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Sospeso sul fiume Langtang
In cima a Tserko Ri, 4985 m. Alle mie spalle, Ganja La Pass, uno dei passi più impegnativi dell'intero Nepal

 

 

Torno perciò dal Marocco con un senso di insufficienza radicale, di privazione, di inadeguatezza. Non sono stato in Marocco, sono stato nelle fotografie del Marocco. Un Marocco realmente virtuale.

Sono stato in Marocco senza l'esperienza del Marocco, rimasta lontana da me come una minaccia. Minaccia nel senso non l'esperienza per me, me stesso una minaccia per l'esperienza. Come se non fossi stato degno della sua possessione, come se l' esperienza mi avesse snobbato non trovando in me un passaggio degno di espressione.

E dunque torno dal Marocco pendente nel vuoto. Barcollo nel vuoto, sospeso in un abisso di inconsistenza. Di quell' abisso non scorgo il fondo. Sono orfano di un'esperienza. Sono orfano di me. Sono andato con l'intenzione di perdermi, di smarrirmi ancora una volta, di dimenticare chi sono, di mollare quel sacco chiamato Gabriele, e invece quel sacco è sempre con me. Non sono tornato dal Marocco orfano di me, sono tornato orfano della mia assenza. L'essenza di me è la mia assenza.

In uno stato febbrile, ancora con le valigie da disfare, coi profumi delle essenze di Marrakech addosso, mi piazzo su un motore di ricerca e digito il prompt 'nepal', saltano fuori dati e fotografie in quantità: Reinhold Messner, scalatori sull'Everest, siti istituzionali, la storia di Walter Bonatti e del K2, stupa persi nelle valli con bandiere gagliarde, vette imbiancate vertiginose, nomi esotici. Eccetto la fama, tutto ciò mi è ignoto, il bandolo della matassa si nasconde in quella miriade di dettagli e spunti, ricerca ardua ma una cosa già la so: partirò da solo. Tra le foto e i video che trovo, le escursioni al campo base Everest, cinquemila trecento metri, file indiane di escursionisti come ai negozi di un centro commerciale, gente che sgomita seduta ai tavoli all'aperto dei villaggi in quota per farsi un selfie, per chiacchierare, allargando le braccia su cime imbianacate, urla sguaiate come alla partita della Nazionale, un fare ciarliero di chiacchiere inutili sulla bellezza. Tutto ciò mi urta, mi schifa, mi ripugna, mi delude, non mi interessa. Troppo dispersivo. Il rischio è la dispersione della mia assenza, sminuire la mia assenza. Un' esperienza al campo base Everest comporterebbe il rischio di una disapprovazione, di una privazione, il disappunto di un' esperienza, la conseguenza di una non-possessione, un non-canto, un non-disincanto, un canto stonatissimo, una disarmonia intollerabile di rumori, il fracasso abissale della presenza di me. Un orrore.
Ma occorre un punto su cui fare leva, su cui poggiare il mondo, su cui dare consistenza alla mia assenza.
Devo trovare qualcuno che mi conduca lì dove finalmente potrò non-esserci. E questo qualcuno dev' essere indigeno. Niente italiani, niente gruppi, niente scambi di battute tipo tu da dove vieni, oh per me è la terza volta, oh, io sono stato sulla cima del Manaslu, e io allora? quella dell' Everest, ho conosciuto Messner, un grande, c'è morta gente lassù, ma sai, l'ossigeno, sono vegetariano, la notte possono esserci scompensi, no, per me è la prima volta e bla e bla e bla.
Niente balle.