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Liriche dall'Isola - 2

Eccetto che per due concerti, non faccio un viaggio da undici anni. Intendo dire, un viaggio con valige, check-in, attese in aeroporto, camere in albergo, meta esotica, città d’arte etc.



Non è per spocchia. Nulla da eccepire a chi viaggia con tutto il repertorio. Ma quando ho del tempo libero, poco o tanto, quando penso di affrancarmi dalla quotidianità, il primo pensiero va alla mia terra, a tutte quelle microrealtà non mappate, fuori dagli itinerari turistici, da raggiungere con quel ticket di motivazione e pazienza che solo l’amore per la tua terra può staccarti. Borghi, contrade, alture, valli, cascate. E poi gli interstizi tra un borgo e un altro, un gomito di strada, un belvedere, una cima. O posti come quello della foto (foto che non rende, naturalmente). Forse a cercare posti come quello siamo in pochi. O forse no. Sta di fatto che posti come quello sono generalmente ‘vuoti’. Eppure il loro vuoto mi riempie. Mi riempie lo spazio, mi riempie l’odore di paglia, uno degli odori più buoni, e mi sancisce il diritto all’oblio. Quei cartelli malconci mi dicono essenzialmente che non a tanti, non ad una moltitudine, ma certamente a qualcuno, pochi motivati, quei cartelli servono, che c’è stato qualcuno che s’è preso la briga di premurarsene, di metterli lì, nonostante la desolazione. Quel giallo, quel cielo dicono che è in questo periodo che della mia terra cogli gli aspetti più tipici, sole battente compreso. Tutt’intorno la scena dello scatto abbonda lo splendore, ma tutto non ci stava, per fortuna. Non puoi ritrarre lo splendore. Tocca lavorare di immaginazione.
Ed ecco il sogno: battere palmo a palmo la mia terra, sentirla pulsare sotto i piedi, sentire il suo racconto, il suo mito, che sa delle mie radici, del mio albero genealogico, che va molto ma molto più in là di padre e madre.