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Il generale Dalla Cusa, o della di lui morte

Nell'estate del 2003 scrissi questa satira. L'ho scritta con l'intento di strappare qualche sorriso su un argomento viceversa serissimo. Lo spunto è un fatto di cronaca di quell'anno, quando sul treno Roma-Firenze due brigatisti reagirono sparando al controllo della polizia ferroviaria. Con quel fatto lo spettro del terrorismo rosso di matrice brigatista torna agli onori delle cronache. Da qui, il Dalla Cusa del titolo, ovvero Dalla Chiesa, che prima di occuparsi di mafia si occupò con grande successo di lotta al terrorismo. Qui, c'è un tale generale Dalla Cusa in fibrillazione per la festa di fidanzamento ufficiale della figlia, ma tutto il cibo, soprattutto le cosiddette ' pappardelle di capodanno',viene trafugato, scatta il panico, scattano le contromusure, scattano le indagini sotto lo sguardo vigile del colonnello Tafazzi, un fanatico con la mente obnubilata dallo spettro e dal mito del complotto terroristico. L'amara verità verrà fuori.
Buona lettura

 

 

PROLOGO
Giorno di festa, a Palermo. Il cielo è terso; l'aria, nonostante sia luglio, è fresca; gli animi sono concitati; una giornata in cui nulla può turbare l'equilibrio.
Ci sono il Sindaco, il Prefetto, Il Cardinale, e poi deputati nazionali, assessori, consiglieri provinciali, personaggi di spicco della finanza locale, speculatori, faccendieri, prestanome, addetti al riciclaggio, avventori di varia caratura.
Il generale Camillo Antenore Dalla Cusa, protagonista della lotta alla Confraternita della Comune Stragista e del Riciclaggio Dei Politici Collusi, grande stratega, che negli anni '70 stanò i peggiori brigatisti, e ora passato a Palermo per fronteggiare l'offensiva della malavita organizzata, tiene in una splendida giornata di fine luglio un ricevimento in onore del matrimonio della figlia. Nella sua villa in periferia, una splendida villa di fine Settecento, il Generale conclude il discorso di ringraziamento e di augurio per la figlia e il genero annunciando un lauto rinfresco con tanto di pappardelle di capodanno fuori stagione sotto i portici sul versante opposto del casolare. Mentre i suoi ospiti si dirigono al rinfresco viene però raggiunto da un suo sottoposto che corre gambe all’aria tra una siepe di oleandri e una di gelsomino trafelato col fiato corto.
SOTTOPOSTO: Generale, c’è un problema.
G. DALLA CUSA: Che c’è?
SOTTOPOSTO: Be', vede…
G. DALLA CUSA: Allora?
SOTTOPOSTO: La roba da mangiare, Generale: è sparito tutto, (scoppia a piangere, in un pianto sopra le righe, esagerato) tutto è sparito, pure le pappardelle di capodanno!
G. DALLA CUSA: Come sarebbe a dire è sparito tutto?!
SOTTOPOSTO: Hanno rubato tutto, Generale.
Nel Generale monta il panico, ma non è ancora il panico generale.

Corre sul retro sotto i portici e coi propri occhi deve rassegnarsi all’amara constatazione: i tavoli sono tutti vuoti, rimangono le candide tovaglie di lino. Nel frattempo accorrono gli invitati, i quali prendono atto dell'accaduto con espressioni di sdegno assortito.
Così i commenti della gente che, sdegnata, si dirada verso le automobili e il cancello d’uscita, mentre il Generale è li che si schianta la testa al muro:
G. DALLA CUSA: Maledetti! Mi hanno rovinato!
...lo raggiunge un cameriere. Reca in mano un biglietto.
CAMERIERE: Generale…
G. DALLA CUSA: Che c’è ancora?! Lasciatemi in pace, branco di imbecilli!
CAMERIERE: Generale, ci perviene proprio adesso questo biglietto, sembra si tratti della rivendicazione dell’attentato.
G. DALLA CUSA: Dammi qua! (legge):
Tu. Sì, proprio Tu. Gran cancelliere della Viscida Mistificazione, verme strisciante servo del potere, succube di coscienza traviata, gran giurì delle sentenze corrotte. la pastificazione fuori stagione da conto di come hai attentato alla mercificazione delle magnifiche sorti e progressive, hai posato la sozzura delle tue mani sull’icona dell’innocenza. Le pappardelle fuori stagione ti hanno tradito, generale Dalla Cusa. Hai portato alla luce del sole luglino la riprova di quale mente perversa si celi sotto le mostrine, le mostrine di un carnefice! La blanda mistificazione del tuo potere, e del potere di quelli come te, verrà un giorno risolta alla luce perenne della Verità.
Firmato: NAA, Nucleo Armato Antimistificazione (Sezione CAPC, Certificazione di autenticità delle pappardelle di capodanno).
G. DALLA CUSA: Maledetti farabutti!

