pessimi. Lì non c'è modo di tenere ferme le mani e brandire una actioncam o puntellare un treppiedi per la camera fissa. A Ganja La Pass le mani ti servono per sopravvivere, non hai tempo e non hai modo di dedicarti a sciocchezze. Ero quasi deciso finché poi riflettei. Il meteo. Le condizioni climatiche a Ganja La Pass sono estreme. Ottobre, insieme ad aprile, è il mese migliore per fare escursioni a Valle Langtang finché ti mantieni a quote basse. Le cose cambiano se sali di quota. Per ciò che mi riguardava, già avevo scelto di salire a Kjangjin Ri e Tserko Ri proprio perché tenevo conto della variabile meteo, se l' uno è coperto, posso sempre giocarmi la carta dell' altro. A Ganja La Pass quella variabile è una costante.

Per la discesa Padàm sceglie un percorso differente. Durante la salita avevo visto altri escursionisi che poi scendevano, dunque non conoscevano la via alternativa che adesso Padàm propone. È una via più lunga di almeno un' ora di percorso ma più agevole. In montagna la discesa è sempre più infida della salita, la scelta di Padàm è anche una scelta di buon senso.
Il sentiero si snoda su prati con ciuffi d' erba rossa e dura e pungente, con una serie di tornanti che poi dànno accesso a tratti rettilinei quasi pianeggianti che procedono a mezzacosta. Scende imperterrito verso il Langtang, rigando il versante nord-est di Tserko Ri. Siamo saliti dal versante sud, abbiamo così adesso modo di vedere scorci differenti e di vedere la catena del Langtang in tutto il suo sviluppo a partire dalla base, dal fondo della valle, in salita gli volgevamo le spalle. In salita, tra l'altro, camminavamo per lo più a testa bassa e guardavamo i nostri piedi per evitare passi falsi. Vedo tanti escursionisti con gli scarponi a caviglia bassa, il che in casi come questi non è la scelta migliore, il collare alto dello scarpone garantisce stabilità e in caso di distorsioni garantisce una protezione maggiore alla caviglia.
Il Langtang ci scorta da lontano col suo fragore. Il percorso di andata di Tserko Ri non era affollato, in questo in discesa, fatta eccezione per me e Padàm e per pochi altri compagni di viaggio, non c' è anima viva.
Di tanto in tanto Padàm proferisce verbo, non capisco se si riferisce a me o ai compagni di viaggio. Sono assente, non ci sono.

Intercettiamo i resti di un edificio, pareti con pietre a secco, edificio di qualche centinaio di anni. Padàm spiega che era ad uso dei mandriani, ci venivano in estate coi loro yak, d'inverno si spostavano a fondo valle.

Il sentiero consente di galoppare. Tra i radi compagni di viaggio di tanto in tanto s'innesca la chiacchiera. Li semino finché ritrovo il suono dei miei passi sulla ghiaia, il suono delle deboli raffiche di vento gelido, l'ansito del mio respiro.
Intercetto la sagoma di un escusionsta. È vestito come un borghese a passeggio sul lungomare, con cappello e maglioncino leggero. È cinese. Scambiamo due parole. Nota i miei tre strati di giacche.
- Non senti caldo? - mi domanda.
- E tu non senti freddo? - gli dico. Sorridiamo. Ci salutiamo. Torno sui miei passi, sul mio respiro.
C'è un bivio e c'è un palo solitario con una targa sgangherata, la vernice sbavata: 'way to Yala Peak, 5600 m.'.

Giungiamo a Kjangjin Gompa alle 17.
In Italia, per un anello di diciotto chilometri con millecento metri di dislivello impiego cinque ore. Qui ne ho impiegate dodici.
Al mattino successivo è tutto imbiancato di neve. Il cielo è coperto da nuvoloni densi e gravidi. Sulle cime intorno, compresa quella di Tserko Ri, ci sono tormente. Chi avesse programmato di salire oggi, deve rinunciare.
Sono stato fortunato. Molto fortunato.

 

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23 ottobre 2024, giorno 7

Direzione Lama Hotel. A differenza di quanto avvenuto salendo, saltiamo la tappa di Langtang Village, questo comporta un percorso di ventidue chilometri e millecinquecento metri di dislivello in discesa. Oltre a Valle Langtang, ho scelto di raggiungere lago Gosaikunda, quota quattromila trecento metri, situato sul versante opposto a quello nostro, per raggiungerlo dovremo scendere a quota duemila per poi risalre a quota quattromila trecento al volgere di due giorni di cammino. Stando alle informazioni presenti sul sito dell' agenzia di Mr kesh ma anche a quelli di altre agenzie, il mio viaggio comporterebbe sedici giorni di cammino ma i miei giorni a disposizione sono dodici, giocoforza dunque accorpare delle tappe, e questo alza la media dei chilometri percorsi giornalmente, più distanze meno riposi. L' aggiunta di lago Gosaikunda in dodici invece di sedici giorni con le salite a Kjangjin Ri e Tserko Ri cambia la qualifica del mio viaggio da 'moderato' a 'strenuo'. 
Il cammino è molto piacevole, nonostante i numeri. Cammino continuativamente già da sette giorni, il mio fisico è più che allenato. Temo solo una rivendicazione sindacale da parte delle mie ginocchia ma le mie ginocchia decidono di lavorare e di lavorare e pieno regime.
Nei pressi di Langtang Village con la coda dell' occhio scorgo movimenti su una roccia alla mia destra. Scimmie. Un branco di scimmie curiose che ci scruta con attenzione. Faccio per scattare una foto a quella a me più vicina che però, in tutta risposta, si gira e se ne va volgendomi il deretano.
Giungiamo a Lama Hotel. Padàm mi dice:
- Abbiamo lo stesso problema dell'  altra volta-sir. -
- Ovvero? -
- Non abbiamo una camera. Il tipo ha deciso di darle solo a nepalesi-sir. Dovremmo cercare un'altra camera in un altro villaggio-sir. -
- Non se ne parla neppure. Il programma prevede che dormiamo qui e noi dormiremo qui. Come e a che costo è un problema tuo. -

Padàm riesce - è costretto - a rimediare una camera e non solo rimedia la stessa camera della volta scorsa, ma a differenza di quella la lampada interna funziona e funziona anche la presa elettrica dove posso caricare il cellulare. Non tutto il male vien per nuocere.


