Quel che Boccaccio disse tacendo - Appunti

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Si da per assodato che il Decameron del Boccaccio abbia come argomento la peste del 1348, che ridusse la popolazione d’Europa a un terzo dei suoi abitanti di allora. Il pretesto della peste fa sì che sette giovani donne e tre valenti uomini riunitisi spontaneamente lontano dalla citta, prendano a turno a raccontarsi storie, al solo scopo di allontanare la morte, costituendo così col loro bivacco narrativo un estremo avamposto della vita.

Ora, certamente la peste ha un posto centrale nell'opera del Boccaccio, centralità che induce l’autore a indugiarvi a lungo, nel proemio, a metterne in rilievo l’atrocità e il tempestivo contagio. Questo è ammissibile volendo considerare il libro strutturato come una tela su cui il pittore abbia steso in un unica mano e tutti in una volta i colori che la compongono, e organizzati in un discorso figurativo che costituisce di per se l’argomento del quadro. Questo, ancora, è ammissibile, a una lettura unilaterale, che presuppone cioè un atteggiamento critico da parte del lettore che da per scontata una struttura formale lineare, in cui ciò che vi leggiamo costituisce esattamente lo sviluppo della cosiddetta e famigerata ‘cornice’ del Decameron, e che tutto ciò che l’autore dice dopo il proemio e l’incipit della prima giornata costituisce come una zoommata sugli eventi narrati dai dieci fanciulli.

Ma una lettura più attenta del libro ci suggerisce ipotesi di discorsi che vanno ben al di là della cornice e del considerare la peste come argomento centrale dell’opera. E questo per svariati motivi.

Il Decameron è un'opera di protesta. Contro chi? Essenzialmente contro 1) la lingua latina (vs volgare) e 2) la Chiesa cattolica che della lingua latina era ancora all'epoca custode.

Ma la polemica anticlericale del B. è di natura etica oltre che linguistica.

Il B. dissemina il testo, e soprattutto il proemio, di molti indizi, che dissimulò per via della censura.


Farò riferimento all'edizione Grandi Classici della Letteratura Italiana, Fratelli Fabbri Editori, 1995;

(pag. 13) “…per ciò che, dalla mia prima giovinezza infino a questo tempo oltre modo essendo stato acceso d’altissimo e nobile amore…”

Possibile che B. stia parlando dell’amore verso una donna?

Più avanti:

“…io ne fossi lodato e da molto più reputato…”.

Sembra improbabile che stia parlando dell’amore verso una donna, o di Amore, alla maniera dei Provenzali. Si affaccia l’ipotesi che invece l’amore di cui stia parlando sia di matrice civile.

Scrive difatti poco più avanti:

“…certo non per crudeltà della donna amata, ma per soperchio fuoco nella mente concetto da poco regolato appetito…”.

(pag. 13): “…nella qual noia [dell’amore, cioè] tanto refrigerio…per quello essere addivenuto che io non sia morto.”

Se B. fosse un poeta, o se tale si fosse stimato, ci sarebbe da creder che effettivamente d’amore sarebbe potuto morire, sempre secondo il codice comportamentale stilizzato dall’Amor Cortese. Ma B. non si ritiene principalmente un poeta, né il Decameron è opera di poesia. Più plausibile semmai rischiare di morire per il nobilissimo e altissimo amor civile di cui poco più sopra.

Accenna inoltre alle lodevoli consolazioni e “ai piacevoli ragionamenti di un amico…”: chi è questo amico?

(pag. 13) “…a Colui piacque il quale essendo egli infinito diede per legge incommutabile a tutte le cose aver fine…”.

Non ci si aspetta dal B. un tale catastrofico fatalismo in fatto d’amore per una donna.

(pag. 13) “…nei suoi più cupi pelaghi navigando…”

Metafora. Vedi Allegorismo medievale: Dante e compagnia bella.

(pag. 14) “…ora che libero dirmi posso.”.

Altra affermazione che rimanda ad una libertà di rango civile.

