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Il generale Dalla Cusa, o della di lui morte - 6 - Preamboli necessari

C. TAFAZZI: Dunque Generale, è opportuno che faccia qualche piccolo preambolo. Da un po’ di tempo a questa parte sono stati ravvisati segni di malcontento nel settore della panificazione. I commercianti che dipendono da pastai e panettieri lamentano l’incipienza di una forte crisi del settore, crisi che si manifesta con atti di vandalismo, minacce, aggressioni attuate proprio dagli operatori del settore ai danni del consumatore. Gente che la mattina è andata come d’abitudine a comprare cornetti caldi per la colazione al consueto panificio sotto casa è stata aggredita con manciate di farina e lanci di uova al grido di “non abbiamo cornetti del mulino bianco qui, questa è produzione propria, lurido mistificatore!”. Gente che si reca a comprare la pasta esce scappando dal negozio col pastaio alle calcagna al grido di “penne rigate e maccheroni non sono la stessa cosa, ignorante mistificatore!”. Queste testimonianze sono state raccolte in punti della città che differiscono per censo, estrazione sociale e folklore. Si delinea evidentemente il serpeggiare di una linea comune, una strategia della sommossa. Ciò lascia supporre una rivoluzione imminente. Lo sfondo ideologico sembra faccia riferimento addirittura alla rivoluzione francese, in cui, come è noto, a fungere da pretesto furono i cornetti, i croissants. D’altronde nel ‘600, l’epoca delle carestie in Europa, frequenti furono le insurrezioni popolari dovute alla ovunque odiata tassa sul macinato. E a Palermo alla fine del Seicento fu proprio un vicerè, il vicerè Colonna, a dichiarare che a rabbonire il popolo occorrono tre “f”, festa farina e forca.
G. DALLA CUSA: È sicuro che non fossero quattro, Colonnello?
C. TAFAZZI: Signor Generale, ci troviamo di fronte a un’organizzazione i cui addentellati probabilmente affondano nel territorio dell’intera Europa per lo meno. E coi mezzi di propaganda odierni possiamo supporre il peggio: una Internazionale della Panificazione di Massa, Generale! Abili utilizzatori dei più sofisticati mezzi di persuasione. Tocca la gente su ciò che più gli sta a cuore, il pane quotidiano, e ne farai una macchina da guerra.
G. DALLA CUSA: Ho capito, colonnello Tafazzi, ma qui si parla delle pappardelle di capodanno, non del pane quotidiano! Non si tratta di bruschette, tantomeno di bruscoli.
C. TAFAZZI: Attenzione, Generale, non faccia l’errore che fanno in tanti.
G. DALLA CUSA: Sentiamo, Colonnello, che errore madornale starei commettendo?
C. TAFAZZI: Sta sottovalutando la loro suscettibilità, Generale, non che sminuendo la loro sensibilità onomastica. Le pappardelle sono di capodanno appunto, invece lei le ha fatte trovare pronte e servite ai suoi invitati nel mese di luglio. Via, Generale, anche lei se le va a cercare.
G. DALLA CUSA: Colonnello ma cosa sta dicendo?!
C. TAFAZZI: Lei è andato a colpirli in ciò che sta loro ideologicamente più a cuore. Siamo in presenza evidentemente di un principio immanente eziologico. Mi spiego. Le pappardelle nascono per essere consumate al principio dell’anno, a capodanno appunto. Le pappardelle sono un po’ come il carnevale: esso celebra un momento particolarmente delicato dell’anno, un momento di trapasso. Il carnevale è un retaggio pagano del culto del ciclo vitale. Era ciò che gli antichi Romani celebravano coi Saturnali, la festa dell’anno che passava e di un altro che cominciava, momento dunque di sovversione dell’ordine. Così le pappardelle: ancorati a un simbolismo di tradizione pagana, in esse quelli del NAA identificano il mantenimento di un ordine morale oltre che naturale che lei generale, dando ad offrire ai suoi ospiti le pappardelle fuori stagione, ha inteso sovvertire. Hanno interpretato la cosa come una minaccia nelle vesti di una mistificazione, appunto. Senza contare (ehm, mi perdoni, Generale) l’arroganza del gesto: le pappardelle di capodanno sono e di capodanno devono restare!