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A dispetto del nome, non si tratta di un hotel ma di un villaggio, un insieme di edifici adibiti a guesthouse ciascuno col proprio repertorio di escursionisti stanchi ed escursionisti pronti a ripartire, smorfie di dolore e facce felici, zaini in spalla e zaini sui muretti a secco.
- C' è un problema-sir. -
Padàm mi osserva col volto contrito in una smorfia.
- Dimmi, - gli faccio.
- Non abbiamo camere. -
- Come sarebbe a dire? - gli faccio.
- Il tipo dove avevo prenotato mi ha detto al telefono che ci sono gruppi e le camere sono per i gruppi. Business-sir. -
- E la prenotazione, allora? - gli dico, - Se hai prenotato deve darti le camere. -
- Business-sir, - ribadisce.
Lo avvicina un tizio. Si mettono a parlare in nepalese. Il tizio mi osserva. A mia volta osservo lui. Mi avvicino e gli dico:
- Per favore, dacci una camera. -
Mi osserva in silenzio, poi si rivolge a Padàm in nepalese facendo segno col volto verso le camere. Padàm mi dice:
- Abbiamo le camere-sir. -
Il tizio mi dice:
- Salve amico. Gli amici di Padàm sono amici miei.- E mi consegna una chiave con un lucchetto.
- La numero 9 è la tua camera, - mi dice. - Benvenuto, sir. -
Gli porgo una mano con un sentito ringraziamento. Mi dirigo con Padàm verso la camera. Aperta la porta, poggio per terra il mio zaino. Padàm fa lo stesso col mio secondo zaino, a suo carico.
- Gentile quell' uomo. Ci ha tratti fuori da un bell' impiccio. -
Padàm mi osserva.
- Dov' è la guesthouse dove inzialmente avevi prenotato e che ci ha dato il benservito? Sono curioso di vedere in faccia lo stronzo che ci ha rifiutato le camere. -
- È questa-sir. Avevo prenotato qui. -
- Ah, - faccio.
Padàm non mi dà occasione di dire altro, scantona in direzione dining room senza dire una parola.
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Lama Hotel è un villaggio incastonato tra pareti di roccia di cui non si scorgono le cime. È prossimo al fiume. Qui, come a Syabrubesi, il fragore del Langtang è tutt' uno col bioritmo della gente che vive nel villaggio.
Prendo confidenza con la camera. Dagli zaini estraggo il necessario per i cambi e il minimo per la toeletta. Prima di partire, mi ero procurato una serie di sacchetti con chiusura zip creando degli scompartimenti all' interno degli zaini dedicati alle t-shirt, alle calze etc. Organizzazione dei contenuti. Quando fai un viaggio di due settimane e ogni giorno porti con te tutta la roba, devi organizzare bene la roba, se non lo fai, il rischio è trascorrere metà del tuo tempo a sistemare e risistemare il contenuto degli zaini. Prima di entrare in camera ho fatto caso a un gabbiotto sgangheratissimo in legno con due ingressi altrettanto sgangherati posto poco oltre le camere. Su uno sta scritto in inglese toilet, sull'altro doccia calda. Al loro interno, buio pesto. Mentre disfo la mia roba, ho già deciso che per stavolta la doccia può attendere. Dallo zaino tiro fuori un pacco di salviette umidificate.
La dining room è anche un dormitorio. Ci sono i segni della notte passata, piumoni disfatti, cuscini, coperte sulle panche. Quel senso di promiscuità mi piace. Mi piace quel senso di precarietà. Fa parte del vaggio, fa parte di quella condivisione degli spazi che non può essere tassativa, non può essere regimentata. La sensazione di essere ospiti, di trovarsi di passaggio in un tutto provvisorio. Cerco un centro di gravità provvisorio, parafrasando Battiato. La permanenza non mi appartiene. L' idea di un centro non mi appartiene. Non appatiene al mondo, non appartiene all'universo. Errore comune è considerare il big bang come il centro da cui ebbe origine l'universo. L'universo non ha centro, meglio non ha un solo centro. L'universo si espande in maniera costante da una miriade di centri. La costante di Hubble misura questo movimento di espanzione dell' universo. La costante di Hubble ci dice in realtà quanto variabile sia l'universo. Qualunque punto dell' universo è il suo centro. Non siamo cose, siamo fenomeni di cose. Non siamo fatti per stare fermi, siamo fatti per muoverci. Non vediamo cose, ma cose che significano altre cose. Altra parafrasi, il buon Italo Calvino.
