Se cerchi magia, a Sutera la trovi.
La ricerca delle mie radici più profonde mi conducono nel cuore dell’Isola. C’è uno sprone di roccia ripido, Monte Paolino, ottocento metri sul livello del mare e sotto c’è il paese, o i paesi: Sutera è uno e trino, un solo comune, tre borghi: Rabato, Rabatello e Giardinello, epoche araba e normanna che però parlano di un eterno presente. E prima di essi loro, i Sicani, muse lontane il cui canto mi giunge e mi sollecita nonostante il tempo, i rumori, le distorsioni dell’ego. Il fantasma di Kokalos, il loro leggendario re, ancora guarda a Sutera dalla sua dimora tra Caltabellotta e Sciacca. E a Sutera reperti aurei attestano presenza micenea.
A Sutera - già borgo d'Italia 2013 - fioccano leggende, quando le senti raccontare avverti le vibrazioni dell’amore che i suoi cittadini riversano al loro luogo.
E questo amore ho ritrovato anche nell’accoglienza. Una volta in paese chiedo informazioni e subito trovo squisita ospitalità. Vittorio e Melissa, volontari del Museo Etnoantropologico della città, traboccanti di entusiasmo, l’entusiasmo di chi è orgoglioso e perfino geloso della propria città, mi guidano tra i tre borghi e su Monte Paolino, da cui dòmini la valle del Platani, uno sguardo a perdifiato tutt’intorno e su cui spesso sale una nebbia – la parrucca – che ingorda ti avvolge in un tenero abbraccio; in cima c’è una campana coi suoi tre rintocchi rituali: il primo attesta che sei giunto in cima, il secondo che ti è piaciuto, il terzo che tornerai.
E a Sutera non puoi fare a meno di tornare.