A casa del generale Dalla Cusa si piange a catinelle. La sposa è disperata: in preda all'isteria, minaccia persino di boicottare il suo parrucchiere che viene da Milano. Lo sposo dal suo canto è a un angolo del giardino che si masturba.

Scattano frattanto le contromisure.
Una task force di trecento uomini imbottiti e armati sino ai denti presidia la villa del Generale. Ci sono uomini disseminati lungo il perimetro della villa, uomini disseminati lungo il sistema fognario, uomini disseminati dietro le tende delle docce, uomini disseminati sugli alberi del giardino, uomini dentro le lavastoviglie. Esplode una bomba: ci sono uomini disseminati.
G. DALLA CUSA: Colonnello Tafazzi, ha idea di chi possano essere? Chi li manovra, chi è il mandante, se l’ordine parte da qui o dalla capitale, di chi sono figli, a chi appartengono?
C. TAFAZZI: Ebbene generale, già da qualche tempo sulla sua scrivania giace un fascicolo alquanto scottante.
G. DALLA CUSA: Sulla mia scrivania? di che fascicolo sta parlando, Colonnello?
C. TAFAZZI: Generale, lei scorda l’episodio dell’estintore.
G. DALLA CUSA: Episodio dell’estintore, Colonnello?
C. TAFAZZI: Già, la volta che le portai quel dossier e tutto andò a fuoco.
G. DALLA CUSA: Ah! Così era quello il dossier scottante!
C. TAFAZZI: Ebbene, Generale, si paventa uno scenario di attentati! Quel dossier conteneva una relazione, il compendio di un lavoro frutto di due anni di pattugliamenti, appostamenti, sparpagliamento di cimici fittizie e fertilizzanti naturali e sorveglianze di varia natura a cura di una sezione distaccata dei Servizi Segreti. I pedinamenti poi, una vera chicca! Sono stati effettuati da una task force creata ad hoc da uomini provenienti dai due rami dei Servizi, quello militare e quello civile, l’USAP, Unità Speciale Agenti Palesi, che io ho l’onore di dirigere.
G. DALLA CUSA: Agenti palesi, Colonnello?
C.TAFAZZI: Sì, Generale! Quello che abbiamo fatto ha del sorprendente. Un vero gioiello, un concertato di esperienze disparate provenienti dal marketing, dal business management e del Manuale del piccolo stratega. Abbiamo sovvertito le regole dell’anonimato per destabilizzare l’orizzonte di attese dei nostri competitors, si tratta di agenti che agiscono alla luce del sole. Tutti sanno chi sono e per chi lavorano. Portano un badge attaccato al taschino della giacca in cui compaiono i due nomi, quello dell’identità anagrafica e quell’altro in qualità di agente palese. Ora, pensi anche solo per un attimo, rifletta un po', Generale alla sorpresa del criminale quando si trova davanti un agente palese, si metta nei panni di un criminale, penserà: non può essere così deficiente da rendere noto a tutti che è un agente segreto, ergo non è un agente segreto.