(pag.15): “…amore…”; poi più avanti, in fine di capoverso: “…Amore…”:

ecco che fa già una distinzione nella maiuscola.

(pag.16): “…ma non voglio per ciò che questo di più avanti leggere vi spaventi, quasi sempre tra i sospiri e tra le lagrime leggendo dobbiate trapassare.”

B. insiste sulla funzione del leggere, e associa questa funziona all’idea di morte. Suggerisce dunque l’idea del Decameron come di un libro dal potenziale altamente sovversivo, addirittura letale per chi lo legge.

Ma è una sovversività in factis o in verbis?

Segue una similitudine:

“…questo orrido cominciamento [la peste] vi fia non altrimenti che a’ camminanti una montagna aspra ed erta, appresso la quale un bellissimo piano e dilettevole sia riposo…”.

Vedi similitudine del peccato nella Commedia di Dante (Inferno, I).

(pag.16): “…a questa brieve noia (dico brieve in quanto in poche lettere si contiene…”.

Sempre il riferimento ad un registro meramente testuale.

(pag. 16): “…e nel vero, se io avessi potuto….quasi da necessità costretto a scriverle mi conduco.”

Scrivere, leggere…per il B. si tratta quasi di un ossessione.

(pag. 17): “…pervenne la mortifera pestilenza, la quale o per operazione de’ corpi superiori o per le nostre inique opere da giusta ira di Dio a nostra correzione mandata sopra i mortali…”.

La maggior parte dei critici intende per corpi superiori un riferimento astrologico all’influsso delle stelle, nel senso di fato. Ma è ammissibile? Il concetto di fato è un retaggio pagano, ammetterne l’esistenza sfuggente alla volontà di Dio, o comunque diverso e alternativo, non è piuttosto audace, se non eretico addirittura per quell’epoca? Ammettiamo invece l’ambivalenza dell’espressione, ed ecco che in corpi superiori saltano fuori altre due accezioni: la prima, fa riferimento ai vertici di una gerarchia; la seconda, agli uomini del passato; entrambe le categorie con le loro operazioni si guadagnano l’ira di Dio (e si noti come nel parlare di operazioni sfugga al B. una sfumatura spregiativa, come a dire operazioni losche, furtive).

Si noti inoltre come l’affermazione si dipani come un distico in virtù dei due sostantivi semanticamente contigui attorno cui si regge il senso della frase, operazioni e opere: le operazioni dei corpi superiori, e di seguito le opere aggettivate da quel nostre, di per se anch’esso volutamente ambiguo. C’è qui da distinguere tra il ‘noi’ inclusivo e il ‘noi’ esclusivo. Il ‘noi’ inclusivo fora perpendicolarmente la pagina per raggiungere il suo referente, il lettore, al di là del libro. Il ‘noi’ esclusivo viaggia invece orizzontalmente alla pagina per trovare il suo referente all’interno del testo stesso. Dunque, ‘nostre’ di chi? Apparteniamo noi che leggiamo alla schiera del B.? o più in generale l’autore fa riferimento al genere umano? C’è una terza possibile via, più sottile, sintatticamente elegante, economica e sagace, che entrambe le precedenti comprende, quella trasversale: opere nostre, inteso di chi sta in basso a una determinata scala gerarchica e dunque contrapposte a quelle stesse più macchinose, studiate, calcolate, votate a un fine specifico, interessate, prevenute operazioni che d’altronde appartengono al campo di azione dei corpi superiori, dei vertici di tale scala.

(pag. 18) “…e fu questa pestilenza di maggior forza per ciò che essa dagli infermi di quella per lo comunicare….non che di scriverlo, quantunque da fededegna persona udito l’avessi.”

Il brano consta di dodici righi, nei quali particolarmente denso è l’uso di verbi che attengono alla sfera comunicativa: comunicare, parlare, udire, dire, scrivere, udito. È una ridondanza, quasi un enfasi ossessiva che induce il B. all’uso di questi verbi. Ma man mano procede la stesura del proemio l’autore ci lascia tracce allegoriche e simboliche che ci posso aiutare a sciogliere le dubbiose riserve di quella ossessione.