 

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lastrone giallo24 ottobre 2024, giorno 8

Direzione Thulo Syabru.
Thulo Syabru è situato a quota duemiladuecento metri, più bassa dunque di quella di Lama Hotel che è duemila cinquecento cinquanta, una differenza minima. Sembrerebbe una discesa poco ripida, in realtà è una differenza: occorre prima scendere a quota millecinquecento per poi risalire a Thulo Syabru, il totale supera i millecinquecento metri positivi. Ma il fisico ormai è allenato, è come se di default il mio corpo avesse ingranato una marcia sino a quel momento a me ignota.
Scendiamo di quota, dunque. Giungiamo a Bamboo ma stavolta niente pranzo, ci concediamo una sosta per un succo di frutta. Vicino a me c'è un tubo da cui sgorga acqua gelida, mi concedo un po' di ristoro sciacquandomi il voto e le braccia. Poco più in là si dondola su una sedia di plastica un uomo con un bimbo in braccio.
- Posso farvi una foto? - domando.
- Sì, - mi risponde l'uomo. Canta. Il bimbo mi osserva incuriosito.

Riprendiamo il cammino. Una targhetta di legno appesa al tronco di un albero dice 'Pairo Hotspring', una sorgente di acqua termale. Un bel bagno caldo non mi spiace.
- Andiamoci, - dico a Padàm.
- È sull'altra sponda-sir, il ponte al momento è interdetto. -
- Pazienza, - dico.

Padàm mi fa segno di guardare in alto, sull' altra sponda del fiume, sulle pareti di roccia a strapiombo sul fiume ci sono pale gialle di grandi dimensioni. Sembrano lastre di roccia pendenti nel vuoto.
- Tra un po' precipitano nel fiume, - dico.
- È miele-sir, - mi corregge Padàm. Ciascuna di quelle lastre non potrebbe stare dentro un frigorifero intero.

Il solito viavai di escursionisti ciarlieri e musica techno in dffusione da diffusori bluetooth. Sherpa coi loro pesi impossibili. Qualche gruppo di escursionisti. Il picchettare delle bacchette sulle rocce. Di tanto in tanto intercetto escursionisti solitari, in compagnia solo della propria guida. Simpatizzo particolarmente per questi ultimi. Uno di questi è davanti a me. Procede molto lentamente, ha i capelli bianchi e ha dei ferri che gli sporgono dalle ginocchia. Gli sto dietro ma a distanza, non voglio imbarazzarlo fiatandogli sul collo. A un certo punto si ferma per un sorso d'acqua e mi fa segno di passare avanti. Ringrazio e procedo.
Giungiamo a un bivio. Un lastrone di roccia con lo sfondo giallo e scritte in inglese ci segnala la direzione per Thulo Syabru. È qui che inizia la seconda parte del mio viaggio nell' Himalaya, il lago Gosaikunda. Il Gosaikunda - 'kunda' è suffisso che sta per 'lago' - è il più grande di cinque laghi situati ad un altitudine di quattromila trecento ottanta metri. Indù e buddhisti lo hanno come luogo sacro, ciò non in virtù di una dedica come può accadere per un tempio: la tradizione attesta la presenza sulle sponde di quel lago di Buddha e Shiva in persona. Ogni anno ad agosto decine di migliaia di pellegrini si recano al Gosaikunda e vi si immergno in preghiera. I più temerari vanno anche nelle stagioni fredde quando il lago è pressoché ghiacciato e ugualmente si immergno nelle sue acque gelide. Campeggiano lungo le sponde. Talvolta qualcuno ci resta morto dal freddo, in compenso muore felice.
Non sono religioso. Ho perso la capacità di esserlo (col tempo ho perso altre capacità) quand' ero adolescente. Andavo all' oratorio, pregavo, servivo la messa, accendevo l' incensiere durante la funzione domenicale e incensavo i fedeli rimpiendo la chiesa di fumo. I cantori tossivano. Poi semplicemente ho smesso. Niente crisi mistiche, niente prete che mi toccava (era una brava persona), niente traumi. Niente di niente. Ho smesso e basta. Ho smesso quando in preghiere, catechismo, devozione ho visto solo apparato.
Non avevo certo scelto di andare al Gosaikunda per il suo carattere religioso, o solo estetico. Andavo al Gosaikunda perché per quanto non si creda, laddove tanta gente si riunisce nel nome di un credo, allora non è per caso. Dev' esserci una causa, di fede o meno, che giustifichi la sacralità - vera o presunta - di un luogo. 'Sacro' è parola ambigua, oggi ha una connotazione positiva ma nella sua etimologia vuol dire 'separato'. Nelle religioni antiche, 'sacro' era l'area del tempio dove aveva sede la divinità. Solo pochi avevano accesso a quell'area, era un tabù, chi violava quel tabù ne pagava le conseguenze, in termini anche fisici. 'Sacro' diveniva dunque sinonimo di 'maledetto'. I concetti di sacralità e pericolo di fatto coincidevano. Ed io vado al Gosaikunda perché tutto ciò mi incuriosice, mi incuriosisce il fenomeno per cui tanta gente va lì a immergersi nelle sue acque a rischio della propria vita.
Ma dopo il bivio col lastrone di roccia tinto di giallo già avverto l' effetto Gosaikunda: il percorso è praticamente deserto. Lo stacco con la parte che si è conclusa al bivio è netto. Niente ciarlieri, niente musica techno in diffusione, niente altri gruppi. Persino gli sherpa scemano. Lungo il percorso, solo l'ansito del mio fiato. Padàm si mantiene a distanza, dietro, per motivi di sicurezza, mi dice, e fa bene. Quando salivamo per Lama Hotel poco c'è mancato che il mio cellulare cascasse nel Langtang. Lo ha recuperato lui, che si è accorto che mi era cascato dalla tasca posteriore dei pantaloni. Il cellulare rimane incredibilmente in bilico su due arbusti d'erba sottili, lui si cala lungo il burrone con sacramentale circospezione reggendosi sui tronchi delle conifere, allunga il braccio e recupera il cellulare.

Riprendiamo a salire.
Il sentiero si sviluppa davanti a noi quasi in verticale, lastroni di roccia scura e umida di fango uno sull'altro come gradini. Lungo il percorso, fiotti generosi d'acqua sgorgano da ogni dove. Talvolta il mio passo va in fallo, mi sbilancio ma il peso dello zaino mi trae in salvo da una caduta garantendomi maggiore stabilità. Ci lasciamo man mano la valle del Langtang alle nostre spalle per volgere oltre il fianco della montagna. Intorno a noi, gli odori della vegetazione, l'ansito del nostro respiro, e poco altro. Silenzio.
Faccio segno a Padàm per una sosta. Una sagoma si avvicina. No, due sagome. È l'uomo col ferro alle ginocchia. Lui e la sua guida ci raggiungono. Scambiamo due parole.
- Da dove vieni? - gli domando.
- Sono spagnolo ma vengo dal Canada. E tu? -
- Dall' Italia, - rispondo - anzi, dalla Sicilia. -

Le nostre guide fraternizzano. La guida dello spagnolo si accende una sigaretta.
- Tu alla mia età non ci arrivi - gli dice lo spagnolo.
- Sto bene. Qui fumiamo tutti - gli dice la guida.
- State bene? Mi spieghi allora perché non fate altro che sputare? -
Lo spagnolo ha ragione. Non solo gli sherpa, è un'abitudine diffusa, adulti, ragazzini, uomini, donne. Sputano con devozione, magari.

