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Sospeso sul fiume Langtang
In cima a Tserko Ri, 4985 m. Alle mie spalle, Ganja La Pass, uno dei passi più impegnativi dell'intero Nepal

 

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sherpa19 ottobre 2024,  giorno 3

Il giorno appresso iniziamo a camminare intorno alle 07:30. Il cielo è terso, il sole è ancora soltanto un bagliore. Le cime intorno avvolgono con le loro ombre. Padàm mi spiega che lì è sempre così: al mattino cielo terso, nel pomeriggio le nubi fitte coprono le cime. Da quota tremila in su, la notte nevica. 
In un primo tratto di qualche chilometro il nostro percorso lambisce il fiume lungo il suo corso. È una trazzera ampia e fangosa, ad uso dei mezzi del cantiere. Il sole si leva proprio dal fondo della valle, il fiume si tinge d'azzurro.
Cascate irrompono dal fianco della montagna per precipitare sul nostro percorso. Due figuri riposano a bordo fiume. Si tratta di due sherpa, due ragazzi sui vent'anni. Armeggiano col cellulare. Un diffusore bluetooth diffonde musica techno declinata in funzione nepalese. Di fianco agli sherpa, due fagotti. Peseranno almeno cinquanta chili ciascuno. Ristorati, i ragazzi si caricano i pesi con scosse di assestamento. Il peso li piega talmente tanto che l' unica cosa che riescono a vedere sono il suolo e le proprie scarpe. Scarpe. Non come le mie, scarponi tecnici addatti a cammini lunghi e impervi. I due sherpa indossano ciabatte di plastica da spiaggia. Le indosseranno per tutta la durata del cammino, un cammino lungo fatto di sassi, fango, salite quasi in verticale, con dislivelli anche di mille metri. Le merci, qui nell' Himnalaya, circolano così, con gli sherpa o con gli asini. Padàm mi spiega che ha fatto quel lavoro per cinque anni. Uno sherpa è pagato a peso, più porta, più guadagna. Può portare sino a settanta chili.
- E quanto guadagna? - domando.
- Duecentocinquanta, trecento rupie nepalesi a viaggio, - mi dice Padàm, e ride. Ride di un riso amaro. Al cambio corrente, centoquarantadue rupie nepalesi valgono un euro. Gli sherpa portano sino a settanta chili sulle spalle per decine di chilometri al giorno e mille metri di dislivello con un guadagno netto di due euro. Due euro.

Giungiamo alla struttura nascente della diga, una colata di cemento sul letto del fiume. Poco oltre, la trazzera di fango lascia il posto al sentiero vero e proprio. Finalmente le scarpe calcano suolo nativo. Finalmente ci si inoltra nella foresta. Finalmente si sale.
Il fragore del fiume ci scorta. Gli odori della vegetazione inebriano l' olfatto e l' immaginazione. Le immagini sollecitate da quegli odori non sono quelle che vedono i miei occhi, non sono quelle che ho visto centinaia di volte nei video su youtube. Sono altre immagini, di provenienza ignota, i cui riverberi sono ugualmente ignoti. Sono qualcosa di inedito. Quel senso di ignoto, quel non sapere cosa e quel non sapere come mi eccitano. È l'assenza di me che pulsa. Quelle immagini olfattive evocano concetti intangibili, concetti che c' erano prima di me e nel loro lungo e lontano corso trovano adesso in me uno sbocco, come i potenti fiotti della corrente del Langtang che scorre a pochi metri.
Ci aspettano dodici chilometri di percorso e novecento metri di dislivello. Una salita ripida ma niente di così inedito.
La meta è Lama Hotel.
Raggiungiamo Bamboo. È un villaggio di pochi edifici ma rispetto ai villaggi con case singole che troverò lungo il cammino, questo è già una cittadina. È abbarbicato su un costone di roccia che dà immediatamente non sul fiume ma sull' impeto del fiume. Il Langtang è il suo impeto. Fatta eccezione che per pochi, brevi tratti, il Langtang non è un fiume balneabile. La corrente spezzerebbe le ossa a un rinoceronte. La casa sulla cascata di Lloyd Wright, roba da dilettanti.