Di fatti più avanti:

(pag. 21) “…era usanza sì come ancora oggi veggiamo usare, che le donne parenti e vicine nella casa del morto piangevano…”.

Il brano ancora non suggerisce alcunché, se non pensassimo che di allegorismo e simbolismo trasuda l’opera come d’altronde le opere e lo spirito dei contemporanei del B. Il brano si schiarirà da solo in tutto il suo portato simbolico, nonché ideologicamente polemico, più avanti, nella introduzione vera e propria alla ‘cornice’.

(pag.24) “…nella venerabile chiesa di Santa Maria Novella, un martedì mattina, non essendovi alcuna altra persona […] e dopo alcuno spazio, tacendo l’altre, così Pampinea cominciò a parlare.”

È il brano in cui l’allegoria si fanno puro testo; qui vi è un trapasso dal sovrasenso in verbis a quello più schiettamente senso in factis; il testo abbandona la veste di sovrasenso, e ci appare con immediatezza nel suo significato letterale: i giovani abbandonano di fatto la chiesa di Santa Maria Novella per un luogo, per bocca di Pampinea, più opportuno. L’allegra brigata esce dalla chiesa per il fatto stesso che è una chiesa, dando ad intendere preconcetti peccaminosi nei loro discorsi, o più segnatamente escono da quel luogo in quanto dedicato a Santa Maria Novella? Un santo novellare sembra non addirsi ai giovani, e dunque allo spirito dell’opera. C’è una evidente nota polemica nell'episodio, ma B. non ci ha ancora detto polemica con chi o che cosa e a proposito di chi o che cosa. Lo farà subito appresso, dopo appena qualche rigo, quando dirà:

“…le quali [donne], quasi in cerchio a seder postesi, dopo più sospiri, lasciato stare il dir dei paternostri.”

Adesso il nodo della questione è chiaro.

Le fanciulle non recitano il Padre Nostro. Ma è tutto qui? Noi abbiamo trascritto in una grafia riverente Padre Nostro, ma così non fa il B., il quale si limita a scrivere paternostri, minuscolo e al plurale, adoperando una inequivocabile clausola indeterminativa. Ora, tale clausola stride evidentemente con l’articolo determinativo ‘il’ di dir. C’è da domandarsi a questo punto: cosa lasciano stare le giovani donne? Le giovani donne lasciano un qualcosa di particolare che appartiene a una categoria più generale. Se B. avesse voluto parlare del Padre Nostro, ovvero della preghiera, ovvero della formula recitativa, avrebbe, oltre che usato il maiuscolo, evitato di adoperare la clausola indeterminativa che con arditezza quasi eretica scorpora di sacralità la preghiera. Ma c’è da aspettarsi dal B. una tale arditezza di stampo eretico? Dalla biografia dell’autore si apprende che fosse un uomo tutto sommato timoratissimo, e non pare che altri elementi della sua vita diano da pensare a volontà di sovversione religiosa. Da escludere dunque l’ipotesi eretica.

La risposta alla domanda che ci siamo posti, su cosa lasciano stare le giovani fanciulle, la troviamo nel termine stesso adoperato dal B., paternostri. Per mera inversione abbiamo infatti ‘nostri padri’ cioè a dire, le fanciulle lasciano stare il dir dei nostri padri. Torna l’ambiguità del ‘nostri’. E qual é questo dir dei padri che induce le fanciulle a cercare un luogo di raccolta più consono che non una chiesa, per giunta dicata a Santa Maria Novella? Il latino, ovviamente. Le fanciulle, nell'accingersi ad allontanarsi dalla morte, e ad allontanare la morte, lasciano dunque il latino. Ecco il nodo della questione. Quella del B. è un cosciente e coscienzioso atto di fondazione di una nuova letteratura fondata sulla dismissione del dir dei nostri padri a favore di un rinnovato dir tutto in volgare. Il Decameron si presenta, nelle intenzioni del suo autore, come il parto di una nuova lingua. C’è dunque da pensare che la gerarchia cui si faceva riferimento prima, e cui fa riferimento il B. medesimo, è la gerarchia clericale. Ed è anche, e soprattutto, la fondazione e la speranza nell’avvento di una nuova cultura, laica e scevra di ideologismi clericali.

