Dal tramonto all’alba.
Lassù, in cima a Rocca Busambra.
Ci si raduna alle falde un gruppo di motivati. Le cinque del pomeriggio. Tafani a frotte, assetati di sangue. Si appiccicano a stille di sudore. Si suda a catinelle. La guida avverte: si comincia, occhio alla scala Ciolino, una serie ripida e irta di sassi stretti e alti e colmi di foglie secche, il rischio di cadere è alto. E anche quello di non rialzarsi più. Qui una volta passavano i briganti, passava Salvatore Giuliano. ‘Era pericoloso, mio nonno girava sempre armato di fucile’, racconta Rosario, che fa da guida col padre, Giovanni. Si sale, uno per uno, ci si aiuta coi bastoni puntellati sulle rocce.
Si procede oltre arbusti di macchia mediterranea, gli zaini in spalla talvolta intercettano frasche basse. Ci si contorce un po’ e poi via. Superata la macchia, il giallo senza fine delle stoppie del crinale della montagna. Niente alberi. Niente ombra. Luce e calore battenti ovunque. Si sale. Il sentiero, una striscia stretta di stoppie depresse, che talvolta vedi, talvolta no. È lì il sentiero, no è lì. Piccoli dibattiti interni al gruppo. È tutto un affiorare di rocce, rocce lisce, rocce instabili, a un certo punto l’unico sentiero è il buon senso. Va il cammino. Fiato. Respiri profondi. Soste per un sorso d’acqua. C’è chi si stanca e necessita di tante soste. Ma soste e adrenalina non vanno d’accordo: con l’adrenalina, una volta che parti, devi andare. E andare. Sei tentato ad accelerare, vuoi vedere il tramonto. Hai forti dubbi. Il buio sarebbe un problema, ma non temere: al crepuscolo, la luce non mancherà. Due ore circa di cammino e qualche storta, finalmente giungi in cima.
Sei in cima, su un tetto a milleseicento metri sul livello del mare, e il trono del sole è ancora lì, sul golfo di Castellammare. Molli pian piano lo zaino, per non disturbare. Ti si mozza il fiato. Sotto di te il bosco tutto intero, una trentina di paesi visibili in un colpo d’occhio, Palermo e le sue luci calde di umidità, più in là Ustica, il Tirreno alla tua destra, il Mediterraneo alla tua sinistra. Scorgi Monte Cofano, poco più in là, nel mare di Erice, nacque Venere.
Man mano il gruppo si ricompatta, si contempla con meraviglia lo spettacolo. Cala la luce. Ancora niente luna. Si sonda il terreno alla ricerca di un comodo giaciglio. Sventagliate di luce di torce sull’erba. Si ergono tende, si stendono stuoie. I più avventati, si accingono a trascorrere la notte all’aperto, in un sacco a pelo e basta. Si tira fuori dagli zaini la cena. Ci si accomoda sull’erba e le rocce, cala un silenzio di rumine. Eccetto le torce, il buio è fitto, ma un punto rosso fa capolino da est, direzione Cefalù. Quel punto cresce e colora di rosso attorno a sé. La luna. Che cresce, cresce piena. Si spengono le torce, non sono più necessarie, l’albedo lunare fa il resto. Vedi tutto nitido, a occhio nudo. Ci si accomiata in gruppi più piccoli, raccontandosi storie e sorbendo estratto di erbe. Cala il sonno. Ci si infila chi nella tenda, chi nel sacco a pelo. Ho scelto di rischiare e dormire all’aperto. Non voglio filtri tra me e il cielo. Sarà un sonno lieve, si dormirà leggero, si apriranno spesso gli occhi, e quando lì aprirò dovranno esserci solo stelle e firmamento. Prima che la luna crescesse, si scorgeva la Via Lattea. Resistono stelle temerarie. Andranno più che bene. Cala la notte. Il giaciglio è comodo. Metti giù la testa e ti copre il petrico, la fragranza di erba umida. Suoni di chiusure lampo delle tende, dei sacchi a pelo. È un po’ e s’alza la lenta nenia di chi russa. Qualcuno è sveglio e ride sommesso coi vicini. Chiudo gli occhi. Li riapro nel cuore della notte. Apro il sacco: in superficie, un dito di umidità. Alle falde, in partenza, saranno stati ventotto gradi, qui adesso dodici, tredici. Mi alzo. Mi guardo intorno. Recupero il mio bastone, faccio un giro intorno. L’estasi.
Torno nel sacco. Mi risveglio dopo qualche ora. Sono circa le cinque. Qualcuno s’è già raggomitolato a est, in attesa dell’alba. Raggiungo i compagni. Si parla, si commenta, si sorride, si danno i nomi ai paesi in vista. A est comincia a imporporarsi. Sulla destra, lontano, un cocuzzolo che fumiga con un pennacchio alto e sottile: l’Etna. Il pennacchio è una scia lunghissima, che si perde in direzione Siracusa.
Porpora verte in rosso. S’alza il fuoco. Sorge il sole.
Un’ora di contemplazione. Poi si torna al campo, si raccoglie tutto, ci si stiracchia. Infine si scende.
Il cerchio adesso è chiuso. E infiniti altri cerchi si aprono.