- Ho sessantasette anni, - prosegue lo spagnolo - vediamo se quando avrai la mia età potrai dire di stare bene. -
La guida dello spagnolo sarà sui quaranta.

Osservo lo spagnolo.
- Ho grande ammirazione per te, - gli dico, sottintendendo il ferro alle ginocchia, - e sono d'accordo su ciò che dici. Ma ho grande ammirazione anche per loro. - Indico le nostre guide.
- Noi indossiamo t-shirt tecniche, pantaloni tecnici, scarponi tecnici, e abbiamo uno zaino di dieci chili sulle spalle e ci stanchiamo. Loro non hanno niente di tutto questo, indossano scarpe che noi utilizziamo per la spiaggia, e salgono per mille metri di disvello con settanta chili di soma sulle spalle. -

Faccio segno a Padàm di proseguire il nostro cammino.
- Vai pure tu al Gosaikunda, - dico allo spagnolo, - ci vedremo di certo lungo il cammino. Gabriele, piacere. -
- Rey, piacere, - mi dice lo spagnolo. - Me la prenderò comoda. Fai buon viaggio, Gabriele. -

I nostri passi avvolti in un mistico silenzio procedono con appagata lentezza. I raggi del sole filtrano da lassù in alto, attraverso le chiome delle conifere. Lo svolazzo dei rapaci tra le frasche fa da contrappunto al silenzio. Il benessere fisico procurato dal movimento si alimenta della propria fatica. Dopo circa due ore, di là delle chiome degli alberi, sporge il tetto di un piccolo edificio, un villaggio. Sembra sospeso sui rami, forse la dimora di un emulo di un Barone Rampante locale, in realtà è solo un'illusione procurata dalla pendenza ripida. Ma non si tratta di un villaggio, o meglio si tratta sì di in villaggio ma di un villaggio con una casa sola. In questa casa vive una coppia. Avranno sessant'anni ciascuno. Lui è impegnato a sistemare la legna, lei è seduta per terra col suo telaio. C'è una piccola area ristoro con panche e tavoli. Dal soffitto in legno che copre quest'area pendono manufatti artigianali di stoffa colorata.

- Namastè! - ci accoglie lui con un sorriso.
- Namastè! - rispondo. Mi libero dello zaino, seggo sulla panca, chiedo un succo di frutta.
Osservo i manufatti. Quanto lavoro, quanto tempo per realizzarli, e loro due, soli in mezzo alla foresta subtropicale, un puntino sul fianco di una montagna di duemila metri di altitudine, in compagnia di qualche gallina che ruspa col becco indfferente ai turisti di passaggio. Oltre la caligine, sulla sponda opposta della montagna e un migliaio di metri di dislivello, si scorge Thulo Syabru. Tra quella casa e Thulo Syabro, un abisso.
Chiedo alla donna se posso scattarle una foto. Mi concede il suo assenso senza battere ciglio. In Marocco quando qualcuno si accorge che un turista è pronto a brandire il suo cellulare vanno in agitazione e con le braccia ti fanno animatamente segno no-no-no!, vige una senso diffuso di iconoclastia, una vera e propria fobia per le immagini, in specie per i ritratti fotografici. È comprensibile, è l'esasperazione di quel moloch occidentale chiamato privacy, a metà tra specchietto per le allodole e ossessione compulsiva.
Qui in Nepal, in particolare tra le vette dell' Himalaya, non si pongono neppure la questione. Il Nepal attira ogni anno un milione di camminatori sedotti dal fascino della montagna, dagli stupa con gli occhi ubiqui del Buddha, dalle immagini delle dee dalle molte braccia, dal kamasutra, dai santoni in posizione fior di loto. Nel 2023 circa ottomila turisti hanno solcato i sentieri di Valle Langtang. Vengono qui, scattano foto coi santoni, foto a panorami, ai locali che cucinano, video coi locali che dicono namastè, agli yak al pascolo, ai gagliardetti che sventolano sui ponti sospesi, alle cime innevate. E poi tutto finisce in rete, un profluvio di immagini che sedurranno altri turisti, altri camminatori innamorati dell' oriente e della fatica. Metteranno le mani in tasca e verranno qui, a porgere sollievo a queste genti che sopravvivono con l'essenziale, che nonostante tutto sorridono e non mostrano insofferenza verso la vita e i suoi pesi.
C' è una sciarpa con due colori, bianco latte e un azzurro tenue. Mi piace molto. Vorrei prenderla. Sento voci alle mie spalle, l' ansito profondo di un respiro, bacchette sulla roccia. È Rey. Lentamente si libera dello zaino e si mette comodo. Anche lui è incuriosito dai manufatti. Osserva la sciarpa bicolore nelle mie mani.
- Prendila, - gli dico e gliela porgo.
- Ma no, l' hai vista prima tu, - mi dice.
- No, - gli dico, - il suo azzurro e l'azzurro dei tuoi occhi fanno il paio. È tua. Vi siete trovati. -
Rey ne saggia la superficie col palmo della mano.
- Ho un impermeabile chiaro, ci starà bene, - mi dice.

Ci sono delle cinte, anche quelle coloratissime. Ne prenderò una.

Faccio il bis di succo di frutta, poi recupero il mio zaino.
- Ci si vede al Gosaikunda, - dico a Rey.
Io e Padàm riprendiamo il nostro cammino.

Lasciato il villaggio alle nostre spalle, il sentiero prosegue con una discesa vertiginosa verso la valle. Laggiù c'è un ponte sospeso su un fiume.
- Gosaikunda River-sir, - mi incalza Padàm prevenendo la mia curiosità. Ormai è abituato, gli faccio mille domande, come si chiama questo, come si chiama quello. Con pazienza ed entusiasmo Padàm risponde. Non sempre. Quando non sa il nome di una data cima o dato fiume mi dice 'non so-sir' ed io gli dico:
- Dovresti saperlo, non tanto per me, che ti faccio mille domande, quanto per amore della tua terra. Sei pur sempre in mezzo alle montagne più invidiate della Terra. -
Padàm mi osserva in silenzio. Chissà quante me ne starà dicendo, penso. Forse ha ragine. Mi piace stuzzicare, provocare.

La discesa verso il ponte sospenso è ripida, il sentiero è disseminato di sassi, trappole per l' equilibrio.

