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Diario di un turista sentimentale

Una città qualunque: Milano.
Uno qualunque in una città: io.

 

Alla Stazione Centrale, ore 22,30, ho appena scroccato una moneta da un euro a un barbone rincoglionito dal vino in tetrapak che a sua volta ha rubato dagli scaffali del supermercato adiacente ai binari.

Il giorno appresso decido di utilizzare quella moneta per acquistare un biglietto del metrò. Ma c’è sciopero. Migliaia di pendolari prima di rendersene conto a frotte cozzano la testa già china sul cellulare contro la saracinesca abbassata dell’ingresso ai binari.

I gitani di piazza Duca d’Aosta, adiacente alla stazione, cominciano a intonare ritmi di percussioni al frastuono di quelle migliaia di teste che cozzano sulla saracinesca. Vanno a tempo, e chi coi denti d’oro chi coi denti bianchissimi ridono percuotendo a frenesia i tamburi.

Mentre mi scravatto unto di sudore, attraverso come la punta di un trapano la folla di pendolare impazziti, e tiro dritto, direzione Buenos Aires. Affanculo l’ufficio, vaffanculo la riduzione sullo stipendio dei miei ritardi. Voglio la carnazza umana. Acconciature di rame, decollate ombelicali, occhiali fumè, chiappe sode sotto jeans con lo scontrino in bella vista pinzato sulla griffe, sorrisi da ma dai non mi dire, figa!

A Buenos Aires ogni donna, finalmente, si scopre troia. Pure gli uomini. La voglia di farsi guardare scorre a pinte, come il sudore dalle ascelle delle nonne che sculettanti in ghingheri riscoprono improbabili futuri da fotomodelle sotto due dita di calcinacci e di fondotinta, e una pelle di cartone pressato (malamente).

Sbatto chiunque, sgomito chiunque, giusto solo per farmi notare. Io penso: mi noteranno subito, sono terrone. Macché, qui sono tutti terroni. Mi beo del mio anonimato, inamidato nel colletto da impiegatuccio.

Tappa da spizzico. Una delle pizze più buone della città. Sommesso brusio di gente di fretta, a mezzogiorno. Accanto al mio tavolo ti scopro il mio attore preferito. Lo guardo. Non mi caga. Gli parlo. Non mi caga. Gli faccio dei complimenti. Non mi caga. Gli dico che è proprio un gran figlione di puttana. Allora si alza, mi guarda, getta la carta nel contenitore, e se ne va, burbero. Mi ricorderà.

Ai giardini di Via Palestro, quella dell’attentato, mi fermo sotto le fresche frasche di alberi giganteschi e ombrosi. Mi butto su una panchina, alzo la testa la cielo, e chiudo gli occhi. Sento dei sospiri, apro gli occhi, e proprio accanto a me trovo una coppia di gay che si divertono. Si accorgono che li sto osservando, mi sorridono. Mi chiedono come mi chiamo, da dove vengo, dato che il mio accento ‘straniero’ si nota subito, e quando sentono ‘palermo’ si accendono, palermitani, siciliani gente focosa siete. Non tutti, rispondo. Mi alzo, auguro buon divertimento, e me ne vado.

A piazza San Babila una manifestazione di forza nuova.
Striscioni inneggianti al duce, slogan contro gli immigrati, gli stranieri, i terroni parassiti. Gli animi sono alquanto scaldati. Certuni girano guantati di scazzottiera scintillante nella giornata radiosa. Mi amalgamo nella folla inneggiante, e mi unisco al coro. Il tempo di traslare verso il marciapiede opposto.

Piazza Duomo è una mucillagine di turisti.
C’è un tizio vestito da tutankamon fermo dall’alba sotto il duomo, un altro che inneggia a gesu cristo con al seguito una folla di andini invasati nel nome di dio. Un altro gioca con fiaccole che piroettano nel cielo tarlato di svolazzi di colombi. Una fiaccola gli sfugge di traiettoria finisce su giapponese con le colombe in mano in posa per una foto, il quale nel spostarsi cade su un tamil che sta sorseggiando voracemente il suo vino, la cui bottiglia, in collisione con la fiaccola, prende fuoco, esplode. La mucillagine si apre attorno la fiamma, tutti: ooohh! Pensando che si tratti di un attrazione, e fanno: bravo! Ma non sanno a chi. Fanno applausi, e le folle più lontane sentono gli applausi, si avvicinano per curiosità, vedono la fiamma, e applaudono a loro volta. La piazza in breve tempo è un tripudio di applausi, sui cui il monumento di Vittorio Emanuele a cavallo troneggia, ancora una volta, soddisfatto. I neri e i rasta, con la mani delle percussioni, prendono a percuotere i loro tamburi a ritmo di applauso. Il giocoliere, cui andavano gli applausi, osserva infelice gli applausi stessi rivolti al tamil, che dal canto suo non ne ha capito niente.

Mi dirigo alle colonne di San Lorenzo. È sera. Acquisto un tramezzino, e lo mangio con voracità. Lo mangio con tutta la salvietta che lo copre, ma non noto la differenza. Come se avessi appena concluso una cena allo sheraton di Porta Venezia.
Mi appisolo su una panchina. Tira un aria fresca. Mi sveglio con le zanzare che hanno banchettato sulle mie braccia e sul mio collo.

È ora di tornare.
Prendo il tram due. Porta in piazza IV Novembre, dove abito.
Mi appisolo anche sul tram, disteso sui sedili di legno.
Sento il traballio delle rotaie. Sento lo sfiatatoio delle porte che ogni tanto si aprono. Sento qualche macchina che suona.
Il tram si ferma. È ancora fermo. Forse è ora che mi dia una mossa.

Mi alzo. Ma non sono dentro il tram. Sono sul letto, sotto il tetto della mia mansarda. E davanti a me c’è palermo. La guardo, sorrido, me l’abbraccio con un lungo sospiro.
E piango.
Per Palermo, per Milano? No: per entrambe.