G. DALLA CUSA: Ma a che pro tutto ciò?
C.TAFAZZI: Ma Generale, sta proprio qui il trucco! Il fatto è che i nostri agenti sono effettivamente dei def…ehm, cioè, sono effettivamente degli agenti segreti. La gente non sa che i nostri sono agenti segreti sono in realtà palesi. Essi, i nostri agenti, si nascondono dietro la propria identità di personaggi autentici. Sarà un successo globale, vedrà Generale. Le accademie di addestramento dei servizi segreti delle nazioni dell’intero globo acquisteranno i diritti del nostro metodo. Il manuale sarà un bestseller mondiale, venderemo il modello a tutti gli istituti di sorveglianza del pianeta. Il titolo, poi: Indovina chi? un vero gioiello d’indeterminatezza onomastica, di astratta metafisica dell’identità costituita, un'autentica pietra miliare di letteratura sociopsicologica del ramo strategia e successo personale. Pensi alla speculazione che ne deriverebbe: un abitante del pianeta su tre saprà già di avere di fronte un falso autentico, a quel punto scattano i gadgets di riconoscimento. Immagini, titoli tipo: mille trucchi per riconoscere il tuo interlocutore. Pensi, ogni volta che un marito troverà la moglie in flagranza di adulterio potrà pensare: no, non può essere vero, ciò che vedo è talmente vero che è un falso. E tornerà tranquillo in giardino a potare le siepi. E la moglie poi! Non dovrà più giustificarsi e cercare subdole scuse. Sarà uno sgravio psicologico, vedrà Generale. Un vero toccasana per la coppia. Renderemo un servizio all’umanità. Cose ne pensa Generale?
G. DALLA CUSA: Utilizzare la verità per nascondersi, Colonnello?
C.TAFAZZI: Sì, Generale, in un certo senso. Il potere della verità. oggi nessuno più crede alla verità. è questa la forza dei nostri agenti, il loro potere di persuasione.
G. DALLA CUSA: La verità, la verità cui nessuno crede più. è questa l'autentico segno dei nostri tempi, di questi nostri tempi. Non c'è espediente migliore per muoversi nell'ombra che la verità. Non c'è più nulla in cui credere, le istituzioni hanno perso di credibilità, gli uomini, che in fin dei conti sono le istituzioni, istituzionalizzano la menzogna come curriculum. La mia divisa, la nostra divisa, Colonnello, non conta più, se non come simulacro aberrato di una cosa che non esiste. come un albero talmente coperto di parassiti che un bruscolo di corteggia è un miraggio, un'aberrazione. come il bimbo cui si chiede: - Hai mai visto un pollo? - E quello ti risponde che sì, al supermercato, nel bancone della carne. Come ne 'La lettera rubata' di Poe, tutto è sempre stato sotto i nostri occhi, troppo disabituati al vero per poterlo scorgere. Siamo talmente assuefatti alla rappresentazione della menzogna che persino la verità ci appare un falso. Io sono qui a Palermo da cento giorni, e questo telefono non squilla mai. A volte penso che in questo palazzo ci sia soltanto io. Ma veniamo a noi, Colonnello. Non ha ancora risposto alla mia domanda, ovvero chi sono e cosa vogliono i lor signori neo brigatisti.

C. TAFAZZI: Vede Generale, è già  qualche tempo che assistiamo a un risveglio delle ostilità malavitose. C’è tutto un sotterraneo di attività sovversiva, un fermento epidermico i cui connotati sono in via di definizione. Sappiamo con certezza che tra le organizzazioni malavitose vige un malcontento organizzativo. In altre parole, è in atto una riforma dell’organigramma gerarchico del potere. Alle organizzazioni non basta più sovvertire l’ordine con manifestazioni eclatanti o ammazzare quell’alleato scomodo o tappare per sempre la bocca a un potenziale delatore. È in corso, come dire, un rimpasto di governo. Forse le forme storiche con le quali hanno attentato alla serenità del Paese le espongono a un'inflazione di visibilità, sicché si riorganizzano, mutano nome. Pure i loro membri sono i medesimi, alla stregua dei partiti politici che alla fine tra chi è sparito nell’ombra e tra chi ha cambiato bandiera sempre la solita solfa sono. La relazione di cui prima traccia una nuova mappa del contropotere. E veniamo dunque al nostro NAA, il Nucleo Armato Antimistificazione. Chi sono? Da dove vengono, questi signori del NAA? Eh, Generale?
G. DALLA CUSA: È un’ora che gliel’ho chiesto, Colonnello Tafazzi.
C. TAFAZZI: Già, è vero Generale, ma vede, qui la faccenda si complica. Le notizie si fanno frammentarie, vaghe. Tutto ciò di cui disponiamo sono labili tracce. Ciò che sappiamo con certezza è che ovunque ci sia il loro zampino troviamo tracce di farina.
G. DALLA CUSA: Farina, Colonnello? Cos’è, al posto delle bombe usano pizze alla pappina citrosodata del peperoncino rosso di Cajenna?
C. TAFAZZI: Non proprio, Generale.
G. DALLA CUSA: E allora si spieghi meglio, Colonnello.