Penso a Rey, se ce la farà. Un passo lento avanti un altro passo lento, giungiamo al ponte. È il ponte sospeso più sospeso tra tutti quelli che ho visto sinora, e il più lungo. Sotto di noi, molto sotto di noi, il fiume Gosaikunda.
Due ore circa di cammino e giungiamo a Thulo Syabru. Sono stanco, ho bisogno di una doccia, ho fame.
A darci il benvenuto in città è una gallina. È ritta in cima ad un muretto a secco e ci osserva incuriosita. Ne giuge un' altra. Ne giunge un' altra ancora. Si saranno date parola in un loro modo a me del tutto ignoto. Faccio per avvicinarmi e quelle fuggono come civette.
Il villaggio è in realtà già una cittadina, con strade battute, negozi, alberghi. Poco meno di un migliaio di abitanti. Mi domando cos' è che lo renda così organizzato. Poco dopo ho la risposta: le vie di Thulo Syabru sfogano in una carrozzabile che garantisce il transito di traffico pesante. Ed ecco perché il crollo della folla di sherpa lungo la via.  È dislocato lungo il fianco della montagna, le prime abitazioni sono ad una quota più bassa rispetto a quelle in cima. Così sì, giungiamo a Thulo Syabru ma non al nostro albergo, il nostro albergo è in cima alla collina, un centinaio di metri più sopra, dopo una fitta teoria di tornanti.
- È quello lassù in alto, quello più panoramico-sir, - mi dice Padàm con un sorriso tra il divertito e il sadico.
- Ti venga un accidente, - gli dico.

L' albergo è molto accogliente. Lo è anche Mr. Rakesh, il nostro ospite. La stanza ha il bagno in camera. È piastrellato. C' è un lavadino. C' è perfino uno specchio. Un autentico cesso europeo, come solo gli europei sappiamo fare. E finamente posso anche radermi senza reggere il cellulare.
Ci sono due letti con lenzuola e piumoni freschi di lavanda, lusso che nei villaggi non puoi concederti. Talvolta ho trovato piumoni e federe ammuffiti ma non mi ha fatto specie. Ho avvolto i cuscini nelle mie t-shirt. Ho usato il mio sacco a pelo. Ho scelto di fare questo viaggio proprio perché ho relegato la comodità in fondo alla lista. Le condizioni igieniche sono precarie e anche di questo non mi preoccupo. Quello che cerco non è una situazione da villaggio turistico, lì le lenzuola saranno pure pulite ma è tutto il resto che è abbastanza sporco. A Lama Hotel ho fatto colazione con gli sherpa che mi dormivano accanto sulla panca nella dining room e montarozzi di piumoni che non vedevano acqua da chissà quanto ma non mi importava, quel senso di promiscuità, quel senso di un vissuto precario, quel senso di 'questo c'è e questo se vuoi ti prendi' mi piaceva e mi piace. Non è stato di natura ma gli è molto vicino, uno stato immediato, senza mediazioni. La mia camera era piena di spifferi e assi di legno marcio ma era già tanto se potevo trascorrere la notte al chiuso.
Vivere e sopravvivere dell' essenziale. Minimalismo.

Mi concedo una lunga doccia. Mi rado. Mi vesto. I miei movimenti sono molto lenti, non tanto per la stanchezza, scioltasi via con l'acqua, quanto per il lento defluire del mio essere, per la lenta acquisizione dello stato di grazia, lo stato di assenza.
C' è un'ampia finestra che dà sulla valle. Mi si mozza il fiato. Tante casupole sparse sui fianchi delle montagne. Terreni coltivati a terrazze. Lontano, nel mezzo della foresta, che sa tanto di terra di nessuno, un puntino minuscolo, bianco. È la casa con la donna che filava le sciarpe e le cinture.
Approfitto del lavandino per sciacquare t-shirt, calze e mutande.
Mi concedo tre cene di seguito: momos, patate arrostite, chowmin con verdure, e birra. Ceno all' aperto in un'ampia veranda con vista sulla valle. Siamo a quota duemila duecento ma fuori si sta bene. Oltre a noi ci sono soltano altri due ospiti, uno sherpa rumoroso e una donna.
Dopo cena con Mr Rakesh ci intratteniamo in una lunga conversazione: l' Himalaya, la vita dura in montagna, l'Italia, la Sicilia, il mare, la politica.
Gli dico:
- Avete avuto inondazioni devastanti, ho letto che il vostro primo ministro ha rinunciato a un mese del suo stipendio mettendolo a disposizione degli sfollati, e così pure i suoi consiglieri, hanno rinunciato a una settimana di stipendio ciascuno. -
- Propaganda, - commenta con amarezza Mr Rakesh. - Corruzione. I livelli di corruzione in Nepal sono ad altissimi livelli. Approfittano della povera gente. In Italia state meglio. -
- Caro Mr Rakesh, non è tutto oro quello che luccica, in Italia abbiamo tanta bellezza quanta corruzione. -

Nei giorni precedenti alle 20 già dormivo, stasera vado a letto dopo le 21.
Prendo subito sonno. Dormirò tutta la notte come un ghiro. Il noto esibizionismo del mio nervo sciatico quella notte non pervenuto.
Al mattino successivo, sveglia alle 5, alle 6 faccio colazione, pancake con miele e tè allo zenzero. Recupero la roba stesa ad asciugare, saldo il conto degli extra con Mr Rakesh, recupero i miei zaini in camera, si riparte. Dimenticherò tra mille imprecazioni in lingue estinte la mia fida giacca rossa, me ne renderò conto solo quando saremo quasi giunti a Sing Gompa, la nostra prossima tappa in direzione lago Gosaikunda, il lago di Shiva e Buddha.


 

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stupa25 ottobre 2024, giorno 9:

La lunghezza del percorso per Sing Gompa è di appena sette chilometri ma con mille e cinquanta metri di dislivello, una bella salita.
Il percorso è quasi interamente coperto dalle chiome delle conifere della foresta. Tra i rami fanno capolino i profili delle cime dell' Himalaya coperte di neve. C' è anche la cima del Langtang Lirung, la più alta di Valle Langtang, settemila duecento. È là in fondo, molto lontano da noi, e da lontano si comprende la sua imponenza. A Kjiangin Gompa eravamo alle sue falde, la prospettiva non rendeva. Da qui posso percepire la vastità degli spazi e la distanza di quanto abbiamo percorso sinora. Ho fatto tutta quella strada. Ho fatto tutta quella strada, mi ripeto come un mantra.

