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Sospeso sul fiume Langtang
In cima a Tserko Ri, 4985 m. Alle mie spalle, Ganja La Pass, uno dei passi più impegnativi dell'intero Nepal

 

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SyabrubesiLa guesthouse ribolle di aria festosa. Nella hall - in realtà la sala da pranzo - è sempre un via vai di gente che parte e gente che arriva, Namastè! Namastè!, i sedili ai tavoli occupati da zaini rigonfi; non è solo il gear - l'attrezzatura tecnica - a gonfiarli, gli zaini traboccano di aspettativa, stupore, meraviglia. 
Mi servono il pranzo, naturalmente un dalbhat. Padàm mi porge posate, tovaglioli e pietanza. Lo osservo.

- Grazie, - gli dico - ma non è necessario che tu sia così premuroso, fai solo ciò che ti chiedo di fare. Sei la mia guida, non il mio servo. - Lui ringrazia e non aggiunge altro, farà così lungo tutta la durata del viaggio. Con me in sala c' è altra gente e ci sono altre guide. Le altre guide fanno lo stesso, si atteggiano da servi, come Padàm. Allora capisco, e capisco di non voler capire. Non è solo l' indole ospitale del nepalese, servire gli ospiti è tipico delle guide. Il fatto è che non sono solo guide, sono i veri organizzatori del viaggio, sono loro che fanno le prenotazioni, loro che decidono dove farti dormire, dove farti mangiare, soprattutto farti stare il più possibile comodo. Nella mentalità ospitale del nepalese, il concetto di far stare comodo il proprio ospite comprende quello di fargli da servo. Probabilmente, in un substrato culturale e incosciente, c' è anche una qualche forma di riverenza verso l' uomo europeo, l' europeo che porta danaro. La cosa mi indispone. Non voglio un servo, voglio una guida. Ma è una causa persa: lo fanno tutte le guide, per loro è lavoro, una guida che non lo facesse sarebbe squalificata, fuori dal giro.
A cena, l' aria festosa prende corpo in una danza degli sherpa accompagnata dall' armonica a bocca di Padàm, che si versa in un pezzo tradizionale. Al tavolo grande, ospiti di Singapore festeggiano il loro rientro dal trek in Valle Langtang. Si ubriacano. La birra scorre a pinte. Le parole si allungano. L' atmosfera è leggera.

Al mio tavolo sono da solo.
- Tu non ceni? - domando a Padàm. - Siedi con me. -
- Ceno coi nepalesi, - mi dice. Mi segrega, congetturo. La mia guida mi segrega. Ma mi sbaglio. Lo capirò dopo, o forse non lo capirò o forse anche qui non intendo capire. Questo fenomeno si ripeterà ogni giorno, ogni pranzo, ogni cena. Padàm si vergogna a cenare con me perché mangia con le mani. Non me lo dice apertamente ma me lo lasciano intendere i suoi dinieghi colmi di imbarazzo ai miei inviti a pranzare al mio stesso tavolo. Gli osservo le dita, unghia cortissime.
- Perché porti le unghia così corte? - gli domando.
- Noi nepalesi mangiamo con le mani, se avessimo le unghia come le vostre il cibo rimarrebbe sotto le unghia. Voi mangiate con le posate. -
Al mattino, colazione per chi parte; alle 4 la cucina è già operativa. Assonnato nella mia camera, mi giungono gli aromi delle spezie e le voci sommesse dei nostri ospiti. Durante la notte, l' amico esibizionista sciatico viene a farmi visita, puntuale ormai da un anno a quella parte. Si mette d' impegno, vuole a tutti i costi che gli dia retta ma non gliela do vinta. Riesco comunque a dormire sei ore di sonno intenso. Un mio record personale, visti gli standard degli ultimi dodici mesi. Merito anche del letto, un sottile strato di schiuma morbida su una panca rigida in legno. Sul rigido, per l' esibizionista la strada è in salita. La questione del nervo sciatico è una di quelle su cui mi sono arrovellato maggiormente in fase di preparzione. In quell'anno in sua compagnia, le notti sono state puntellate dalla sua presenza. Si manifesta solo di notte, durante il giorno i miei movimenti sono del tutto liberi. La notte riesco a fare due, tre ore di sono continuate, poi è tutto un fare capriole sul letto, alzarmi, passeggiare, fare esercizi posturali, ma il nervo si sveglia e non c' è verso. Riprendo sonno solo perché crollo, stanco dei tentativi di trovare una posizione comoda. Come si comporterà l' amico sciatico durante la mia permanenza in Nepal? In quei dodici mesi non mi sono privato di escursioni, il nervo non si manifestava neanche nelle condizioni più critiche, ma camminare su sentieri impervi e dislivelli notevoli per un solo giorno è ben altra cosa che affrontare un cammino di centoquaranta chilometri per dodici giorni continuativi con una media di mille metri di dislivello, senza contare la rarefazone dell' ossigeno. Il punto più alto del mio percorso, Tserko Ri, si trova ad una quota di quattromila novecento ottantacinque metri. A quella quota, l' ossigeno è al cinquantacinque per cento. Il mal di montagna, la sensazione di spossatezza fisica dovuta alla rarefazione dell' ossigeno, può manifestarsi già a quota duemila con emicranie e nause, nel peggior dei casi con embolie.
Mi ritengo testato per quota tremilaquattrocento, la cima dell'Etna, il vulcano siciliano, dove sono stato un anno fa senza alcun problema ma anche lì si è trattato di un escursione di un solo giorno, e soprattutto non ho dormito a quella quota. In Nepal già dal secondo giorno sono ad una quota superiore a duemila metri, e i primi due giorni di cammino mi attendono poco meno di quaranta chilometri per duemila metri totali di dislivello, con uno zino di dieci chili sulle spalle, e il riposo notturno compromesso da una pesante incognita. Ce la farò? Non ne ho la più pallida idea. E dopotutto, la questione rientra nei miei piani come cavoli a merenda.