(pag. 24) “…a niuna persona fa ingiuria chi onestamente usa la sua ragione. Natural ragione è, di ciascun che ci nasce, la sua vita quanto può, aiutare e conservare e difendere: e concedesi questo, tanto che alcuna volta è già addivenuto che, per guardare quella, senza colpa alcuna si sono uccisi degli uomini. E se…[…] della nostra vita prendere quegli rimedi che noi possiamo!”.

Termina così questo pensiero, con un impeto che è insieme di speranza e ammonimento.

Queste poche righe sono già un manifesto ideologico. Ma vediamo quali concetti il B. vi esprime.

All’inizio del pensiero l’autore fa riferimento alla ragione degli uomini. E’ una ragione tutta particolare quella cui egli fa riferimento. Non è il concetto astratto che sempre nei secoli ha mantenuto più o meno intatta la sua accezione. È piuttosto una esplicita presa di distanze nei confronti di quella ragione tanto cara alla Scolastica che essa voleva ancella della fede, e che per tutta la civiltà dopo il Mille ha costituito non solo un cardine filosofico, ma un vero e proprio abito mentale che ha permeato di se ogni aspetto della vita dell’uomo medievale. Il B. rivendica dunque una dignità intrinseca alla ragione, valida di per sé a prescindere dal suo essere ancilla della fede. B. ribadisce ancora una volta la prospettiva laica della sua cultura, ma anche della cultura da lui stesso auspicata per i secoli a venire.

Più avanti B. dice che senza colpa alcuna sono stati uccisi degli uomini. Dunque le fanciulle fuggono dalla morte, ma la causa della morte non è la peste, piuttosto una causa per la quale senza colpa alcuna si sono uccisi degli uomini. Riferimento agli estremismi della fede, a i fanatismi religiosi di papi e principi di cui il latino, per pura sineddoche, ne diviene l’emblema.

(pag. 26) “…che facciam noi qui? Che attendiamo? Che sognamo? Perché più pigre e lente alla nostra salute che tutto il rimanente de’ cittadini siamo? reputiamoci noi men care che tutte le altre?”

Accorato monito di Pampinea, che parla a nome di tutte e sette le fanciulle, a una presa di posizione, e se si considera che sette erano le arti liberali, delle quali le fanciulle sono segno, ancora più accorata appare la denuncia del B. di una stagnazione della cultura.

(pag. 26) “…e fuggendo con la morte i disonesti esempli degli altri, onestamente ai nostri luoghi in contado, dei quali a ciascuna di noi è gran copia, ce ne andassimo a stare…senza passare in alcun modo il segno della ragione.”

Particolare forse rilevante: si sottolineava come sette siano le donne come sette erano le arti liberali. Ora, tutte hanno nome greco, tranne due, Fiammetta e Lauretta. Fiammetta è personaggio già del Boccaccio, come Lauretta fu del Petrarca. Esse sono le donne della nascente tradizione letteraria in volgare. Il Boccaccio sembra ignorare del tutto Beatrice; troppo stilizzata, troppo idealizzata, e soprattutto troppo poco laica. Dante fatto di questa figura un supporto alla fede, ma ogni tipo di discordo sulla fede è dal Boccaccio stesso volutamente ignorato. Ed è forse anche per questo che il Decameron vuole essere nelle intenzioni del suo autore la risposta in prosa, e laica, umana e ragionevole alla Commedia dantesca, così tutta quanta mossa da uno slancio di fede.

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