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Rumori fuori, rumori dentro

In giro per commissioni.
Il punto che devo raggiungere è distante da casa mia ma decido ugualmente di andare a piedi. Devo attraversare tante strade e stradine che mi portano anche ai luoghi della tua infanzia. Forse proprio per questo decido di andare a piedi.

Strade strettissime sul lungo fiume. Fiume si fa per dire. Poco più che un torrente sporchissimo, trabocca di vegetazione e divani e copertoni.

Periferia. Tuguri. Povertà.
Passo sotto il ponte della ferrovia. C’è nei pressi un’edicola con una statua di Cristo che ai tempi non c’era. Per questo, hanno ribattezzato quel passaggio ‘passaggio Gesù di Nazareth’. In effetti, in quelle zone, il rischio di essere messo in croce c’è. Votarsi a un santo semplice non basta.
Passo davanti quella che una volta era casa di un amico. A casa sua vidi per la prima volta un Commodore 64. C’era un giardino e giocavamo con le cavallette. Una volta mi raccontò che suo padre aveva preso una macchina nuova. A casa avevano festeggiato. Qualche giorno dopo lo vidi con sua sorella che piangeva isterica. Al mattino avevano dato fuoco alla macchina.
Cammino. Di fronte, un portone di ferro aperto. Lo riconosco. Ai tempi era verde dove non arrugginito, ed era sempre chiuso. In un primo momento tiro dritto, perché fermarsi? Ma cambio subito idea, ed entro: il campetto dell’oratorio.
Oltre quel portone ci giocavamo a pallone, che regolarmente con una folata di vento finiva nel fiume, oltre il muro. E regolarmente c’era l’eroe che s’immolava, si arrampicava e saltava dall’altra parte per recuperare il pallone, tra topi e carcasse di automobili. Tutti col fiato sospeso e il naso in su: riuscirà a tornare? E sì, l’eroe tornava trionfante col pallone in mano, che poi scaraventava sul cemento.
Attraverso il campo. Ho i brividi. Più avanti una porta aperta. Anche qui un attimo di indecisione ma abbiamo fatto trenta, facciamo trentuno: entro. La sala del teatro parrocchiale: feste da ballo, cineforum, compleanni, premiazioni, mercatini di beneficenza. Di quei momenti conservo tante foto. Andavo alle elementari. Ero la mascotte, in mezzo a gente più grande di me di vent’anni. Ci sono dei ragazzini che giocano, girano attorno una sedia cantando. C’è la maestra. Scambiamo due chiacchiere. Vado via.
Per uscire, devo per forza passare davanti la chiesa. Ovviamente, entro.
Con la religione, qualunque religione, non ho più nulla a che spartire da tempo, ma con quella chiesa no, pur sempre un luogo in cui la famiglia si riuniva, attorno cui viveva. Mia madre, poi, attivissima, all'epoca viva e vitale. La sua voce. La sua voce ovunque.
Devo andare via.
Sulla strada, uno stuolo di bambini mi corre incontro urlante, un po’ come quando finimmo il catechismo e strappammo a morsi il vangelo.
Faccio strada verso casa, in un frastuono di clacson, di rumori e voci fuori, di rumori e voci dentro.