C. TAFAZZI: Dunque Generale, è opportuno che faccia qualche piccolo preambolo. Da un po’ di tempo a questa parte sono stati ravvisati segni di malcontento nel settore della panificazione. I commercianti che dipendono da pastai e panettieri lamentano l’incipienza di una forte crisi del settore, crisi che si manifesta con atti di vandalismo, minacce, aggressioni attuate proprio dagli operatori del settore ai danni del consumatore. Gente che la mattina è andata come d’abitudine a comprare cornetti caldi per la colazione al consueto panificio sotto casa è stata aggredita con manciate di farina e lanci di uova al grido di “non abbiamo cornetti del mulino bianco qui, questa è produzione propria, lurido mistificatore!”. Gente che si reca a comprare la pasta esce scappando dal negozio col pastaio alle calcagna al grido di “penne rigate e maccheroni non sono la stessa cosa, ignorante mistificatore!”. Queste testimonianze sono state raccolte in punti della città che differiscono per censo, estrazione sociale e folklore. Si delinea evidentemente il serpeggiare di una linea comune, una strategia della sommossa. Ciò lascia supporre una rivoluzione imminente. Lo sfondo ideologico sembra faccia riferimento addirittura alla rivoluzione francese, in cui, come è noto, a fungere da pretesto furono i cornetti, i croissants. D’altronde nel ‘600, l’epoca delle carestie in Europa, frequenti furono le insurrezioni popolari dovute alla ovunque odiata tassa sul macinato. E a Palermo alla fine del Seicento fu proprio un vicerè, il vicerè Colonna, a dichiarare che a rabbonire il popolo occorrono tre “f”, festa farina e forca.
G. DALLA CUSA: È sicuro che non fossero quattro, Colonnello?
C. TAFAZZI: Signor Generale, ci troviamo di fronte a un’organizzazione i cui addentellati probabilmente affondano nel territorio dell’intera Europa per lo meno. E coi mezzi di propaganda odierni possiamo supporre il peggio: una Internazionale della Panificazione di Massa, Generale! Abili utilizzatori dei più sofisticati mezzi di persuasione. Tocca la gente su ciò che più gli sta a cuore, il pane quotidiano, e ne farai una macchina da guerra.
G. DALLA CUSA: Ho capito, colonnello Tafazzi, ma qui si parla delle pappardelle di capodanno, non del pane quotidiano! Non si tratta di bruschette, tantomeno di bruscoli.
C. TAFAZZI: Attenzione, Generale, non faccia l’errore che fanno in tanti.
G. DALLA CUSA: Sentiamo, Colonnello, che errore madornale starei commettendo?
C. TAFAZZI: Sta sottovalutando la loro suscettibilità, Generale, non che sminuendo la loro sensibilità onomastica. Le pappardelle sono di capodanno appunto, invece lei le ha fatte trovare pronte e servite ai suoi invitati nel mese di luglio. Via, Generale, anche lei se le va a cercare.
G. DALLA CUSA: Colonnello ma cosa sta dicendo?!
C. TAFAZZI: Lei è andato a colpirli in ciò che sta loro ideologicamente più a cuore. Siamo in presenza evidentemente di un principio immanente eziologico. Mi spiego. Le pappardelle nascono per essere consumate al principio dell’anno, a capodanno appunto. Le pappardelle sono un po’ come il carnevale: esso celebra un momento particolarmente delicato dell’anno, un momento di trapasso. Il carnevale è un retaggio pagano del culto del ciclo vitale. Era ciò che gli antichi Romani celebravano coi Saturnali, la festa dell’anno che passava e di un altro che cominciava, momento dunque di sovversione dell’ordine. Così le pappardelle: ancorati a un simbolismo di tradizione pagana, in esse quelli del NAA identificano il mantenimento di un ordine morale oltre che naturale che lei generale, dando ad offrire ai suoi ospiti le pappardelle fuori stagione, ha inteso sovvertire. Hanno interpretato la cosa come una minaccia nelle vesti di una mistificazione, appunto. Senza contare (ehm, mi perdoni, Generale) l’arroganza del gesto: le pappardelle di capodanno sono e di capodanno devono restare!

