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Il fatto è che ho fame. Sto cercando un posto dove mangiare il mio primo dalbhat in terra consacrata. È pieno di gastronomie, più o meno assortite, più o meno sporche. Vedo una tabella, "cucina internazionale, al primo piano".
Bene, mi dico, almeno mi allontano dal traffico. È un edificio tutto in legno, c' è una sala con sì e no dieci coperti, ed è deserta. Brutto segno, mi dico. No, se consideri che sono le cinque del pomeriggio. O la va o la spacca. E l' è andata, il dalbath è buono. Dopo il pranzo-cena, recupero il mio amplesso con la città. Cammino con una certa leggerezza di spirito, non posso permettermi altro tipo di leggerezza, il mio corpo è vincolato dal traffico tentacolare. Mai metafora fu più appropriata: il traffico di Durga - Khalì, la dea dalle molte braccia. Un tipo mi si appiccica addosso. È un ragazzo di manco vent' anni, parla un po' italiano. Sì, ha intuito che fossi italiano, non si sa da cosa ma l' ha intuito. Parla e parla. Chiaro che poi dovrò sganciare una mancia ma siccome in qualità di guida improvvisata è bravo, lo lascio fare. Mi conduce nel cuore di Kathmandu, viuzze strette con un tempio ogni pisciata di cane ma i cani qui forse non pisciano, sono tranquillissimi, dormono tutto il tempo, cani zen che ciondolano indifferenti tra motociclette e esseri umani, tantissimi cani che dormono sdraiati sul ciglio della strada quando taxi e SUV e bus passano loro accanto a pochi centimetri. Comincio a scattare qualche foto: un tempio, gli occhi di Buddha in cima ad uno stupa, l' insegna in rilievo di un negozio di cianfrusaglie, sull' ingresso di un tempio c' è un individuo in un rilievo ligneo con un fallo enorme che si masturba, ci sono due che scopano soddisfatti, ci sono altri che si agitano in un non meglio identificato sesso: il kamasutra. Sul frontone di un altro tempio la mia guida improvvisata mi indica un rilievo, una dea con molte braccia.
- È Annapurna, - mi dice - oggi si celebra la sua festa. Protegge gli escursionisti. -
- Ma guarda, - dico - è anche uno degli Ottomila. Avrei voluto fare l' anello dell'Annapurna, poi ho scelto diversamente. -
C' è un banchetto con tanti lumini accesi. Il ragazzo ne accende due, uno per lui, uno per me. Poi prende una scodella con un unguento rosso, intinge un dito e mi fa un segno al centro della fronte.
- È la kika, il tuo terzo occhio. -
Osservo il tempio col rilievo di Annapurna.
- Guarda bene, - mi dice il ragazzo - ogni tempio è diviso in tre ordini, uno è l' ordine delle parole, l' altro l' ordine del corpo, infine l' ordine dello spirito. - E sorride.
Quando giunge il momento del nostro congedo, prendo il portafogli, intendo lasciargli qualcosa. Lui mi dice:
- No, non voglio danaro, se vuoi darmi qualcosa acquista del cibo per me e la mia famiglia. -
La trovo una risposta ricca di dignità.
- Cosa ti serve? - gli domando.
- A due passi da qui c' è un negozio di alimentari, - mi dice. Al negozio prendiamo delle buste di pasta. Ci salutiamo naturalmente con un accorato Namastè.
In fondo alla via c' è una piazza con uno stupa enorme, gli stupa sono gli equivalenti delle cappelle cristiane, con in cima gli immancabili occhi del Buddha.