Ci concediamo una sosta. Ordiniamo il pranzo, il mio primo pranzo nella valle. Sarà tutto un insieme di prime volte, di primi amori.
Il villaggio pullula di escursionisti, escursionisti di ogni età. T-shirt tecniche madide di sudore, braccia abbronzate, piedi scalzi, colori fosforescenti degli zaini poggiati sui muretti a secco, parole sommesse in un inglese babelico. E naturalmente odori di verdure fritte e riso lessato.
Padàm prende il mio ordine. Dopo qualche minuto mi porge il mio dalbhat coi suoi soliti salamelecchi da servo. Mi indispongono ma gliel' ho già fatto notare. La parola sir è il suo intercalare preferito. Cosa desidera-sir, buongiorno-sir, buonanotte-sir, guardi qui-sir, guardi lì-sir, faremo un tratto molto ripido-sir, faremo un tratto pianeggiante-sir. Ogni intercalare è accompagnato da inchini. È più forte di lui. Per lui è un' abitudine.
- Da bere-sir? -
- Ci hanno mica birra, - gli dico.
- Certo-sir, prerisce Tuborg o birra locale-sir? -
- Proviamo la locale. - rispondo.
La birra locale risulterà buona. E anche il dalbhat. Dieci minuti di relax postprandiale.
- May we go? - gli faccio.
- Sure-sir! -
Zaini in spalla, si riprende il cammino.
Il sentiero si fa più ripido. Il fragore del Langtang colma tutti i vuoti. Il sentiero è un viavai di gente, gente distratta e che distrae, per lo più gente ciarliera e rumorosa, inconcepibile per un luogo come quello. Si fanno selfie, schiamazzano, fanno i gradassi con le donne, le donne fanno le gradasse coi ragazzi, si mettono in posa. Diffusori bluetooth diffondono musica techno. Prenderei tutti a schiaffi. Ma si tratta di avventurieri senza futuro: si fermeranno alle quote più basse, riposeranno sul ciglio del sentiero con le loro sneakers running e la lingua penzoloni e le barrette energetiche di cui non sapranno che farsi, eccetto gettare per terra le cartacce. I sentieri sono più sporchi di quanto immaginassi. La mia guida mi conferma che sono i locali. I più temerari siamo i più motivati, i più sensiibili alla causa. Escursionisti in gruppo o escursionisti solitari, siamo i più silenti, i più raccolti sulle nostre scarpe, sui nostri pensieri, tronfi del nostro stupore. Il nostro stupore galoppa controcorrente sul letto del Langtang, vince il suo impeto e punta dritto a Kijangjin Gompa, l'ultimo villaggio della valle.

Davanti a me ci sono due ragazzi, probabilmente indiani, dalla parlantina piuttosto sciolta. Immediatamente davanti loro c' è un eroe, un monumento alla solerzia, un campione di temperanza: un escursionista solitario. I due ciarlano e gli fiatano sul collo. Probabilmente non se ne rendono conto. Mi chiedo come faccia a non rendersene conto lui. Lo stimo. Picchia il suolo con le bacchette, il capo basso a calibrare i propri piedi e i loro movimenti. Il sentiero è colmo di trappole per caviglie e malleoli, un passo falso ed è finita. Talvolta le bacchette picchiano più forte, forse per incidere meglio sul suolo. O forse no. Comincio a supporre che quel picchiare accanito sia in realtà l' eco di un disagio. È proprio l' escursionista solitario a sciogliere il mio dubbio: si ferma, si volta, invita i due ciarlieri a procedere oltre. Non proferisce altro verbo, ma è facile leggere tra le righe un sentito vaffanculo.
Il sentiero volge verso il basso. Sulla sinistra, i tetti di alcuni edifici: Lama Hotel.