Scattano dunque le contromisure.
Il colonnello Tafazzi sguinzaglia per l’intera città i suoi scagnozzi. In ogni angolo di Palermo i gruppi speciali armati monitorano ogni minimo segno di delinquenza. I vari reparti delle forze dell’ordine, Carabinieri, Polizia, Guardia di Finanza, lavorano di comune concerto improvvisando spettacoli bandistici e sfilando per le vie storiche dei quattro mandamenti.
Nel frattempo agli agenti palesi viene assegnato il compito delicato di scovare con la massima indiscrezione i covi dei potenziali cospiratori. Palermo si riempie di colpo di uomini in pantaloni scuri, cravatta scura, camicia bianca: sembra un’invasione di mormoni il giorno prima la fine del mondo. Ma le forze dell'ordine non detengono però una mappa che con sufficiente approssimazione indichi la presenza dei delinquenti in determinate zone. Sanno solamente che quelli del NAA scelgono i luoghi più informali per riunirsi e discutere. Per cui si procede a casaccio affidando alla probabilità statistica la ricerca. A tal fine si procede con metodi dall’infallibile efficacia scientifica: l’agente si piazza davanti la tastiera dei citofoni e suona a tutti i condomini allo scopo di seminare scompiglio logistico tra i cospiratori facendo leva sul fattore sorpresa.
Tutti i supermercati della zona vengono presidiati da guardie armate; chiunque venga còlto con una forma di pane in mano viene di colpo perquisito con rocambolesche capriole e sequestrato il potenziale corpo del reato.
Si diffonde un certo e comprensibile allarmismo tra gli esercenti del settore. Di colpo nessuno va più a comperare il pane. Anche i consumi di pasta subiscono un vertiginoso collasso, e molti pastifici e panifici vengono costretti dalle circostanze al fallimento.

La città è in subbuglio. Scoppiano disordini a macchia d‘olio. I reparti speciali dei Carabinieri reagiscono tirando a lustro interi quartieri con chilometri quadri di salviette di carta.
Per strada la gente se la prende a sassate con i mormoni. I mormoni, basiti, interpretano la cosa come il preludio a una guerra santa, e rispondono pertanto all’offensiva a furia di anatemi e acqua benedetta. Poi si accorgono degli energumeni che vanno in giro a fermare la gente proprio come loro e vestiti come loro. Cristo, questi qui ci fanno concorrenza, concludono ispirati da Mister Mormon, e si scagliano contro gli agenti palesi con tutto il loro odio e con gli zaini unti.
Incalza in tal maniera una crisi d’identità che investe ben presto tutte le categorie sociali della popolazione cittadina. La gente in preda alla confusione non sa più chi è chi, nessuno si fida più di chi gli sta vicino. Per andare sul sicuro chiunque prende a sberle chiunque. È la sommossa. Per le strade un abitante su due prende a inveire sul suo concittadino, una fiumana di gente impazzita si riversa a frotte in preda la raptus. A Pamplona, dei dilettanti.
Il sangue scorre a pinte. Al Prefetto non resta che dichiarare lo stato di calamità.