Sing Gompa è un villaggio abbarbicato sul costone della montagna, su un lato gli edifici, sull' altro la valle e i suoi abissi. È un villaggio di discrete dimensioni, molto vivace, c' è perfino un tempio. Mi riprometto di visitarlo.
A cena, pochi, silenti ospiti nella dining room. A preparare i nostri piatti c' è una donna. C' è una bimba che le ronza intorno correndo da un estremo all'altro della dining room. Mentre prepara le cene la donna tiene fasciato sulle spalle un infante. L' infante piange, ha fame. Quando gli ospiti siamo tutti serviti, la donna siede, libera l'infante dalle fasce, lo avvicina e gli porge il seno.
Alle 19:30 circa sono già in camera. La finestra dà sulla valle. Sciacquo un po' di roba intima. Mentre stendo la roba sui fili, osservo le luci al buio, i villaggi lontani sulle montagne in fondo. Qualcuno ha acceso un fuoco, ovunque c'è un odore inebriante di resine vegetali.
La notte scorre serena. Da un po' l'esibizionista sciatico dorme con me. 

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berretti di lana26 ottobre 2024, giorno 10

Per lago Gosaikunda ci attende un percorso di undici chilometri per millecentotrenta metri di disvello. Man mano saliamo la foresta sfuma su lande rocciose che si ergono sul paesaggio intorno. Per pranzo facciamo sosta a Laurebina, quota tremila novecento. Laurebina consta di due soli edifici, due guesthouse. Molliamo gli zaini su panche di legno esterne equipaggiate di deschi, poi Padàm prende l'ordinazione del mio pranzo. Mi concedo due piatti, riso fritto con verdure e patate arrostite. Quando cammini e sei in salita mangiare tanto non è una scelta saggia ma tant'è, ho fame.
Alla mia sinistra c' è un gruppo di tedeschi che avevo già incontrato al mattino lungo il cammino. Uno di loro, una donna corpulenta sulla sessantina, si stacca dal gruppo e mi siede accanto. Poggia le braccia sul desco e vi abbassa la testa. Chiude gli occhi. Dopo un po' un filo di bava comincia a penderle dalle labbra. È stanca, la via è tosta. Si rende conto della cosa e un po' imbarazzata si ricompone. Torna ai suoi amici barcollando.
In attesa del pranzo, osservo il panorama. Il cielo è terso, non c' è vento. Sotto a noi, un tappeto di nuvole bianche. Per noi che siamo quassù è una luminosa giornata di sole, per chi sta laggiù è già buio. Le cime dell' Himalaya grattano l'orizzonte. Alcune di esse si stagliano con le loro inconfondibili sagome, l' Annapurna, la montagna della dea omonima, Ganesh Himal, la montagna nevosa di Ganesh, il dio elefante, e poi una montagna con in cima un paio di corna: Manaslu, la montagna dello spirito. La osservo, e forse lei osserva me. Un giorno ci incontreremo, ci diciamo.
Oltre quelle cime, il confine tibetano.
Consumo il mio pranzo. 
Giungono tre giovani donne trafelate. Mollano i loro zaini, poi alcune seggono per terra. Una di loro resta in piedi e spinge lo sguardo sull'orizzonte. Scambiamo due parole. Mi fa segno in direzione dell' Annapurna.
- Ho fatto l' anello dell'Annapurna, - mi dice soddisfatta. - E tu? sali o scendi? -
- Salgo, - le dico.
- Che giro hai fatto? -
- Vengo da lì, - e le indico la cima del Langtang Lirung, alle nostre spalle.
- Che villaggi avete toccato? - Glielo dico, raccontandole i dettagli del mio percorso, di Kjiangin Gompa di Kijangin Ri, di Tserko Ri, del fiume Langtang, della foresta subtropicale.
- Inizialmente volevo fare l' anello dell'Annapurna, - spiego - solo che poi ho visto che è troppo affollato e ho optato per Valle Langtang. -     
- Ti dirò, l' anello dell'Annapurna è stata una bella esprienza ma forse il tuo percorso è migliore, è più variegato, vedi più cose. Nell' anello dell'Annapurna sei costantemente in quota, ovunque panorami, ovnque cime innevate. Da questo punto di vista è un po' monotono. La prossima volta mi faccio valle Langtang. -
Le sue parole mi infondono un senso di soddisfazione fugando quei pochi rimpianti che mi erano sorti per mollato l'anello dell'Annapurna. 
- Da dove vieni? - mi domanda.
- Dalla Sicilia, Italia. -
- Bella, - dice.
- E tu da dove vieni? - le domando
- Da Israele, - dice, volgendo lo sguardo sulla valle.
Un blocco di ghiaccio precipita sulla nostra conversazione. Attimi di fitto silenzio. Quel silenzio evoca immagini di guerra, Gaza, il volto di Netyanahu, macerie, corpi dilaniati, echi di bombe. Ma non intendo aprire il discorso. Non penso e non intendo pensare che tutti i cittadini israeliani siano responsabili di genocidio. 
Riporto l' attenzione sulle montagne che ci circondano parlando di Tserko Ri. Poi giunge il suo pranzo e il pranzo delle sue amiche. Auguro loro buon appetito. Mi concedo una pausa prima di riacciuffare il mio zaino e riprendere la via per il Gosaikunda.

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Ci attendono non più di due chilometri di percorso ma ci attende anche un dislvello di quattrocento metri. Rocca Busambra, l' amato roccione della provincia di Palermo su cui ormai salgo come affacciarmi al mio balcone, ha un' altitudine di milleseicentotredici metri, per raggiungere la sua cima occorrono quattro chilometri di percoso e seicento metri di dislvello. Il paragone con ciò che mi attende per il Gosaikunda è presto fatto. Il doppio pasto del pranzo si fa sentire ma pazienza, procedo più lentamente, d' altronde non ho fretta.
Poco più su a Laurebina c' è il Laurebina Pass. Ci si concede una sosta. C' è una statua in bronzo del Buddha circondata da centinaia di gagliardetti colorati. Il panorama sconfina ovunque, ovunque sconfina un senso di pace, un senso di equilibrio. Seggo su un muretto a secco.
Non faccio altro per una buona mezz'ora.

Il percorso s' inerpica sulle rocce. Il perimetro è corredato da un corrimano per assicurare il transito alle folle di fedeli di Shiva e Buddha. Alla nostra destra, l'abisso. 


 

 

letto nidoGiungiamo al Gosaikunda che è quasi il tramonto. il villaggio offre quanto di più essenziale. La mia camera ha un letto a due piazze. Ha solo quello. È incastonato tra le pareti di legno marcio. Il mio piede è più lungo della distanza tra l' uscio e il bordo del letto. Non c'è spazio per gli zaini. Non è una camera, è un nido, un nido colorato dalle lenzuola e i piumoni in dotazione. Uno scampolo di raggio di sole illumina quel nido facendolo sembrare più ampio. Il tutto mi delizia. Disfo il necessario sul letto, recupero il volume dagli zaini e li accascio sul pavimento, o ciò che gli somiglia. Mi sdraio sul letto, tolgo glli scarponi e li metto sotto il letto. Indosso le mie scarpe da disimpegno. Quando il giorno successivo farò per recuperare gli scarponi ne troverò uno solo. C' è un buco nelle assi del pavimento. Lo scarpone è precipitato dentro al buco. Acchiappo il cellulare e attivo la modalità torcia. Il buco dà sulla roccia viva. Lì sotto c'è tutto uno storico di oggetti precipitati. In fondo c' è anche il mio scarpone, non molto in fondo, in bilico su uno sprone. Lo recupero allungandogli il manico di un ombrello.