La dining room della mia guesthouse mi emoziona. Avevo visto quegli ambienti, quella stufa a legna, quegli scorci di cucina centinaia di volte su youtube, e adesso ero lì. Attorno la stufa seggono gli sherpa. Indossano berretti di lana e piumini. Infradito ai piedi, li allungano verso la fiamma della stufa. Si raccontano storie, motteggiano, ridono, scommettono le poche donne nepalesi presenti.
Seggo sulla panca, prendo un menù. Il fido Padàm chiede cosa ordino. Veg choumin, spaghetti nepalesi con verdure. Dieci minuti dopo, Padàm torna con un piatto colmo di veg choumin. L' aspetto e l'odore sono invitanti. Il mio stomaco esulta. Il gusto è ottimo. Faccio un bis.
Un uomo e una donna alla mia destra mi osservano.
- Tanta fame, - gli dico.
Ridono. L'uomo ha in mano il suo menù, lo scruta attentamente, indeciso.
- Mi hai dato un' idea, - mi dice in un inglese dalla forte cadenza francese. - E poi, quale migliore recensione, - mi dice.
- Capisco, ti ho fatto da cavia, - faccio io.
Ridono anche stavolta.
Coi due francesi s' innesca la chiacchiera. Salta fuori che sono siciliano.
- Oh, sono stato in Sicilia, bellissima! - fa lui.
- Dove, in particolare? - gli domando.
- Oh, un bel giro lungo, Eolie, Trapani, il vulcano. -
- Etna. -
- Sì, giusto, Etna. Meraviglia. Voglio tornare in Sicilia. E tu, parli francese? Sei mai stato in Francia? -
- No, magari, - rispondo.
- Eeeeh, ma allora...! - fanno in coro l' uomo e la donna. Ridiamo.
- Però voglio andare in Corsica, - dico, - voglio fare il Grand Randonnè 20. -
- È la prima volta che lo sento dire per esteso. Di solito sento dire solo GR20. -
- Ho il pallino dei nomi, - dico. Nel frattempo, un uomo alto e magro porge loro dei piatti. Il loro sherpa. Il loro servo in pectore.
Parla la donna.
- E dove vai, su o giù? -
- Vado su, - dico. - Domani direzione Langtang Village. E voi? -
- Noi andiamo giù, per noi sta quasi per finire. -
- E cosa vi portate in Francia di questo viaggio? - domando loro. - Cosa vi resta dentro? -
- Senza dubbio Tserko Ri, - risponde la donna. - Tu andrai a Tserko Ri? -
- Andrò a Tserko Ri e Kjiangjin Ri, - rispondo.
- Tutti e due? - sbottano.
- Sì, - dico - arriverò a Kijangjin Gompa per pranzo, avrò tutto il tempo di salire e Kjianjin Ri, il giorno successivo salgo a Tserko Ri.-
- È una follia - fa lei. - Di solito si fa l'uno o l'altro. Considera poi che per salire a Tserko Ri dovrai partire la notte, noi siamo partiti alle 4. Non avrai il tempo di riposare. -
- Non so se questa sarà un' occasione unica - dico. - Di certo al momento lo è. Non voglio sprecarla. Chissà se e quando tornerò. Vale la pena tentare Kjiangjin Ri e Tserko Ri. Se riesco, bene. Se no, pazienza. Non mi piacciono i rimpianti. -
L' uomo e la donna cominciano a consumare la loro cena. Nel fratempo ho finito la mia. In sala si è scatenato un ballo con la techno in diffusione. Il tizio, il capo della situazione, sbuca fuori dalla cucina in evidente euforia alcolica. Batte i piedi sulle assi di legno del pavimento. Va appresso la musica. Canta. Cioè, canta: urla. Colgo sfumature di isterismo ma forse mi sbaglio. Gli sherpa attorno la stufa a legna battono a tempo le mani.
Ma sì, mi sbaglio.
La notte trascorre intervallata dalle visite del nervo sciatico. Fitte lancinanti. Poi, come al solito, crollo sfinito.
La tenue luce dell' alba affiora dai vetri sottili delle finestre della mia camera. Con all' attivo sei ore scarse di sonno altrettanto scarso, decido che è sufficiente. Mi dedico alla toeletta. Indosso le scarpe. Esco. Sono appena le sei, è già un pullulare di escursionisti, di sternuti, di colpi di tosse. Mi urge un' esigenza ma di utilizzare la toilet per stavolta passo, cagherò tra le frasche.
Colazione con pane nepalese, miele, omelette e tè allo zenzero.
Alle 7 siamo in cammino.