A casa del generale Dalla Cusa proseguono intanto le indagini.
G. DALLA CUSA: Allora colonnello Tafazzi, ragguagli sulle novità?
C. TAFAZZI: Siamo vicini alla soluzione finale, Generale.
G. DALLA CUSA: Un genocidio, Colonnello? Non la trovo un’idea brillante: rischiamo accuse di plagio.
C. TAFAZZI: Ci siamo quasi, Generale. I nostri investigatori hanno setacciato l’intera area della villa.
G. DALLA CUSA: Forza allora, mi metta al corrente dei prodigiosi risultati delle vostre altrettanto prodigiose facoltà deduttive. Mi dica dell'interrogatorio al cameriere.
C. TAFAZZI: L’interrogatorio è andato avanti con la somministrazione di domande volte allo scopo di lasciarsi tradire lui stesso.
G. DALLA CUSA: Tipo?
C. TAFAZZI: Gli abbiamo chiesto a chi appartenesse quel biglietto.
G. DALLA CUSA: Geniale, Colonnello. E cosa ha risposto?
C. TAFAZZI: Ha ribadito che quel biglietto proviene dall’alto.
G. DALLA CUSA: Hai capito.
C. TAFAZZI: Già. In compenso, il quadro sembra ora più chiaro. Uno scontro ai vertici delle istituzioni. Uno stato nello stato, Generale. Forma traviate di potere che convivono in simbiosi con la Legittimità. Si delinea uno scenario di lotta politica dai connotati terroristici i cui addentellati coinvolgono l’intera comunità civile della Penisola. C’è di che scriverne la storia, mio Generale.
G. DALLA CUSA: Sì, la storia siamo noi, siamo noi padri e figli, siamo noi bella ciao che cantiamo, Colonnello, come no.
C. TAFAZZI: Non demorda, Generale. Le indagini sono andate avanti comunque. Sono saltati fuori altri indizi.
G. DALLA CUSA: Benone, Colonnello. Pendo dalle labbra. Mi delucidi.
C. TAFAZZI: Abbiamo messo sotto controllo l’intera rete telefonica della villa.
G. DALLA CUSA: Efficace.
C. TAFAZZI: E questo è niente, Generale.
G. DALLA CUSA: Mi stupisca, colonnello Tafazzi.
C. TAFAZZI: Abbiamo inoltre chiesto e ottenuto ai vari gestori telefonici i tabulati delle conversazioni telefoniche ricevute e inviate negli ultimi sei mesi da tutti i cellulari che appartengono a tutti i membri che lavorano qui in villa, residenti compresi. Abbiamo filtrato tutte le conversazioni telefoniche e con apparecchiature sofisticatissime abbiamo composto il numero. Ci risponde una voce femminile. Durante la conversazione si accavallano altre voci, suoni indistinti, rantoli; l’impressione è che qualcun altro si sia intromesso nella conversazione, ma ciò è matematicamente impossibile data la tecnologia d’avanguardia delle nostre apparecchiature; sembra piuttosto che non parli solo con noi, l’impressione è di una conversazione a tre. Ci spiega poi la voce che è una squillo e che sta lavorando. Il suo interlocutore nonché nostro infiltrato prende dunque un appuntamento con la suddetta. Alla sera, durante il colloquio.
G. DALLA CUSA: Il colloquio, Colonnello? Con la squillo?
C. TAFAZZI: Già, Generale, o così almeno ci ha riferito il nostro agente palese. Durante il colloquio, dicevo, la squillo canta.
G. DALLA CUSA: Caspita, una disinvolta professionista. Cosa cantava, un’aria della Traviata?