Nella guesthouse pochi ospiti ma la guesthouse è un nido, così la dining room risulta affollata. Siamo tutti intorno al fuoco di una stufa a legna.
Siamo a quota quattromila trecento, fuori c' è il ghiaccio.
C' è qualche italiano. C' è una coppia, lei di Genova, lui di Cremona e vivono in Sardegna. Vanno spesso in Sicilia, lui ha amici sulle Madonie.
Si parla anche di San Vito, di Monte Cofano, di Macari di cui hanno sentito parlare anche grazie alla tv ma dove non sono mai stati. Mi metto a disposizione per un giro da quelle parti, conosco bene quell' area. In Sardegna si occupano di accoglienza ai turisti ma anche di escusionismo. Mi riprometto di fare il 'selvaggio blu', il cammino sardo. Loro ricambiano la mia disponibilità. Ci scambiamo i numeri di telefono. 
Ci sono anche tre lombardi, un uomo e due donne. Si chiacchiera di Alpi, dei quattromila italiani, del Matterhorn o Cervino, del Monte Rosa e il suo giro. Non sono mai stati in Sicilia. Giunge la cena.
Come al solito, alle 20 sono già in camera, anzi, nel mio nido. Durante la cena una delle due donne mi mette un cruccio, mi chiede se ho mai dormito ad alta quota, le dico che ho dormito sino a quota tremila novecento, a Kjiangjin Gompa, qui è diverso, lei dice, siamo pù in alto, la differenza di ossigeno si fa sentire. Racconta che la prima volta che è stata alla Capanna Margherita durante la notte ha avuto crisi d' asma, doveva aprire la finestra e tirare lunghi sorsi d'aria. La Capanna Margherita è il rifugio più alto d' Europa, quattromila cinquecento cinquanta metri, Punta Gniffetti, massiccio del Monte Rosa. Aggiunge che chi russa è più sensibile al fenomeno. Le dico che russo e anche parecchio e a Kjiangjin Gompa ho dormito come un ghiro e che spero di dormire come un ghiro anche qui.


 

 

folla di solitudini27 ottobre 2024, giormo 11


Ed effettivamente, anche qui dormo come un ghiro. L' amica lombarda ignora che possono essere altri i motivi per cui la notte non dormi a qualunque quota, per esempio visite di maledetti esibizionisti sciatici. Eppure durante la notte il mio personale esibizionista sciatico è sparito. Ma a pensarci bene, da quando è iniziata la salita per Thulo Syabru, cioè da quando è iniziata la seconda parte del mio viaggio, la parte silenziosa, la parte espressamente dedicata ai solitari, l' esibizionista sciatico s' è relegato in un canto. Che Shiva e Buddha mi abbiano fatto la grazia? Meglio non cantare vittoria. A colazione, l' amica lombarda s' informa:
- Com'è andata? -
- Temevo di peggio, - rispondo. Mi guarda con tanto di occhi. Durante la notte, qualcuno ha mollato ripetutamente violenti colpi di tosse. Era lei.
Dopo colazione, saluti ai lombardi, essi proseguono oltre il lago, in direzione Valle Helambu. Vanno via anche altri ospiti. Nella guesthouse restiamo io, Padàm e i sardi. Mi concedo un giro lago. Sono l' unico a concedersi quel giro, i sardi si godono il tepore della stufa a legna. L' uomo, di nome Michele, mi fornisce qualche suggerimento fuori traccia, lui lo ha già fatto il giorno prima che arrivassi. Quando cammino in montagna, i fuori traccia sono i miei preferiti. Forse non solo quando cammino in montagna, forse anche la mia vita è un fuori traccia, sentieri non segnati, improvvisazione, spirito di adattamento, niente certezze, niente strutture di accoglienza, poca gente con cui condividere non sai cosa.

Le sponde del lago sono ghiacciate. Sulla superficie dell' acqua ondeggiano lastre di ghiaccio rigate da crepe. A pochi metri dalla sponda l' acqua cambia colore, dalla trasparenza passa a un blu intenso, laggiù, sotto il pelo immobile dell'acqua che riflette a specchio le cime intorno, c' è un precipizio, il lago è molto profondo e pericoloso, i mulinelli hanno fatto quache vittima, a conferma di come il sacro vada di pari passo col pericolo. Le sponde più basse sono punteggiate da piccoli monoliti formati da tante pietre una sull' altra, sono i segni più discreti dell' entusiasmo tipico di chi va in montagna, segni che celano filantropia. un codice non scritto condiviso da tutti i camminatori, messaggi futuribili consegnati ai viandanti che verranno; in un raptus di assenza, il camminatore si ferma, guarda intorno, raccoglie delle pietre, le pone una sull' altra, qualcuna perde l'equillibrio, lui la ripone in un equilibrio più stabile finchè in cima pone il sassolino più piccolo e il monolite è fatto e chi verrà dopo troverà quel monolite e capirà che di lì è passato qualcuno, che in fondo non è poi così solo, che nella sua solitudine può proseguire il suo viaggio certo che la via è quella giusta, una via solcata da una folla di tante solitudini.

Voci. Schiamazzi. Urla goderecce. Acuti civettuoli.
C' è una piccola area di cemento con un piccolo stupa. C' è qualcuno, ragazzi e ragazze. Una di esse ha i capelli bagnati e indossa un costume, un' altra con fare apprensivo le poggia sulle spalle un telo da mare; altri due ragazzi sono in acqua, uno di loro urla e ride, ride e urla e poi si tuffa.

Torno alla mia guesthouse. C' è un santone indù seduto per terra in posizione fior di loto, indossa una tunica arancione e una corolla di fiori, ha la barba lunga e nera. Ci osserviamo.
- Namaste! -
- Namastè! -

Qualcuno ha dato un colpo ad una campanella. Le urla ghiacciate dei ragazzi in acqua. Poi silenzio.

Il programma prevede un' altra notte qui al Gosaikunda ma con Padàm concordiamo di scendere dopo pranzo a Laurebina e di trascorrere la notte lì. Quel posto mi è piaciuto molto, il che poi ci consente di spezzare la discesa, il viaggio volge ormai al termine, per l' ultimo giorno, cioè l'indomani, ci attende una lunga discesa in direzione Dhunche.

