Non bastano fotografie e racconti e dicerie. Per sentire un luogo, per percepire il suo genio devi camminarci sopra, sentire le vibrazioni del suolo.
Campofelice di Fitalia non è distante dalla città, eppure ti sembra lontano da tutto. Il che talvolta è un male, talaltra anche un bene. La strada che dalla statale porta al paese è poco più che una trazzera sgarrupata. Giungi al paese e trovi un belvedere, niente altro che un balcone con tre panchine e piante di alloro, affacciato su una valle sterminata, e in un colpo solo vedi altri paesi, vicini e anche molto lontani. Qui, al mattino, il motorino che tira l’acqua può farti da sveglia ma non solo: puoi sentire il barista che apre bottega, o il giro di chiavi del farmacista nella toppa, o il sindaco che apre le porte del municipio. A Campofelice di Fitalia risiederanno si e no quattrocento persone.
Nel belvedere, c’è un uomo avanti negli anni che confabula con una donna più giovane e una bimba su un triciclo. Mi avvicino:
- Buongiorno, un’informazione: la strada dalla statale è l’unica per giungere in paese? -
L’uomo mi risponde in dialetto stretto, con qualche inflessione locale:
- No, c’è quella che porta a Mezzojuso. - Mezzojuso è il paese più vicino.
- E com’è, - domando, - migliore? Peggiore? -
- No, meglio è. Non è una statale ma meglio è. -
- Bene, allora prenderò quella. E mi dica, - gli domando, - come si sta, qui? -
- Come si deve stare, è tranquillo. Non manca niente. Certo, si può stare meglio. -
- La strada è bruttissima, - dico io.
- Che vuole, - mi fa, - chi sale ruba. Piccioli non ce ne sono. I politici sono tutti ladri. -
- Cos’è che fate buono, qui? -
- Pane, formaggio. Le pecore mangiano erba buona. -
- Grazie. -
- A lei, - mi fa.
Vado in piazza. Il paese è piccolo ma il tutto è armonico.
C’è un uomo che canta, anzi recita versi in rima baciata. Sta seduto di traverso sulla panchina, coi gomiti poggiati sulla spalliera. Di quando in quando allunga il braccio a un uditorio immaginario. Mi vede e aumenta la declamazione.
- Mi deve perdonare, è che a me piace, ci deve avere pacenzia, - mi fa.
- Lei non ha nulla di cui scusarsi, - gli dico, - sta andando benissimo. Scrive poesie? -
- No, è che mi piace, mi metto qua e recito. Una volta c’era la festa del patrono, a un certo punto sono salito sul palco, vado davanti il microfono e mi metto a recitare. Non mi calcolava nessuno però m’è piaciuto. Ho fatto il portiere una vita. Uno deve campare. - Si rimette a recitare. Un po’ più in là, tre uomini fanno un gesto d’impazienza.
- È bravo, - dico io. Lo è davvero. Improvvisa una meraviglia.
- Si, - dice uno dei tre, - a lei che viene qua una volta ci pare bravo, noi invece l’attentiamo sempre. Poi abbutta. -
Ringrazio e saluto.
Torno al belvedere.
Osservo la valle, i monti più in là, gioco a riconoscere altri paesi lontani, mentre l’uomo in piazza canta e recita.