Cesare e Pavese

Stella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattiva
 

Oggi anniversario della morte di Cesare Pavese. Non intendo ricordarlo per come è morto ma per la sua prosa.

Pavese fu traduttore dall'americano e di questo v'è traccia nella sua prosa, una prosa con poche subordinate, la struttura lineare del pensiero tipicamente anglosassone soggetto - predicato - complemento, quasi del tutto assenti le perifasi, periodi lunghi lo spazio di un rigo, una scrittura che l'Italia conosceva bene da decenni sopratutto nel sottobosco letterario, in De Amicis, Salgari, Invernizio, Pitigrilli, autori che i critici non hanno mai degnato di blasone, troppo occupati quei critici a parlare a sé stessi e di pompare la tronfia e dotta eloquenza di, puta caso, un d'Annunzio. Perché in Italia è stato così: un parlare a sé stessi, uno scrivere a sé stessi da innamorati del bello scrivere, un bello narcisistico, fine a sé stesso, da fuoco d'artificio, un fuoco con cui non puoi cuocere nulla, un vizio che già Gramsci aveva notato chiedendosi perché in Italia non fosse fiorita una letteratura popolare, un Hugo, uno Stevenson, un Poe, o oggi un King aggiungo io.

Pavese, come anche il 'collega' anglofilo Vittorini, recuperò una lingua dalla sofisticata semplicità, con niente fronzoli e perifrasi narcisistiche, una lingua più vicina al pensiero. Grandissimo e insuperato merito.

Su instagram

Cerca nel sito

{{#image}}
{{/image}}
{{text}} {{subtext}}
Back to Top

Questo sito fa utilizzo di cookie. I cookie sono necessari alla navigazione nel sito e a molte funzioni ad essa legate. Puoi gestire tu stesso i cookie cliccando qui Questo sito fa anche utilizzo di un sistema di statistiche che reportizzano agli amministratori del sito in ogni momento le tue azioni nel sito. I report delle tue azioni restano in memoria per una settimana, Questo sito garantisce il tuo diritto all'oblio con la sezione GDPR nel menù qui in basso