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Il ritorno è ancora più desolato dell' andata. Sono le ultime ore, gli ultimi chilometri di sentiero nepalese solcato dai miei passi. C' è un velo sottile di malinconia, la malinconia di certe cose che finiscono e che cominciano a diventare ricordi, la malinconia di quelle cose che ti hanno fatto stare bene. La mia assenza trova ancora compimento in quei panorami grattati dalle cime innevate, corredati di silenzio.

Giungiamo a Laurebina Pass, ci fermiamo, abbiamo un appuntamento. Padàm mi fa segno che stanno salendo, sono a pochi minuti da noi. Sono due sherpa che mi consegneranno la giacca rossa che ho scordato due giorni prima a Thulo Syabru. Dopo che mi sono accorto dell' accaduto, Padàm ha telefonato a Mr Rakesh, il proprietario dell' albergo, e Mr Rakesh ci ha rassicurati dicendoci che in capo a due giorni due sherpa sarebbero saliti al Gosaikunda per consegnare merci, ci saremmo incontrati a metà strada, mi avrebbero portato la giacca. E così è.
Uno dei due sherpa poggia il suo carico su una roccia, infila la mano, tira fuori la giacca, me la porge sorridendo.
- It's for you, sir. -
Ringrazio con una banconota da mille rupie nepalesi. Lui s' imbarazza, dice no no, Padàm lo incoraggia ad accettarli, così ancora più imbarazzato tra mille inchini lo sherpa ritira la banconota dalle mie dita. Mille rupie, poco più di sei euro. Per chi di rupie ne guadagna duecentocinquanta a carico, camminando con le ciabatte per decine di chilometri con dislivelli di centinaia di metri, quella banconota è un sollievo.


 

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ombreLaurebina.
Prendo possesso della camera. L' altro giorno il tappeto di nuvole era ad una quota più bassa, stavolta copre il cielo sopra di noi. All' orizzonte, le cime del Ganesh Himal e del Manaslu sfumano alla vista in coltri grigie. A volgere di un' ora, il villaggio è avvolto in una fitta nebbia. Ceno. Salgo in camera. La struttura - le scale, il corridoio, il balcone a schiera, eccetto i servizi - è interamente in legno, legno pressoché datato. I miei passi echeggiano come quelli dei film di Vincent Price. Mi adopero affinché la similitudine sia plausibile: divengo la sagoma in fondo al corridoio, un corridoio lungo, con le linee prospettiche accentuate in una distorsione grandangolare, come nel corridoio di Jennifer Connely - oh, Jennifer! - sonnambula in PHENOMENA di Dario Argento, con in sottofondo quella splendida traccia di Claudio Simonetti, divengo la presenza oscura di questo luogo desolato e deserto. Ma ancora per poco. Da lì a cinque minuti quella struttura si popolerà di rumorosi scarafaggi assassini e purtroppo non si tratta di un delirio di Kafka: saliranno a frotte dalla hall/sala da pranzo, saranno sherpa e turisti locali ubriachi, armeggeranno coi catenacci alle porte, avranno difficoltà a trovare la chiave corretta e avranno difficoltà ad inserirla nella serratura, la cosa innescherà frizzi, lazzi, pacche sulle spalle, ilarità isteriche, e quando riuscirano finalmente a possedere le camere si motteggeranno, in un gran fracasso da saloon getteranno sul fragile pavimento in legno pressoché datato i loro zaini, e la sagoma oscura che è in me si rivelerà per quel che è, un assassino, il Jason di VENERDÌ 13, ma quello che per me è un set da film dell' orrore, per quei mostricattoli è quello di un film western. Nella Monument Valley ci sono già stato, c' erano le rocce tipiche, c' era la polvere sollevata dalle ruote delle diligenze in fuga dai pellerossa Paiute, c' era il punto dove John Ford si piazzava e impartiva gli ordini alla troupe, c' erano tracce di coyote, c' era la scia sinuosa di crotali in fuga, non c' erano bifolchi di quel genere.
Smaltita l' euforia, gli insetti si danno una calmata, finché scendono in sala da pranzo come nel delirio di scolaresche a ricreazione.
Seggo sul letto e guardo fuori dalla finestra. Osservo le spire della nebbia che si allungano come colli di drago sulle cime, avvolgono i pali dell' alta tensione in una performance sadomaso, si sollevano lentamente, lentamente si abbassano, si rincorrono, si avvolgono su sè stesse, si ammucchiano in un' orgia, montano quel po' di sole che resta al crepuscolo, lo rendono più rosso, non si sa se di vergogna o di lussuria, lo rendono più grigio, non si sa se prosciugato o evocato da uno zombi mannaro, lo rendono nero, non si sa se per una maledizione o in simbiosi col mio istinto omicida, finché autentiche tenebre su tutto hanno la meglio.
Trascorro una notte tranquilla. L'esibizionista tace.


 

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ruote della preghiera28 ottobre 2024, giorno 12

 

Quindici chilometri e poco meno di duemila metri di dislivello, tutti in un' unica cavalcata sulle rocce, sui gradini di pietre malferme, sui sassi che compromettono l' equilibrio, con le bacchette puntellate al suolo, col fragore del fiume - stavolta il Gosaikunda Khola, cioè fiume - a scortarci sui burroni, su sentieri larghi come tovaglioli di carta. Tanto è ciò che percorriamo. Altri villaggi sui costoni delle montagne, altri sherpa in bilico coi loro carichi, altri escursionisti - una manciata in tutto - in sosta nelle guesthouse, altre essenze inebrianti dalla vegetazione della foresta subtropicale. Altre occasioni di assenza.
Si scende sino al greto del fiume, in un punto dove si fa più pianeggiante, alla portata dei pellegrini che pregano presso le sue sacre e pericolose sponde. Il sentiero s'impenna nuovamente, assume le sembianze di un lastrone di cemento, lastrone che poco prima di ridiventare suolo grezzo intercetta un fuoristrada parcheggiato al suo bordo. Appoggiati al cofano del fuoristrada, due uomini in chiacchiera come due bravi. Uno di loro urla qualcosa a Padàm in nepalese, penso di intuire cosa gli stia urlando.
- Rispondigli che non mi interessa, proseguo a piedi, - dico a Padàm. Padàm annuisce.
Il sentiero diventa trazzera, poco dopo sfoga in un centro abitato: mezzi pesanti, bambini che giocano a bordo strada, polvere, puzza di gasolio bruciato, galline che razzolano sulle sorgenti che spurgano dai bordi, negozi di alimentari. È Dhunche, la nostra mèta, la nostra ultima tappa, l' ultima dell' intero viaggio.
- Guarda chi c' è, - mi dice Padàm, indica un escursionista attempato e stanco. È Rey.
- Ci si rivede, Rey! -
- Sei stato al Gosaikunda? - mi domanda.
- Sì, ieri. Adesso è ora di tornare. Tornerò migliore. -
- Ci siamo dedicati un bel 'passatempo', - commenta Rey, lo fa con un sorriso malizioso che suggerisce le virgolette di 'passatempo'. - Il senso della vita è questo, e non starsene davanti una tv. -
- C' è di meglio, - gli dico, - per esempio al sabato andare al centro commerciale e alla domenica lavarsi la macchina. - Ridiamo.
- Ciao Rey, è stato un piacere conoscerti. -
- Anch' io vado via domani, ci vedremo sull' autobus. -
- No, - gli dico, - ho preso un fuoristrada a noleggio. -
- Allora ciao Gabriele, - mi dice in un buon italiano.
- Ciao Rey, - gli dico in spagnolo maccheronico.