C. TAFAZZI: Non in quel senso, Generale. La squillo canta, e ci fornisce un altro cruciale indizio. Una data di nascita e un nome, anzi una ngiuria, a voler essere precisi.
G. DALLA CUSA: Illuminante, Colonnello, ma la prego, prosegua pure.
C. TAFAZZI: Con l’aiuto del nostro addetto al monitoraggio demoscopico della popolazione abbiamo filtrato dall’elenco dei residenti tutti coloro i quali sono nati in tale data. Un numero di circa centotrentaduemila unità demoscopiche. Si, persone insomma.
G. DALLA CUSA: E cosa ne è venuto fuori, Colonnello?
C. TAFAZZI: Una data, per l’appunto: 15 Gennaio 1974.
G. DALLA CUSA: Mmh, 15 Gennaio 1974. Non mi torna nuova.
C. TAFAZZI: Le ricorda qualcosa, Generale?
G. DALLA CUSA: Si, ma non riesco a mettere a fuoco. Mi… mi frulla nella mente ma…
C. TAFAZZI: Forse quella data ha che fare con una delle sue precedenti indagini…
G. DALLA CUSA: Mah!… non saprei. Mi gira e rigira…
C. TAFAZZI: Signor Generale, si sforzi! Può essere un indizio importante. Magari un ponte di collegamento cruciale per le indagini.
G. DALLA CUSA: Già… mi faccia riflettere… 15 Gennaio 1974…
C. TAFAZZI: Un avvenimento, forse, un evento di portata nazionale, una celebrazione, un anniversario. un golpe! Si, un golpe, Generale.
G. DALLA CUSA: Golpe, Colonnello?
C. TAFAZZI: Ma sì! Gli inizi degli ani ’70 furono costellati di golpe più o meno riusciti: il golpe in Cile, per esempio, o anche qui in Italia, quello tentato da Edgardo Sogno in combutta con Gladio.
G. DALLA CUSA: Dio, ci sono! Una data di nascita. No, non è possibile… oh mio dio… dell’acqua… Colonnello mi faccia… mi faccia avere dell’acqua,
C. TAFAZZI: Cosa, mio Generale, dice davvero? Sapevo che prima o poi spuntava, lo sapevo! SI!
G. DALLA CUSA: Faccia presto… acqua e zucchero… oh, mio dio, il petto…
C. TAFAZZI: Sì mio Generale. Lattanzio! Lattanzio, portami subito dell’acqua con zucchero! Generale, lo sapevo che prima o poi saremmo arrivati al golpe.
G. DALLA CUSA: Ma quale golpe, Colonnello! Mi dia quel numero di telefono, piuttosto!
C. TAFAZZI: Subito, Generale, l’ho nella tasca della giacca… un momento… eccolo!
G. DALLA CUSA: Dia qui! E il nome che era?
C. TAFAZZI: La squillo ha detto Martino.
G. DALLA CUSA: Mart… oh mio dio!
C. TAFAZZI: Ci siamo, eh Generale! Cose grandi! Un golpe, vero?
G. DALLA CUSA: Ho caldo… ho caldo… aria, ho bisogno di aria… mi soffi, Colonnello.
C. TAFAZZI: Sì, mio Generale, la soffio, la soffio…
G. DALLA CUSA: Qua, un più a destra… ancora così, giusto… un po’ più sotto… ecco sì, così! Mi soffi, Colonnello, mi soffi!
C. TAFAZZI: Allora, Generale? Fffh… fffh…Si tratta  fffh… di golpe, vero! Evvai!! Fffh…
G. DALLA CUSA: Colonnello la pianti! Che golpe e golpe… lei mi dà l'impressione di volerlo a tutti i costi, questo golpe, anche se non c'è. Questo numero di telefono… il nome… l’ordine che proveniva dall’alto… io so chi è! È altissimo: 1,90! Dica… dica all’autista di tenersi pronto con la macchina. Chiami anche il maresciallo  e gli dica che lo abbiamo trovato.

