Ci sono un palermitano, un pakistano, un ivoriano, prima di ora perfetti sconosciuti. Stanno seduti sulle scale di Piazza Pretoria, e conversano amabilmente su quella piaga sociale che è la cerimonia di matrimonio:
- Pal: Ma 'un ci abbutta cu 'stu cavuru?
- Ivo: È tutto un giro di soldi. Conviene solo al parrino.
- Pak: E al fioraio.
- Pal: Ma poi sono giovanissimi. Incoscienti! Dovrebbero sposarsi a ottant'anni, almeno se prometti amore eterno vai sul sicuro.
- Ivo: Poverini, si divertiranno solo oggi.
- Pal: E manco. Devi stare attento che tutto quadri e tutti mangino bene, devi mettere firme e infine devi sganciare assegni. Ma ti pare?
- Pak: Io scrivo poesia. Ora gli leggo una poesia.
- Pal: Un de profundis, mi raccomando.
- Ivo: Sentite, mettiamoci in società: tu dici la messa, tu 'n altro pensi al ricevimento, io ai fiori. Diventiamo ricchi.
- Pal: Occhio che finiamo nel filmino, c'è la telecamera.
- Pak: Io non ci sto: per diventare ricco devi vendere l'anima a Dio, altro che diavolo.
- Ivo: Vado, gente. È stato un piacere.
- Pal: Tua moglie ti aspetta, vero?
- Ivo: Non sono sposato.
- Pal: Bravo, tieni duro.
- Pak: Inshallah.
- Pal: Oggi e sempre.
Gli sposettini fanno foto con le statue perplesse di Piazza Pretoria. Le invitate col tacco alto alzano il vestito in bilico sui trampoli. Gli invitati maschi ciondolano con la giacca in mano e le ascelle sudate.
La sposa, sudata, si annaca col ventaglio. Lo sposo non ci ha capito una beata fava.