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dhuncheRaggiungo Padàm, che nel frattempo mi ha atteso all' ingresso del nostro albergo. Salgo in camera, faccio una doccia. Dopo cena mi concedo due passi in città. Torno in camera. Guadagno il letto. Non riuscirò a chiudere occhio. Stavolta l' esibizionista sciatico non c' entra. Cani. C' è una muta di cani che hanno deciso di doppiare i loro compaesani ubriachi di Laurebina. Abbaiano tutta la notte, uno in particolare abbaia imperterrito con un ritmo che ricorda la catena di montaggio di TEMPI MODERNI di Chaplin. Cani maledetti. Il mattino appresso, già alle 06:30 il fuoristrada è fermo in nostra attesa davanti l' albergo. Carichiamo la nostra roba. Poco più in là, una muta di cani, uno di loro si stacca dal branco e fa per venirmi incontro scodinzolando. Lo riconosco, è lui, lo gnorri, lo stronzo di TEMPI MODERNI. Vuole coccole, ma sono già a bordo del fuoristrada, mi osserva con due occhioni languidi, imploranti, il fuoristrada si mette in moto, schiva il muso del cane ma lui ostinato ci segue avvolto in una nuvola di polvere. E mentre Dhunche e le cime dell' Himalaya scivolano via dagli occhi ai ricordi sui riflessi del vetro, gli brandisco il dito medio.

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uomo occidentaleNon si tratta di un manzoniano addio ai monti, la mia non è una fuga, non c' è l' ombra di un rimpianto nel mio ritorno in patria, e il mio non è un addio, semmai un arrivederci; sul Laurebina Pass il Manaslu, la montagna dello spirito, mi ha raggiunto col suo monito. Lo osservavo da lontano, nella contemplazione estatica di un desiderio inespresso. In quei luoghi, tra quelle valli, quei villaggi, quelle vette ho guadagnato la parte migliore di me, la mia assenza, e ovunque si guadagni la propria assenza è normale supporre di tornarvi.
In Occidente, la quintessenza del viaggio è quella verso Itaca, e Ulisse la quintessenza del viaggiatore ma è un falso concettuale: nell' Odissea non c'è traccia di un desiderio di assenza da parte di Ulisse, egli si ritrova a subire la propria presenza con la nostalgia struggente di casa, di Penelope, di Itaca; Ulisse sta seduto su uno scoglio e piange. Egli subisce il proprio viaggio, e mentre noi leggiamo e ammiriamo le sue imprese, egli si accinge a tornare a tutti i costi alla sua Itaca, che suo malgrado gli sfugge. In fondo, il lettore occidentale vuole Ulisse fuggiasco, è il lettore, non Poseidone, acerrimo nemico di Uisse, il vero theòs che lo costringe all' esilio. Quella di Ulisse è in fin dei conti la storia di una presenza tragica. Ulisse è condannato a sè stesso. Il giudice che emette il verdetto è il lettore occidentale.
C' è un che di sadico nel lettore occidentale, ed è un sadismo che lo appaga, e appaga la condanna dell' uomo a sé stesso. Sino al Cinquecento l' uomo è un organo nelle mani di dio, poi l' uomo scopre di essere uomo. Nel Settecento con l'Illuminismo l' uomo scopre di riuscire a creare un proprio mondo, scopre che può essere dio. Nell' Ottocento l' uomo esperisce le ombre di questo dio, di qualunque dio, nella fattispecie di questo dio chiamato uomo e, nel Novecento, finirà, con Freud e la psicanalisi, per autodistruggersi. L' uomo scoprirà che non è all' altezza della propria presenza. Dio morirà, resterà l' uomo, coi suoi tormenti, la sua presenza. Il tramonto dell' occidente evocato da Spengler è nient' altro che la condanna dell' uomo a sé stesso, alla ossessiva presenza a sè stesso.
Sarà la fisica, non la filosofia, a restituire una parvenza di assenza all' uomo, con la meccanica quantistica. La meccanica quantistica restituirà all' uomo il vuoto, l' indeterminazione, l' immaterialità della materia. All' uomo verrà il dubbio che quanto più è immateriale la materia tanto più è materiale lo spirito. Dopo millenni di separazione forzata, da Platone prima e dalla patristica cristiana dopo, finalmente l' uomo potrà riuscire a pensarsi spirito e materia in una cosa sola.
Ma in oriente lo sanno già da tempo. Il Tao te Ching di Lao Tzu - poesia, opera fiosofica, racconto o qualunque cosa sia - racconta tutto ciò ben prima di Niels Bohr, Werner Heisemberg e Albert Einstein, giusto qualche migliaio di anni.

Quando ho realizzato concretamente l' idea di partire per il Nepal, qualcuno dei miei amici ha snobbato la mia iniziativa dicendo:
- Che ci vai a fare in Nepal? In Italia abbiamo di quelle montagne! -
Tutto il mondo ci invidia le Dolomiti. Le Dolomiti traboccano di percorsi che serpeggiano ovunque attarverso i loro panorami. Uno dei percorsi più impegnativi e completi è l'Alta Via 2. L'Alta Via 2 sorvola le vette irte delle Dolomiti tra Bressanone e Feltre. Bressanone e Feltre sono due città molto belle e molto poco mediterranee, a misura d' uomo, dove le case hanno i tetti spioventi, l' erba è verde, i prati sono curati, le infrastrutture di manifattura austriaca, cioè decorose, senza una buca, asfalto come superficie a specchio, dove la luce e, figuriamoci, l' acqua non mancano mai, dove non esistono utilitarie, dove nulla è lasciato al caso e all' incuria, in poche parole, sono città in cui tutto è patinato, perfino la vita. Ma non si tratta solo di Bressanone e Feltre. È più chiaro adesso perché ho scelto di andare in Nepal?
Il mio prossimo viaggio sarà sulle Dolomiti. Mi farò l'Alta Via 2. Lo farò per impossessarmi delle Dolomiti, per trovare l' assenza di Bressanone e Feltre. Lo farò per impossessarmi anche lì della mia assenza.

Gabriele Mastropaolo.

 

Langtang Gosaikunda Redux