EXPLICIT
C. TAFAZZI: Ma dove stiamo andando, Generale?
G. DALLA CUSA: Taccia, Colonnello, taccia! Liborio, gira a destra, al primo cancello accosta.
C. TAFAZZI: Generale, ma questa… questa è casa di suo genero!
G. DALLA CUSA: Già.
C. TAFAZZI: Generale, non mi dica…
       G. DALLA CUSA: Scendiamo, Colonnello.
 (Suona al citofono, risponde MARTINO, il genero del Generale)
MARTINO: Sì, chi è?
G. DALLA CUSA: Martino. Scendi, dobbiamo parlare.
(nel frattempo che Martino scende per discutere col Generale, il C. TAFAZZI si tira in disparte come un granchio verso una cabina telefonica, e fa una telefonata, voltandosi di quando in quando con circospezione, e coprendo la voce con una mano): Vi avvicinerete, e lo colpirete.
...
G. DALLA CUSA (a Martino): Come hai potuto? Che ti è venuto in mente? Perché tutto 'sto casino, me lo dici, ah? Me lo dici? E il Nucleo Armato Antimistificazione, e le pappardelle, e la sommossa dei panificatori, e i covi sparsi per ogni dove in città… Tu, un attentatore, un verme di terrorista! In casa mia!!! Dio, sono rovinato!!!
MARTINO: Ma di che cacchio stai parlando? Terrorista io?!
G. DALLA CUSA: Tu neghi!
MARTINO: Nego, sì, nego! Io non ho la più pallida idea di che è 'sto Nucleo atomico della dentifricazione, dei covi in città…
G. DALLA CUSA: Ma come? Non sei tu un terrorista? Un sovversore dell’ordine pubblico costituito, un nemico pubblico numero uno…?
MARTINO: Ma se non so manco accendere un fiammifero!
G. DALLA CUSA: Ma allora le pappardelle, i maccheroni, la panificazione eziologica fuori stagione, tutto quel casino…?
MARTINO: Le pappardelle? Sì, lo ammetto! quelle le ho fatte rubare io. Ne avevo pieni i cosiddetti di te e tua figlia! Tu, tu sei il terrorista semmai, che mi hai perfino pagato per fidanzarmi con quella ciofeca di tua figlia, brutta come la fame, puzzolente come un gatto morto, e io che ho accettato per disperazione! Sì, per disperazione, giusto per avere un po’ di soldi in tasca.
G. DALLA CUSA (FURIBONDO): Lurido fetente disgraziato farabutto magiapane a tradimento! E LEI COLONNELLO. LEI E LA SUA SMANIA DI CERCARE a tutti i costi UN ATTENTATO!
(Al Generale viene un colpo. Si accascia per terra)
Si avvicina nel contempo una moto con sopra due individui irriconoscibili, col capo coperto dal casco. Quello seduto dietro brandisce una mitraglietta, che, una volta che la moto è ferma e prossima al gruppo di persone, punta dritto sul corpo del Generale.
INDIVIDUO CON MITRAGLIETTA: Ma è già morto!
C.TAFAZZI: Non fa niente, scaricagli lo stesso due colpi. Deve essere chiaro a tutti di che morte muore, questo cretino ricercatore di verità, e non per un infarto del cazzo! (poi, assorto, rivolto al cadavere del Generale, ma tra sé, anche): il potere della verità, Generale, lo hai detto tu stesso: vero, falso: che differenza fa? Io ho cercato qualcosa che non c'era, tu invece qualcosa che c'è, e ora che sei morto, sei più reale di me. prima che ti uccidessi io, non ti sei accorto che ti ha ucciso la perdita delle istituzioni, della tua divisa. ti ha ucciso la diffidenza della gente, che trova scomoda la verità. per questo il tuo telefono non squillava. Non ti sei mai accorto che, sebbene paradossale, la mia falsa verità è più vera della tua. La mia falsa verità è più vera perchè io non sono da solo, mentre tu eri e, ormai per sempre, sei solo.

EPILOGO
Giorno di festa, a Palermo.
Ci sono il Sindaco, il Prefetto, Il Cardinale, ed inoltre deputati nazionali, assessori, consiglieri provinciali, personaggi di spicco della finanza locale, speculatori,
faccendieri, prestanome, addetti al riciclaggio, avventori di varia caratura.
il cielo è terso; l'aria, nonostante sia luglio, è fresca; gli animi sono concitati; in una giornata del genere non c'è nulla, assolutamente nulla che possa sembrare straordinario.
 
©Riproduzione riservata.
ISBN 9788897885429