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Tanta gente, tante genti

Questa è piazza Bellini. Quello sullo fondo è l'ingresso della Martorana, chiesa del X secolo. Già all'epoca Palermo era una città piena di genti diverse. C'erano ebrei, arabi, normanni, greci, latini.

Oggi in più ci sono senegalesi, bengalesi, cinesi (se già non c'erano ai tempi). Via Maqueda, nel ramo dove per lo più vivono senegalesi e bengalesi, è una via che pullula di vitalità: nei vicoli, la gente fa le ore piccole giocando a carte all'aperto, siedono fuori a parlare, coi bambini che giocano e le donne che chiacchierano. I loro negozi fanno tardi, ben oltre quelli palermitani. E rilasciano scontrini. È gente che lavora, che si è integrata. Molti di loro si incontrano in chiesa, dove un parroco celebra nella loro lingua. E lo fanno in maniera assorta, composta, garbata. Più dei Palermitani, hanno restituito dignità a una via che, soprattutto quel ramo, i Palermitani hanno (abbiamo) sempre snobbato, più che altro via di passaggio veloce in macchina. Non ci hanno tolto nulla, anzi: la loro presenza in città è un valore aggiunto. Semmai sono i Palermitani ad essere nati stanchi, irrimediabilmente stanchi e lagnoni, sempre con l'aria da cani bastonati, che aspettano sempre 'a ficu mmucca, che qualcuno porga loro da mangiare. Sono disintegrati nella loro stessa città, nel loro stesso Paese.
Ma c'è speranza.
Un po' come l'amore nella canzone di De Andrè, c'è un germe di civiltà un po' per tutti e tutti quanti hanno un germe di civiltà.
Per buona pace di chi urla che se ne stiano a casa loro.